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3/ La “meridionalizzazione” di Roma. Chi vuole spostare la Capitale da Roma a Milano?

La “meridionalizzazione” di Roma, è un processo che è avvenuto sotto i nostri occhi, accentuato dalla inettitudine e complicità delle giunte comunali degli ultimi anni e portata alla luce (molto parzialmente) dall’inchiesta su Mafia Capitale. Nell’ordinanza di rinvio a giudizio dell’inchiesta, colpisce un passaggio, quando spiega che il modello mafioso a Roma non ha avuto bisogno della dimensione violenta e coercitiva di quello nel Meridione, perché nella macchina amministrativa e in quella politica non incontrava alcuna resistenza ai propri interessi, ma incontrava solo disponibilità …. e tariffari sulle tangenti da ottemperare.

Anche a Milano corruzione e infiltrazioni mafiose sono ormai assai consolidate  ma lì funzionano, appunto, secondo un modello più aziendalista. Questo è frutto in parte della trattativa del 1993 tra Stato e Mafia, che ha consentito alle organizzazioni mafiose di integrarsi legalmente nei gangli alti del sistema economico in cambio della cessazione della guerra, dall’altro a Milano è forte la cultura aziendale anche nella gestione dei fenomeni corruttivi, basta pensare alla sanità lombarda o allo stesso Expo. Anche in questo Milano appare città più idonea ad armonizzare il carattere criminale del capitalismo con le sue sovrastrutture ideologiche. A Milano inoltre la cosiddetta urbanistica contrattata è forma acquisita di governance dello sviluppo urbano della città. Sono i privati a fare la tabella di marcia di dove, come e cosa costruire e le istituzioni si adeguano. Il modello Expo è stato questo. Adesso però però si trovano con un patrimonio immobiliare invenduto sia nelle aree ex Expo sia nel cuore della città. I grattacieli acquisiti da i fondi di investimento del Qatar dovranno essere utilizzati, venduti, rivenduti per ottenerne plusvalenze. Quale occasione migliore per soddisfare l’offerta di uffici e terziario riempendola con ministeri, direzioni, enti oggi radicati a Roma?

Ma è il declino, la “meridionalizzazione” di Roma a risultare una ferita dolorosa per chi vi abita. Roma è una “Città Disfatta” argomentano nel loro recente libro Vezio De Lucia e Francesco Erbani. (1)

Una città che la complicità e/o il lassismo della pianificazione da parte del Comune ha lasciato crescere in modo completamente deregolamentato, espandendosi ben oltre le esigenze abitative dei suoi abitanti. A nulla è servito, ed anzi ha accentuato il processo, l’ultimo Piano Regolatore, quello del 2007 voluto dalla giunta Veltroni per occultare che dietro i nastrini del “modello Roma” veniva realizzata la totale capitolazione di fronte agli interessi dei palazzinari vecchi e nuovi tramite gli accordi in compensazione, una riedizione tout court dell'urbanistica contrattata. La vicenda dello Stadio per la Roma, con annessi grattacieli e business park, sta tutta dentro questa deriva.

A Roma l’abusivismo edilizio ha agito in alto e in basso, premiando i costruttori ma anche i “palazzinari di se stessi” e consentendo una espansione disordinata in cui è difficilissimo e costosissimo far arrivare servizi che integrino la “Roma anulare” (quella esterna al Grande Raccordo) con la città vera e propria. Dentro questo meccanismo hanno agito fattori economici ed ideologici che hanno incentivato e provocato nello stesso momento la totale deresponsabilizzazione delle istituzioni locali e nazionali sulla Capitale. “Nell’abusivismo ci sono in nuce tutti i caratteri negativi della società e delle politica romana” scrivono De Lucia ed Erbani: “il plebeismo, la furbizia, l’anarchismo, il familismo, la corruzione, l’ipocrisia, il sostanziale disprezzo delle regole”:

Se l’edilizia pubblica si estende per soli 3.500 ettari dove vivono 350mila persone (i quartieri di case popolari e comunali), quella abusiva privata si estende per 15mila ettari di ex agro romano e ce ne vivono 640mila.

