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L’Unione inciampa, proprio quando voleva correre

Il “metodo intergovernativo”, in un sistema “competitivo”, può servire a risolvere alcune situazioni critiche impreviste, ma presenta un pesante risvolto negativo (almeno per chi blatera di “spirito europeista”): mantiene in vita un potere “nazionale”. Che esce fuori con prepotenza quando, mescolandosi con parentele e affiliazioni delle “famiglie politiche” continentali, bisogna scegliere le persone “giuste” per i ruoli-chiave nelle istituzioni comunitarie.

L’avvio della nuova legislatura europea, dopo i risultati delle elezioni del 26 maggio, evidenzia dunque tutte le debolezze politiche di un sistema di trattati scritti per imporre una visione economica – ordoliberista e mercantilista, fondata sull’austerità e la produzione orientata alle esportazioni, dunque sui bassi salari e la compressione del welfare – che si pensava potesse instaurata una volta per tutte.

Dalle urne è uscita fuori sicuramente una maggioranza assoluta molto “europeista”, ma dalla configurazione assai diversa rispetto al passato. Ppe e socialdemocratici non sono più in grado di controllare il pur inutile “Parlamento” di Strasburgo – unico al mondo privo di potere legislativo autonomo – e hanno dovuto mediare le scelte con le altre due “famiglie” anti-populiste: liberali e Verdi. Più con i primi, più abituati alla guerra da corsa per le poltrone, che con i secondi.

Famiglie politiche e nazioni hanno così prodotto fin qui, un paio di risultati fortemente inattesi proprio nelle caselle chiave: il capo della Commissione (il “governo” continentale) e il presidente della Bce. Due donne, ma due “falche”, come abbiamo scritto qualche giorno fa, espressione degli equilibri con la Nato e con il Fonfo Monetario Internazionale.

Ma queste nomine hanno bruciato le candidature ufficiali proposte da Angela Merkel, ed ora cominciano a venir fuori le differenti prospettive politiche e nazionali alla base di queste scelte. Mettendo in crisi la visione di una Unione Europea compatta e pronta a procedere a tappe forzate verso una maggiore integrazione.

L’analisi che ne fa Guido Salerno Aletta su TeleBorsa – che qui di seguito vi proponiamo ­- coglie soprattutto i temi economici alla base del “terremoto” che ha destabilizzato in parte l’egemonia tedesca sulla UE. La Germania, infatti, al di là dell’immagine che ama proiettare sul mondo, è al momento il vero “malato d’Europa”. La guerra dei dazi e quella monetaria hanno messo in luce le straordinarie debolezze del modello export oriented. E i dati più recenti stanno lì a dimostrarlo: gli ordinativi all’ industria, mese su mese, erano attesi in calo del -0.7%, mentre il dato reale è stato del -2.2%. Rispetto ad un anno fa la previsione era per un già drammatico -5.7%, ma la realtà si è rivelata molto peggiore, -8.6%.

Buio pesto.

Le cose vanno anche peggio sul piano bancario e finanziario. La politica “accomodante” della Bce, con i tassi di interesse fermi a zero (e quello sui depositi a -0,4%) ha avuto due effetti decisamente contrastanti.

Sul lato positivo, i titoli di Stato tedeschi (i Bund, base di riferimento per lo spread) forniscono interessi negativi per gli investitori; dunque lo Stato tedesco può rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero, anzi guadagnandoci anche qualcosa.

Sul lato delle banche private, invece, questa situazione comporta perdite forti, anche in considerazione del fatto che il tasso di inflazione tedesco viaggia ormai vicino al 2%.

Questa era insomma la base strutturale della richiesta di por fine alla politica monetaria di Draghi – buona a fermare il panico, ma di fatto insufficiente a rilanciare da sola la “voglia di investire” – issando un falco come Jens Weidman (o qualcuno della sua scuola) sulla torre di Francoforte.

Christine Lagarde, certamente un “falco” con i paesi deboli e/o indebitati, non è neanche una economista, ma una “giurista” abile nel compensare le differenti spinte politiche tra soggetti forti.Una mediatrice di lusso, con un occhio di favore – come sempre – per chi l’ha messa lì (la Francia e specificamente Macron).

Mentre la nuova presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, se passerà l’esame di approvazione a Strasburgo, promette di essere il più debole dei presidenti che la Ue abbia mai avuto: criticata in casa e mal accetta negli altri 26 paesi.

