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I figli? Roba da ricchi, o la fine della riproduzione

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Premessa

Guardandosi in giro

Non so se a voi capita, passeggiando, di osservare la gente che incontrate – l’età, il genere, da dove viene, come si veste – in un tentativo di comprensione delle piccole storie che stanno dietro a quei visi, a quelle mani, a quei capelli. A voi, non so; a me sì. Esco di casa e vedo vecchi che si aggirano per la città. I giovani sono una rarità, così come i bambini. Nelle strade, nei supermercati. Mi sento un giovane, anche se, con i miei cinquant’anni passati, so di non esserlo. Poi, quando per sbaglio esco dall’Europa, e vado, per esempio, in Sudamerica, vedo un mondo che mi lascia basito. Giovani, bambini che riempiono le strade, mamme che hanno forse vent’anni, e, improvvisamente, mi sento vecchio: sì, appartengo improvvisamente alla categoria dei vecchi.

Basta qualche ora di aereo, arrivare a Tirana, o a Skopje, a Tunisi, o a Istanbul e il mondo cambia.

Se vi è capitato di vedere questo, allora vi pongo una domanda: vi siete domandati il perchè, che relazione ha, questo, col modello di produzione capitalistico?

 

Note storiche

Partiamo dall’inizio e cioè dalle fasi demografiche.

Per millenni il modello della riproduzione è stato quello di fare figli, quanti si era in grado di farne. E di morire presto, quando il fisico dava i primi segni di cedimento.

5, 6, 7 figli; una vita di una coppia scandita incessantemente dall’avvicendarsi delle nascite. Così, per millenni, la società contadina viveva e si riproduceva.

Per millenni la popolazione è stata abbastanza stabile, in Italia dai 5 ai 20 milioni di abitanti, in Europa una sessantina, e così via.

Nel Novecento, o meglio con l’inizio dell’era capitalistica, improvvisamente la mortalità è diminuita, e abbiamo assistito alla grande esplosione demografica. L’italia passa dal 1900 con una ventina di milioni di abitanti a 50 milioni nel 1960, così come tutti gli altri paesi capitalistici, con oltre venti milioni di italiani che emigrano (quindi passa da 20 milioni ai 70 milioni).

La popolazione si trasferisce dalle campagne (il 90% viveva di agricoltura) alle città, o almeno entra nel modello industriale (oggi, meno del 5% vive di agricoltura). Tutta quella fase è contraddistinta da processi di emigrazione giganteschi. Si stima, come scritto sopra, che dall’inizio dell’era capitalista emigrino circa 20 milioni di italiani, quanto la popolazione italiana del 1900. Dal 1900 al 2000 possiamo stimare che gli italiani al mondo (compresi gli emigrati) sono passati da 20 milioni a 120 milioni.

La produzione industriale, le medicine, le città – che diventano luoghi vivibili e non più delle cloache a cielo aperto – causano una esplosione demografica.

Nell’Occidente prima, e poi nel resto del mondo, assistiamo alla più grande crescita di popolazione mai vista prima. È in questo squilibrio fra nati e morti che sta la spiegazione dell’esplosione demografica: 750 milioni di abitanti eravamo al mondo all’inizio della rivoluzione industriale (a fine ‘700); poi siamo saliti da 1 a 2 miliardi tra 1800 e 1927; 47 anni dopo (nel 1974) siamo raddoppiati (cioè 4 miliardi); e un ulteriore raddoppio ci sarà (cioè 8 miliardi) entro il 2023.

Però la popolazione che si sposta dalle campagne alla città inizia, lentamente, a fare meno figli.

 

Attuale

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Questo grafico illustra il numero di figli per donna dal 1950 al 2050 diviso per i cosiddetti paesi sviluppati (attorno ai 2 figli), i paesi meno sviluppati che adesso sono a circa 3 figli che stanno per arrivare ai 2 figli e gli stessi paesi ultimi per sviluppo che da circa 5 figli per donna arriveranno ai 3 nel 2050.

 

Occidente

Siamo nella nuova fase demografica in Occidente. La popolazione autoctona fa dai 1,2 ai 1,6 figli per coppia nel “migliore dei casi”.

