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La bolla americana e la nuova guerra “umanitaria”

«Non sappiamo quanti siano e dove siano gli americani», ha detto Biden. Affermazione sconcertante: con il governo di Kabul è franato anche quello americano.

Gli Usa si sono ritirati e non sanno neppure dove siano i loro cittadini. E se non lo sa il presidente americano, emblema della superpotenza tecnologica, dovremmo saperlo noi? Abbiamo però una certezza, che ci ha dato lo stesso Biden. L’Afghanistan era pieno di migliaia di americani.

Dai contractors, ai funzionari, agli esperti di cooperazione – che dovevano tenere in piedi il Paese facendo finta che fossero gli afghani a farlo.

L’Afghanistan era stato messo in una “bolla” americana e occidentale che doveva tenere sotto vuoto, a distanza al Paese reale, le istituzioni, le forze armate, i media, le donne, gli attivisti, gli intellettuali. I talebani e il resto degli afghani osservavano la bolla sgonfiarsi giorno dopo giorno, mentre galleggiava in una retorica anni luce lontano dalla realtà.

La bolla di sapone è scoppiata, l’Afghanistan è esploso e si è riversato nell’unico punto dove se ne rintraccia ancora la schiuma: l’aereoporto di Kabul, con dentro 6mila soldati americani, il doppio di quelli che erano stati ritirati.

Quanto agli americani in giro per l’Afghanistan sarebbero 11mila, secondo il Financial Times. Se a questi aggiungiamo i collaboratori afghani si arriva a decine di migliaia di persone: un ponte aereo gigantesco in una situazione intenibile, se non con un accordo con i talebani.

E i talebani fanno pagare per ogni afghano esfiltrato: paga l’Italia, pagano quasi tutti. Insomma è il business del salvataggio, che il nuovo Emirato rende ancora più drammatico andando a caccia di giornalisti, donne, attivisti.

Un caos che per il momento ai talebani conviene perché mette in scena, sotto gli occhi del mondo, quella disfatta americana e occidentale che ha fatto scrivere ieri sul manifesto a «Bifo» Berardi un articolo amaro sulla fine degli Stati uniti e di un universo di intellettuali a servizio dei padroni delle terra.

Ma si tratta di un mondo moribondo, non del tutto morto, pronto ai colpi di coda.

In primo luogo gli americani stanno cercando di condividere con la Nato e gli europei le conseguenze del disastro. Nessuno più pronto di Draghi che vuole il “suo” G-20 dove convocare, oltre ai sauditi, anche il Pakistan, il principale sponsor dei talebani.

In apparenza una mossa astuta. Il Pakistan dovrebbe “moderare” i talebani convinto dai sauditi che sono con la Cina il principale finanziatore di Islamabad. Del resto i sauditi sono oscurantisti quanto i talebani, sono una monarchia assoluta, contrari alla democrazia, ai diritti delle donne e sono anche i migliori clienti di armi americane e occidentali, ovvero ci pagano.

Non solo: il principe Mohammed bin Salman secondo la Cia è pure un assassino di giornalisti, e anche questo aspetto truculento, che l’Occidente accetta senza fare una piega, piace all’Emirato. Insomma i sauditi e i loro colleghi del Qatar e del Golfo hanno il profilo perfetto per “comprarsi” un po’ di moderazione talebana.

Per la diplomazia occidentale sarebbe un modo di liberarsi del peso morale e mediatico degli afghani. Gli slanci umanitari sono lì a coprire dei crimini di guerra. La guerra afghana ha provocato – come scriveva sul manifesto giovedì Guido Moltedo – 240mila morti di cui oltre 71mila civili, cioè uccisi da bombe americane e pure nostre.

Questo è il prezzo delle nostre guerre umanitarie, dove l’«umanitario» come diceva Gino Strada è sempre subalterno alla violenza degli eserciti.

Se i talebani hanno continuato a fare proseliti è per questo. La maggioranza degli afghani, che non era entrata nell’élite della «bolla» occidentale, ha visto morte e distruzione e nessun vantaggio dalla presenza straniera.

Le forze armate locali sono state giudicate complici e sottomesse agli Usa, non rappresentanti di una nazione: con il ritiro Usa si sono demoralizzate e fatte comprare dai talebani. La bolla, dopo 20 anni, si è sgonfiata in pochi giorni

Quello che non è ancora svanito in Occidente è il falso mito della guerra umanitaria. Perché non siamo mai stanchi di far lavorare il complesso militar-industriale. È questo che interessa gli Usa. È questo che garantisce la supremazia. Si possono ritirare i soldati, si possono anche sopportare figure grottesche a Kabul, ma non si possono fermare i fatturati dell’industria bellica.

Potrebbe sembrare una battuta di spirito, ma si stanno creando le premesse per un nuovo intervento «umanitario» e/o «anti-terrorismo» in Afghanistan.

Il primo giustificato dalle violazioni di diritti umani e civili da parte dei talebani; il secondo dal fatto che il movimento si è impadronito di migliaia di armi americane, anche elicotteri e droni, in dotazione all’esercito afghano e che i legami con Al Qaeda sono ancora ben vivi.

Così ora gli Stati uniti saranno costretti ad autobombardare le proprie dotazioni di armi rimaste sul campo per salvare la faccia. Poi magari si colpirà solo con raid aerei e missilistici «mirati», visto che l’Afghanistan per 20 anni è stato un poligono per sperimentare nuove armi Usa. Sulla pelle degli afghani, naturalmente.

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