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Continuano i “bisticci d’amore” tra Minsk e Mosca

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Il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko batte cassa a Mosca; sembra che glielo imponga la non brillante situazione economica del paese. Sul tappeto è la questione del prezzo del gas russo. Dopo il recente credito di 6 miliardi di dollari, il successivo prestito russo si aggirerà sugli 8 o 9 miliardi.

E, però, l'atmosfera delle relazioni Mosca-Minsk, al di là dei rapporti “fraterni” tra i due presidenti, sembra essersi rannuvolata dopo alcuni botta e risposta tra Lukašenko e il primo ministro russo Dmitrij Medvedev, proprio a proposito del prezzo del gas russo. Agli accenni del secondo secondo cui Mosca potrebbe pretendere un prezzo del gas non “di favore”, bensì “europeo”, il primo avrebbe risposto che ciò somiglia molto a una velata allusione alla Bielorussia quale paese “mantenuto” da Mosca. Al che, avrebbe detto Lukašenko, “Medvedev deve comprendere che se noi pagheremo lo stesso prezzo dell'Europa, allora lui dovrà pagare qualcos'altro. E il prezzo sarà molto più alto che non quello del gas naturale”. Aggiungendo che, a suo parere, la maggioranza dei russi sa bene che i rapporti tra i due paesi non sono una questione di ragioneria a cui fondamento debba esserci il prezzo del gas: “Per valutare questi rapporti” ha detto Aleksandr Gregorevič, “bisogna tornare alla metà del secolo scorso, quando noi abbiamo dato un terzo della nostra popolazione, sapete per cosa”, riferendosi alle perdite subite dalla Bielorussia per l'occupazione nazista.

Ma allora, nota l'economista Andrej Suzdaltsev su Moskovskij Komsomolets, Lukašenko dovrebbe chiedere compensazioni soprattutto a Berlino e non battere cassa a Mosca, senza dare nulla in cambio: ad esempio il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossetia meridionale o la riunificazione della Crimea alla Russia, su cui finora Minsk tace.

Chi non tace è invece Washington, da cui giungono le ennesime dichiarazioni del Centro “American Enterprise”, vicino all'ala conservatrice del Partito repubblicano, in cui si parla di “intervento russo in Bielorussia”. Si afferma che il paese è minacciato di instabilità politica, sullo sfondo di una continua recessione economica; si ventila il fatto che Mosca non avrebbe più intenzione di aiutare Lukašenko, per il fatto che questi osserva una “benevola neutralità” nei confronti dell'Ucraina e non si immischia nelle "avventure estere di Putin". Secondo il Centro, Mosca, con la “formale finzione” dello Stato unitario (Russia-Bielorussia), si appresterebbe a intervenire per proteggere il territorio della repubblica, con il vero obiettivo di portare truppe russe a immediato contatto con le frontiere polacca e lituana. La non chiara posizione di Trump, secondo gli “esperti” USA, lascerebbe spazio a tali manovre putiniane.

A parere del politologo Anatolij Vasserman, però, sia a Mosca che a Minsk nessuno mette in dubbio che “ogni attività condotta di comune accordo sia vantaggiosa”; pertanto le attuali controversie “non si trasformeranno in gravi conflitti. Come si suol dire, chi si bisticcia si ama”.

Tutto ciò accade alla vigilia dell'incontro tra i vice Ministri degli esteri della cosiddetta “Partnership orientale” (il programma UE di integrazione con Armenia, Azerbajdžan, Georgia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia) e del “Grupa Wyszehradzka” (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria) previsto per il 15 marzo a Minsk. Come notano a Mosca, una delle maggiori priorità della “Partnership orientale” è la realizzazione di vie di transito alternative per i rifornimenti energetici dell'Europa occidentale, insieme all'obiettivo di soppiantare le posizioni russe in Europa orientale a favore dell'Unione Europea. Proprio in questi giorni, il Ministro degli esteri tedesco, Sigmar Gabriel, in un'intervista a Interfax, è tornato a legare la realizzazione del gasdotto “North stream 2” al suo passaggio sul territorio ucraino e alla sicurezza delle condutture attraverso Slovacchia, Rep. Ceca o Polonia; questo, nonostante un anno fa Budapest, Praga, Bratislava, Varsavia, Bucarest, Tallin, Vilnius e Riga avessero scritto a Jean-Cloud Junker, opponendosi al “North Stream 2” che, a loro dire, creerebbe “rischi di destabilizzazione geopolitica”.

In ogni caso, con riferimento più immediato ai problemi interni, nel corso di una riunione governativa Aleksandr Lukašenko ha sottolineato il rischio presente nel paese, costituito dai “majdanisti di casa nostra, che si sono recati a Kiev in cerca di organizzatori majdanisti. Queste persone” ha detto riferendosi ai manifestanti contro la cosiddetta tassa sui parassiti, “saranno carne da cannone. Essi vanno in piazza non con slogan politici. Ma poi arriveranno 300-400 persone, con in testa i nostri teppisti che ora sono andati a Kiev e cominceranno le provocazioni. Basterà che là trovino 10-20 professionisti, di quelli che aprirono il fuoco a Kiev". Si deve “imparare a dialogare con la gente”, ha detto Aleksandr Gregorevič; “Dobbiamo mettere a disposizione luoghi in cui le persone esprimano le loro opinioni, come nei paesi sviluppati dell'Occidente”, ha detto il presidente bielorusso, cui, a quanto pare, sarebbe il caso di proiettare qualche video sui “luoghi” in cui, in ”paesi sviluppati dell'Occidente”, quale l'Italia, ad esempio, le persone esprimono le “loro opinioni” con l'accompagnamento fonico dei lacrimogeni della polizia.

Non ci sarà alcuna “majdan in Bielorussia” ha detto Lukašenko; “mancano addirittura i prerequisiti per questo”, sorvolando forse, un po' troppo ottimisticamente, sulle possibilità di quella “Partnership orientale” che si appresta a ospitare.

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