La società invecchia inesorabilmente, i bambini scompaiono, diventano merce rara. Ed eccoci arrivati all’oggi, a quelle immagini che ogni giorno vediamo girando per le nostre città.

Questo numero sintetico, però, nasconde delle differenze: più si è ricchi, più si fanno figli. Non è un caso che Berlusconi abbia più figli della media e, come lui, le classi abbienti: professionisti, industriali. Sono i poveri, a differenza del passato, a non fare più figli.

Ma non solo i ricchi: anche gli immigrati, che arrivano dalle campagne del terzo mondo e che portano con loro il modello demografico delle campagne dei loro paesi di origine, hanno 2, 3, talvolta 4 figli. Il numero medio di 2 figli per donna, infatti, è la media delle donne occidentali (dalle svedesi alle italiane), che fanno circa 1.5 figli per donna, rispetto alle donne immigrate che fanno 2,5 figli per donna.

 

Paesi agricoli o in via di sviluppo

Nel grafico i paesi in via di sviluppo sono distinti in due gruppi. Un primo gruppo di paesi meno sviluppati, che ha 3 figli e si avvia verso i 2. Questa è una sorpresa: l’Italia ha impiegato 100 anni per passare dal modello 6-7 figli al modello 2 figli, mentre questi paesi stanno impiegando solo 40 anni.

Infine, vi è un secondo gruppo di paesi ulteriormente meno sviluppati, che ancora più velocemente si sta incamminando verso il modello 2 figli.

Per questo, le stime di crescita della popolazione mondiale vedevano gli abitanti del pianeta arrivare a 12 miliardi con un picco nel 2100. Recentemente, le stime sono state riviste al ribasso e arriveremo al massimo a 10 miliardi nel 2070, forse meno, per poi iniziare una lenta, inevitabile decrescita.

 

Meccanismi, la riproduzione come elemento di produzione

La società agricola

Il bambino dopo qualche anno si inseriva ed iniziava ad essere attivo nella famiglia: raccogliendo le foglie per le vacche, pascolando le oche o i maiali, portando la legna a casa, dando da mangiare alle galline, sopravvivendo magari rubando la frutta del vicino. Spesso moriva, giovane, giovanissimo. Se sopravviveva era una fortuna ed una ricchezza per la famiglia: avrebbe portato ricchezza alla famiglia con le sue braccia.

I figli, o meglio la riproduzione, quindi la forza lavoro era l’elemento di ricchezza della famiglia.

Se la famiglia non era in grado di fare figli sarebbe subito caduta in miseria per mancanza di braccia mentre se non era in grado di mantenerlo questo era ceduto gratuitamente al ricco (chi di voi ricorda il famiglio della società contadina veneta?) che l’avrebbe sfruttato dandogli da mangiare finchè non si sarebbe mantenuto da solo e sarebbe ritornato alla famiglia di origine per aiutarla.

La famiglia contadina, allargata in cui le generazioni convivevano all’interno di clan spesso molto estesi, era l’unità economica di base, non l’individuo. La produzione agricola la base di questa società.

 

La società industriale, l’epoca dei proletari

L’arrivo del capitalismo improvvisamente cambia lo scenario. E non starò a raccontarVi la storia già descritta da Marx come da altri grandi storici del nostro secolo. I contadini espropriati spesso delle terre comuni, ridotti alla fame arrivano numerosi ad affollare le città delle grandi metropoli. Quello che si portano dietro è la loro visione del mondo, i loro modelli, i figli come ricchezza. E così le fabbriche si riempiono di bambini che lavorano solo per sopravvivere. Questa immagine potete ritrovarla ancora oggi nelle fabbriche dei vestiti che Voi cari lettori state indossando in questo momento. I figli quindi non arricchiscono più la famiglia ma sono ridotti tutti come i contadini poveri, mandano i figli come famigli nella grande fabbrica capitalista. E questi figli rispettano il modello precapitalista da cui derivano, portano a casa i pochi soldi che guadagnano e talvolta con questi soldi la famiglia riesce a sopravvivere e mantenere i figli che arrivano subito dopo. Uno sguardo alle prime società capitaliste probabilmente vedeva le famiglie simili a quelle della società contadina. Famiglie numerose che vivevano in stanze sovraffollate (non vi ricorda nulla questo? forse il protocoglione che si lamenta delle case degli immigrati in cui vivono in 10 non ricordando i propri bisnonni) con i bambini che cercavano di rendersi produttivi a 3-4 anni. Nella società contadina quindi i figli diventavano braccia produttive della terra delle famiglia stessa mentre nella società industriale i figli rimangono l’unica ricchezza (nasce quindi il proletariato).

