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L’Atlantico si va rompendo

L’Atlantico, o meglio il Patto Transatlantico tra Europa e Stati Uniti si va rompendo in più punti. Le incrinature erano ben visibili da tempo, ma per anni sono stati in molti – anche nella sinistra – a non volerle vedere, accontentandosi di una fotografia vecchia e in via di obsolescenza delle relazioni internazionali.

L’ultimo episodio di questa rottura è la convocazione dell’ambasciatore statunitense da parte del governo tedesco dopo aver avuto la conferma che anche i telefoni privati del cancelliere Angela Merkel erano “spiati” dagli spioni alleati, ossia gli Stati Uniti. Lo stesso è accaduto nei confronti degli altri 25 paesi “partner” aderenti all’Unione Europea.

“E’ il massimo affronto possibile”, titola la prima pagina del quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”, sottolineando come sia  “difficile immaginare come i servizi segreti di Obama trattino i Paesi nemici, quando si osserva come si comportano con i loro alleati più stretti”. “Barack Obama non è un premio Nobel per la Pace”, sottolinea il giornale, “ma uno che semina zizzania”.   Anche la Merkel ha attaccato: “Spiare non è accettabile, tra alleati ci vuole fiducia”, ha detto intervenendo al vertice del Consiglio Europeo in corso.

Non si tratta di normale amministrazione e non dobbiamo farci trarre in inganno dal servilismo del governo italiano verso gli USA. L’atteggiamento remissivo del governo Letta non è affatto rappresentativo dell’aria che tira negli altri paesi europei rispetto alle relazioni “intrusive” degli Stati Uniti.

Era esattamente l’ottobre di undici anni fa quando l’allora Commissario Europeo al commercio estero,  Pascal Lamy affermò testualmente: “La rivalità tra i due blocchi atlantici cresce… Una unione economica che cresce sempre più come unione politica, si dovrà dotare di una politica estera e per la prima volta di un esercito comune per offirire un quadro politico sicuro ed effettivo per sostenere l’espansione dei suoi gruppi industriali, dei servizi e finanziari… L’Unione Europea è la sola potenza pubblica al livello delle grandi imprese globali incorporate in Europa”.

Correva l’anno 2002 e l’euro era non solo entrato materialmente in circolazione ma aveva cominciato la sua scalata tesa a diventare una moneta di riserva e spendibile nella transazioni internazionali.

Nello stesso periodo, il grande vecchio Henry Kissinger aveva anticipato in una intervista ad un settimanale italiano la sua esatta percezione che qualcosa stava cambiando nelle relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea: “Mi preoccupa il fatto che quando l’Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali molto spesso, e sarei tentato di dire, sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti. Sarebbe un errore, un errore capace di portare gradualmente a una frattura tra le due sponde dell’Atlantico in un mondo sempre pieno di problemi”.

Affrontare la competizione globale con gli Stati Uniti e i Brics non è infatti un pranzo di gala e la guerra valutaria contro l’euro ne è una dimostrazione. L’introduzione dell’euro ha segnato infatti una rottura importante del dominio internazionale del dollaro sul quale si è retta buona parte dell’egemonia statunitense nel dopoguerra e alla quale gli Usa sono ricorsi spesso e stanno cercando nuovamente di ricorrere nuovamente per scaricare la loro crisi sul resto del mondo.  Lo fanno alimentando la liquidità, stampando e iniettando miliardi di dollari nell’economia interna e internazionale e cercando di scaricare all’esterno i costi della crisi. Il problema è se questa “consuetudine” funzionerà ancora. L’amministrazione Usa insiste affinché l’Eurozona riduca le politiche di rigore ma soprattutto le misure deflazioniste imposte dalla Bce. Se gli Usa hanno bisogno di scaricare la loro inflazione all’estero, il fatto che l’Europa faccia barriera con la deflazione per loro è diventato un serio problema.

Ma se la competizione economica globale tra Stati Uniti ed Unione Europea appare ormai conclamata (con effetti anche sul recente Trattato commerciale Transatlantico  che dopo lo scandalo dello spionaggio appare piuttosto compromesso), quello che sta prendendo corpo è una competizione “politica” che la crisi diplomatica sulle intercettazioni emerse con il Datagate ha solo rivelato pubblicamente, potremmo parlare quasi di casus belli.

Le avvisaglie c’erano state negli ultimi anni in alcuni episodi forse analizzati troppo superficialmente:

a)     il goodbye dei partner europei della Nato agli Usa durante il conflitto in Georgia nel 2008, quando la Georgia e gli Usa invocarono l’art.5 della Nato contro la Russia ma gli alleati europei gli dissero testualmente: “voi siete matti” e non se ne fece nulla.

b)      L’avvio dei corridoi energetici Northstream e Southstream per l’approvvigionamento energetico in Europa nonostante l’aperta opposizione statunitense

c)      Il protagonismo unilaterale con i bombardamenti francesi sulla Libia

d)      Infine, ma non certo per importanza, il “nein” tedesco alle recenti ipotesi di intervento militare contro la Siria

Se a questo aggiungiamo dettagli come il collaudo del drone europeo senza pilota (il Neuron) e dunque l’introduzione della tecnologia stealth sui prodotti dal complesso militare-industriale europeo – fattori che rendono l’Europa indipendente dalla tecnologia avanzata statunitense – si comprende bene come lo scandalo delle intercettazioni “amiche” degli Stati Uniti contro gli alleati europei stia diventando qualcosa di più profondo di un semplice incidente diplomatico.

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