La “città pubblica” a Roma è stata sconfitta dalla preponderanza degli interessi privati da troppo tempo e dalla deresponsabilizzazione delle istituzioni locali come del il governo nazionale, i quali si sono limitati a far arrivare fondi (sempre meno fondi) per finanziare servizi più funzionali agli interessi privati che alle esigenze popolari. Dalla viabilità al proliferare di centri commerciali adibiti a “centralità”, dall’aver piazzato i quartieri di edilizia popolare lontanissimi per poter così far aumentare di valore i terreni (privati) posti tra la città e i nuovi quartieri, fino ad aver tollerato e agevolato illegalità e speculazioni di costruttori e cooperative edilizie nei Piani di Zona previsti sulle aree 167. Giunte di centro-sinistra e centro-destra non hanno mai derogato da questa gerarchia dei rapporti di forza nelle scelte sulla città.

Infine l’esternalizzazione dei servizi (dai rifiuti alle linee di trasporto nelle periferie) affidati ai privati, hanno sancito la deresponsabilizzazione rispetto non solo agli impegni istituzionali quanto all’obbligo di tenere insieme socialmente almeno la città pubblica. Che dentro questa zona grigia abbia potuto prosperare affarismo e Mafia Capitale, può sorprendere solo gli allocchi.

Inevitabile che dentro questo sistema, anche le risorse naturali della città – come il devastante turismo di massa – non solo non portino alcun beneficio alla città pubblica ma ne aumentino il carico di disagio. In una precedente inchiesta abbiamo cercato di documentare come “l’oro di Roma” finisca in infima proporzione agli abitanti della città, soprattutto a quelli delle periferie, mentre si registra un livello di appropriazione privata di questa risorsa che redistribuisce poco o nulla (2).

Infine su Roma pesa la maledizione di dover ospitare non solo la culla della Chiesa cattolica ma uno Stato, lo Stato del Vaticano. Dunque un peso specifico assai diverso, sia per gli effetti politici ed economici sia per quelli ideologici. La repressione della Repubblica Romana nel 1849 segnò la fine del sogno di una rivoluzione borghese capace di strappare Roma dall’egemonia pontificia. Né questo sogno fu realizzato dal dominio sabaudo intervenuto dopo il 1870. La rottura con i quartieri dedicati agli eretici nei pressi del Vaticano o con la statua edificato a Giordano Bruno, furono ben presto ricomposti dai Patti Lateranensi siglati del fascismo e dal loro rinnovo realizzato dal governo “socialista” di Craxi nel 1984. Roma ha dovuto così continuare a convivere con lo Stato del Vaticano, con il suo patrimonio immobiliare, i suoi privilegi e la sua influenza ideologica nella propria vita sociale.

In questo contesto, ogni ambizione alla modernizzazione di Roma e al rafforzamento della città pubblica sono stati seppelliti dalla materialità degli interessi prevalenti. I quali tutto hanno in mente e nel cuore tranne che fare di Roma una città vivibile, organizzata, sostenibile. Roma ha troppi nemici interni per essere non solo Capitale ma anche una città pubblica adeguata e strutturata per esserlo e per reggere il paragone con le le altre capitali europee.

Per queste ragioni, la premessa della piattaforma in sette punti della Carovana delle Periferie ha ritenuto di dover partire da una visione della città che individuasse gli interessi antagonisti tra loro. Le forze che spingono per lo spostamento della Capitale da Roma a Milano non sono diverse da quelle che rappresentano la “malattia” di Roma, sono solo un pizzico più moderne. Ma i parametri su cui fondano il loro concetto di modernità partono sempre dalla indiscutibilità del profitto privato rispetto alla città pubblica.

Le polemiche sulla giunta Raggi sono solo un epifenomeno che occulta questa patologia. Per questo su Roma si gioca una partita che ha un carattere generale, uno scontro frontale tra uguaglianza e disuguaglianze, tra diritto alla città e interessi privati, uno scontro di classe a tutto campo nella moderna dimensione del conflitto sociale: quello metropolitano.

(terza e ultima parte)

vedi la seconda parte: città globali, paese asimmetrico

vedi la prima parte: le campagne stampa contro Roma Capitale

Note:

(1) Roma disfatta, edizioni Castelvecchi, 2016

(2) Vedi le tre puntate delInchiesta di Contropiano sull'inganno del turismo come risorsa

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1 Commento


  • gianluca bernardo

    Bellissimo articolo, grazie
    C'è un refuso: la Repubblica Romana è del 1849 (non del 1949). Né la definirei semplicemente "borghese" come la francese dell'89. Siamo già nel post 1848, infatti. C'è un bel libro del Marxista De Marco che si chiama "Una rivoluzione sociale" e affronta quei fatti ampliandoli con una lettura interessante e rimasta, negli anni, isolata (scritto negli anni '40 del '900).

    un abbraccio, grazie

    Gianluca Bernardo

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