 

Ma allora cosa è cambiato, perchè si è smesso di fare figli, perchè si è lentamente passati al modello dei 2 figli ed adesso del figlio unico?

Perché i proletari non hanno continuato a fare figli, unica loro ricchezza?

Forse i figli hanno smesso di essere ricchezza?

Forse la produzione capitalista ha richiesto forza lavoro formata capace di usare le macchine e la famiglia si è trovata a sopportare un costo prolungato per fornire questa forza lavoro?

Forse la produzione capitalista non chiedeva il lavoro alla famiglia (come unità produttiva a differenza dell’agricoltura) ma all’individuo che quindi agiva per i propri interessi e non più per gli interessi di chi gli aveva permesso di diventare “produttivo” e cioè non ha agito più per l’interesse della famiglia?

La contraddizione che agisce fra chi riproduce (i genitori) e chi si appropria della ricchezza della forza lavoro (il sistema capitalista in primis e l’individuo in subordine che ottimizza il proprio interesse spesso affrontando gli spostamenti necessari per ottimizzare il profitto capitalistico e quello proprio) ha forse come conseguenza la fine della riproduzione?

 

I figli sono un mutuo

Il costo dei figli nella società contemporanea si avvicina a quello di un mutuo, per formare gli individui ad essere produttivi nel sistema capitalistico. Il capitalismo ha bisogno di tecnici, di laureati, ma chiede ai genitori o all’individuo stesso di farsi carico del lungo processo formativo generando un cortocircuito: i genitori non sono disposti ad essere ridotti in povertà per formare questa forza lavoro ed ecco la fine della riproduzione.

 

Il figlio psicologico?

Ma allora perchè si fanno figli? Mancando la base materiale, l’interesse da parte della famiglia nel fare i figli, il figlio diventa il figlio come necessità psicologica da parte dei genitori, come momento di realizzazione di due individui. Siamo ben lontani dal periodo, nella società contadina, in cui la donna doveva far figli, doveva adempiere ai propri doveri matrimoniali per ordine della Chiesa ed il parroco nel segreto del confessionale, se una donna non faceva figli, gli chiedeva se faceva il suo dovere coniugale.

Mi sembra quindi abbastanza ragionevole affermare che il passaggio dall’economia precapitalistica all’economia capitalista porta alla fine della famiglia, alla disgregazione delle reti parentali e familiari. La riproduzione in contraddizione con l’unità economica che la genera (la famiglia) entra in crisi ed ecco la decrescita demografica e l’invecchiamento progressivo della popolazione.

 

Conseguenze in Occidente

Questo invecchiamento della popolazione cosa sta determinando dal punto di vista sociale?

La riduzione demografica determina anche un arricchimento dei figli. Un semplice esempio: immaginiamo due figli unici i cui genitori possiedono un appartamento a testa. Nell’ipotesi che la crisi non si mangi l’appartamento prima della morte dei genitori questa coppia si troverà con due appartamenti. E in scala geometrica i loro unici figli si troveranno con 4 appartamenti. Gli abitanti delle società capitaliste hanno una parte della popolazione che inizia a ricavare il proprio reddito non solo dal non pagare l’affitto ma anche da piccole rendite generate dall’affitto dell’abitazione eccedente; abitazione eccedente che viene affittata spesso agli immigrati, nuova forza lavoro.

Una società immobiliare, potremmo dire, che genera una società immobile, incapace di cambiare: molti che si domandano dell’assenza di conflitti di classe nei giovani nelle società occidentali forse dovrebbero analizzare quanta di questa gioventù “vive” (o spera di) sulle rendite dell’immobiliare.