Non proprio una “vittoria”, insomma, per lo “spirito comunitario” in lotta con le spinte centrifughe, palesemente alimentate da una crisi che non finisce e da una competizione internazionale in crescendo.

Sembra quasi una nemesi, per la Germania che non voleva “condividere i rischi” quando le cose andavano bene soltanto per lei…

P.s. Sembra altrettanto chiaro che, in questa partita delle nomine, il “comunicativo” governo gialloverde ha fatto la parte di chi attende in anticamera..

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L’Unione che non fu, e mai sarà

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa *

La Germania esce nettamente sconfitta dalla tornata di nomine per i nuovi vertici della Unione Europea. Angela Merkel è stata battuta su tutti i fronti dal Presidente francese Emmanuel Macron che l’ha umiliata non una ma ben tre volte, dopo aver giocato d’astuzia: il Patto di Aquisgrana, rinnovando e rafforzando l’Asse franco-tedesco, ha illuso la Germania di poter dilagare. Berlino si è legata mani e piedi alla Francia di Macron, trascurando gli altri partner, soprattutto l’Italia che è una economia estremamente complementare rispetto a quella tedesca, mentre quella francese è fortemente concorrenziale anche se meno competitiva.

Macron ha maramaldeggiato, senza remore:

  • ha affondato senza discussioni il candidato-guida dei Popolari, il tedesco Manfred Weber. La Merkel, che lo aveva sostenuto per mesi, non lo ha difeso neppure per un giorno: si è arresa al diktat francese, entrando in un marasma politico infernale. Avrebbe dovuto fare spallucce, aprire ai Verdi e non lasciarsi chiudere nell’angolo della “alleanza a tre” (Ppe, S&D, Renew Europe), in cui Macron non fa solo l’ago della bilancia ma l’asso piglia-tutto. Macron non ha aggiunto i voti del Gruppo che controlla, Renew, a quelli dei Popolari e di S&D, ma ha preteso di cambiare le regole del gioco.
  • ha messo in subbuglio il campo degli alleati-avversari, i Popolari e S&D, approfittando della situazione di stallo in cui questi due Gruppi si sono trovati, non avendo più insieme la storica maggioranza nel Parlamento di Strasburgo. Macron ha sostenuto, come garante della componente liberale rappresentata da Renew, insieme al Presidente spagnolo Sànchez che ha la leadership di S&D, una proposta (il cosiddetto “Patto di Osaka“) che ha mandato in subbuglio l’intero Ppe: si prevedeva che il socialista olandese Frans Timmermans andasse alla Presidenza della Commissione. Era un affronto per i Popolari, che sono il primo Gruppo per numero di eletti, ed un regalone ad S&D che invece alle elezioni europee è uscito sconfitto un po’ dappertutto: dalla Francia alla Germania, all’Italia, avendo registrato un buon risultato solo in Spagna.
    Ursula Von der Leyen, attuale Ministro della Difesa della Germania che infine è stata candidata alla Presidenza della Commissione, è partita con pesanti handicap: non gode di buona stampa neppure in Germania, è chiusa in una alleanza asfittica, avrà contro una opposizione numerosa ed agguerrita.
  • ha piazzato Christine Lagarde alla guida della BCE: uno smacco senza precedenti per i rigoristi della Bundesbank, che già hanno masticato male in questi anni per la politica monetaria accomodante di Mario Draghi. Hanno accettato il Qe, che ha comportato l’acquisto dei titoli di Stato secondo le quote di partecipazione al capitale della BCE, solo perché i Bund sono detenuti in prevalenza da stranieri, e quindi i tassi negativi su questi titoli non hanno penalizzato gli investitori tedeschi. Ma la politica dei tassi di interesse negativi è insostenibile, soprattutto in Germania dove la inflazione è arrivata alla soglia del 2%. Per i tedeschi, perdere il controllo della politica monetaria è una catastrofe.

Non sottovalutate, dunque, la portata drammatica di una sconfitta tedesca, che è politica, strategica ed ideologica.

Il guscio europeo si è rotto: l’Unione non riesce più a nascondere la volontà di potenza della Germania.

La Francia, che ha le finanze pubbliche messe sicuramente peggio di quelle italiane, è anche assai più indietro sulle cosiddette riforme strutturali.

Per salvarsi dalla occupazione tedesca, la Francia affonda l’Europa.

L’Unione che non fu, e mai sarà.

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