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Periferie e centro: a Torino bipolarismo perfetto

Alle elezioni torinesi il secondo turno non ha fatto che rendere più evidente una tendenza già chiara al primo (vedi http://contropiano.org/news/politica-news/2016/06/07/amministrative-torino-feudo-subbuglio-080108): la divisione netta tra periferie e centro. Come al turno precedente, Fassino registra la sua vittoria più sensibile nella circoscrizione centrale (60-40), ma il disastro riguarda le altre, dove il sindaco uscente rimane inchiodato alle preferenze di due settimane fa, mentre Chiara Appendino, che pure partiva in svantaggio quasi ovunque, riesce a raggiungere la maggioranza in ben sette circoscrizioni su otto.

Il quadro delineato dal voto dei torinesi è tanto semplice quanto indicativo: la distribuzione dei voti a Torino ricalca sostanzialmente quella del reddito. Al di là delle considerazioni politiche e dell’analisi dei flussi elettorali, non si riesce a comprendere il voto torinese se non sulla base di questo semplice fatto: Appendino vince con il margine più consistente nelle zone a reddito basso e medio-basso, Fassino raccoglie i maggiori consensi tra i redditi più alti. Gli stessi flussi elettorali  divengono più chiari in base a questa topografia: tra primo e secondo turno, il Pd riesce ad accrescere i propri consensi solo nella circoscrizione centrale e ricca, grazie soprattutto a metà circa degli elettori che al primo turno avevano votato Airaudo e che convergono su Fassino, rimanendo invece inchiodato alle preferenze di due settimane fa negli altri quartieri. Nelle altre zone, i voti che non finiscono nell’astensione, vanno compatti ai 5 Stelle, che riescono così a rovesciare gli equilibri anche nei quartieri medi, dove il Pd aveva la maggioranza relativa. Il Pd diventa inequivocabilmente il partito dei ricchi; ma il dramma è che i ricchi sono maledettamente pochi. E il ceto medio, dopo dieci anni passati a impoverirsi, è diventato fastidiosamente bendisposto verso il “populismo” grillino.

Il sindaco uscente, con la consueta lungimiranza politica (dopo aver sfidato Grillo a fondare un partito che gli ha levato il feudo da sotto i piedi, e Appendino a prendersi un posto che in effetti ora è suo), ha dato tutta la colpa della disfatta al “tripartitismo”, e non si è capito se il rammarico fosse per l’esistenza del M5S che ha egemonizzato i quartieri popolari, o per quella del centrodestra che gli ha sottratto voti nei quartieri ricchi (che non sarebbero comunque bastati). Di sicuro tre partiti sono troppi per il bipolarismo che si è creato a Torino: quello tra periferie e centro, tra i ceti medio-bassi e quelli medio-alti. E il Partito della Nazione, nato come trasversale ai due poli, rimane penosamente a metà del guado e perde la città della Fiat e della Compagnia San Paolo.

E così il Sistema Torino inciampa nel “populismo” che mette d’accordo poveri e impoveriti. Per Sistema Torino – sia detto per i non torinesi – s’intende quel felice connubio di istituzioni finanziarie, culturali e mediatiche da una parte e Pd dall’altra che, in venticinque anni di monopolio Pds-Ds-Pd, ha raggiunto un tale affiatamento da far pensare a qualche malevolo che a Torino costituissero, per l’appunto, un Sistema. Nulla di particolarmente originale, un’eredità degli Agnelli alla Torino post-industriale; ma dopo venticinque anni si cominciava a credere seriamente alla sua eternità. Scardinato il braccio politico del Sistema, i 5 Stelle dovranno, se lo vorranno e se ne saranno capaci, affrontarne ora il nucleo vero e proprio: la loro condotta in merito sarà importante per capire che cosa ci si può attendere dalla loro amministrazione.
Per il momento ci limitiamo a registrare da una parte una gustosa diatriba sul presidente della Compagnia San Paolo, l’ex ministro Profumo, appena nominato da Fassino e che la nuova sindaca dimissionerebbe volentieri (http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/06/20/news/la_replica_di_compagnia_sanpaolo_noi_ente_autonomo_partner_leali_delle_istituzioni_-142452740/) e dall’altra qualche porosità di troppo tra la nuova giunta penstastellata e la Compagnia stessa (vedi le deleghe al welfare e alla casa).

Quali che siano i rapporti con la cittadella del potere, il M5S parte da un dato di fatto: lo zoccolo duro del suo elettorato, quello che lo aveva sostenuto anche al primo turno, è costituito dai ceti popolari e dalle periferie. La costruzione di un progetto politico veramente alternativo al Sistema Torino non può che partire da qui. Il diritto alla casa, per il quale nei giorni scorsi si è mobilitato il quartiere della Falchera (uno di quelli in cui il M5S ha vinto con più largo margine) e per il quale sono previste nuove mobilitazioni il 22 giugno, sarà un ottimo punto di partenza per capire se il sostegno popolare raccolto dai 5 Stelle diverrà base solida in questo senso o uno scoglio su cui s’incaglieranno i nuovi amministratori. Il povero Fassino sia di monito.

 

Redazione Contropiano Torino

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