 

Immigrazione

Questa riduzione ed invecchiamento della popolazione inoltre non può che richiedere immigrazione da quei paesi in crescita demografica cioè da società in transizione fra economia contadina e capitalista, fra il modello fare figli ed il modello basta figli, ben disposte a fornire forza lavoro. Questa immigrazione è necessaria per colmare dei vuoti di forza lavoro a bassa scolarità generati dalla bassa natalità.

Gli unici che continuano a fare figli nelle società capitaliste sono i ricchi (media di 3 figli per donna) che devono dare ai loro figli il loro patrimonio e quindi li vedono come futuri gestori della ricchezza accumulata. Nuovamente la famiglia fa figli se e solo se è a suo vantaggio.

 

L’ideologia capitalistica sulla riproduzione

Sull’argomento della bassa natalità purtroppo i capitalisti ed i loro servi si dilettano con una serie di ideologie con i conseguenti rimedi decisamente divertenti.

I reazionari individuano nella perdita di moralità, nella mancanza di senso di appartenenza all’occidente da parte delle masse occidentali le cause della bassa natalità. E’ colpa di questa mancanza, dello scarso amore per la famiglia che non si fanno figli. Il rimedio è il recupero dei valori della tradizione, dell’identità occidentale che permetterebbe una stabilità demografica (i 2 figli per donna) in grado di fermare l’invasione degli immigrati decisamente più prolifici.

I progressisti, per modo di dire, accusano lo stato non sufficientemente attento alla famiglia che dovrebbe fornire servizi adeguati o erogare assegni familiari cospicui.

I reazionari quindi vorrebbero che i genitori si riducessero in miseria per garantire forza lavoro, qualificata e non qualificata, al capitale; mentre la sinistra propone dei rimedi che semplicemente non funzionano.

Le politiche dei servizi gratuiti per i figli e gli assegni familiari dell’ordine degli 800 euro per figlio dove applicate hanno determinato… che gli immigrati facessero più figli!

Le ideologie di destra oltre all’inutile belare hanno semplicemente generato un bel nulla oltre a del razzismo.

Le ideologie progressiste il nulla.

I processi storici ed i meccanismi economici che stanno dietro alla riproduzione non sono semplicemente modificabili se non cambiando il sistema economico. Infatti i genitori proletari, le famiglie proletarie, in una analisi dei costi/ benefici non sono disposte ad accollarsi i costi della riproduzione a favore del sistema capitalistico.

 

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2 Commenti


  • Imma Cusmai

    E quando poi i figli nascono ci sono altri problemi. I Figli "contesi" nei Tribunali. Attenzione la strategia di queste associazioni non passerà mai attraverso una denuncia diretta alla madre, non direttamente quantomeno, semmai lasceranno il compito a dei complici perchè la denuncia diretta non conviene. Il processo penale riconosce all'imputato il diritto di difesa. Da un processo si può uscire condannati, ma con il ricorso in appello si può anche uscire assolti. Appellarsi alla PAS invece condanna le madri e mette i figli nelle case famiglia senza possibilità di difesa e senza appello.

    Ne parlo qui: http://immacusmai.blogspot.it/2016/03/le-associazioni-dei-padri-separati.html 

     


  • Enea Bontempi

    Ciò che succede in Europa è, a questo proposito, istruttivo: il numero medio di figli per donna è 1,57, ben al di sotto del 2,1 che consente di mantenere il livello della popolazione. Senza l’apporto degli immigrati la popolazione di paesi come la Germania e l’Italia sarebbe quindi in netto calo. A ciò si aggiunga l’effetto deprimente esercitato sulla struttura demografica, economica e sociale dall’invecchiamento della popolazione. È quindi una verità innegabile che il capitalismo dei paesi maggiormente industrializzati, giunto al suo massimo sviluppo, determini un calo netto della natalità e un inesorabile crollo demografico, che gli studiosi definiscono come “inverno demografico”. Se, per un verso, la “gayzzazione” dell’Occidente costituisce l’aspetto esteriore più carnevalesco di questa situazione materiale, è indubbio, per un altro verso, che, nella misura in cui contribuisce a rendere tale inverno sempre più gelido, essa dimostra che il sistema capitalistico di produzione e di scambio sta ormai minacciando lo sviluppo della specie umana e che, di fronte alla “civiltà dell’immagine e della morte”, solo il comunismo è “la civiltà del lavoro e della vita”.

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