Menu

Oltre l’ultima “linea rossa”

Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità.

Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.

L’”Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.

Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.

Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.

Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, ciò che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”. Sappiamo bene che era uno straccio agitato davanti agli occhi di chi protestava per qualsiasi ragione, e che quello standard conviveva senza problemi con un altro – differenziale – riservato ai “nemici”. Ma in qualche misura limitava (senza impedirle) anche le modalità repressive interne al mondo occidentale.

Non si spara sulle proteste pacifiche”, “non si torturano gli oppositori” e altre “linee rosse” potevano esser fatte valere e in molti casi con successo, sull’onda dell’indignazione generale. La “legalità formale” è un sistema elastico, deformabile in molti e differenti sensi, ma in qualche modo vincola la brutalità del potere e l’uso della forza.

Non era una concessione, da parte del potere, ma una conquista pagata col sangue. Nella dinamica sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni internazionali. Un “ordine basato su regole condivise” – davvero condivise, non come quella unilaterale presa per i fondelli statunitense degli ultimi 40 anni – aveva portato alla formazione dell’Onu, alle Corti internazionali, a una parvenza di eguaglianza formale tra individui e tra Stati.

Anche paesi poverissimi e quindi semi-disarmati potevano ambire all’indipendenza formale, anche se per quella sostanziale era meglio avere qualche “amico” potente, a volte più un padrone che altro.

Il “sistema dei diritti” non era comunque gratis. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano soltanto quelle che facevano ricorso a metodi di lotta “non violenti”, rimandando l’eventuale effetto politico alla buona volontà dei governi in carica o ad elezioni che non cambiavano granché, visti i filtri e i limiti sempre crescenti imposti alla partecipazione popolare per “garantire la stabilità”.

Sulla “non violenza obbligatoria” abbiamo avuto decenni di lezioncine e sceneggiate che hanno costruito comunque un linguaggio politico invalidante la stessa capacità di immaginare un mondo diverso da questo. Una bella protesta “con buone maniere” era sufficiente a sfogare il malumore senza produrre alcun risultato, ma almeno salvava dalle mazzate.

Al fondo delle missioni della Sumud Flotilla c’era la fiducia nel fatto che l’assoluta non violenza delle iniziative garantisse anche la corrispondente “non violenza” della risposta israeliana, tuttora incensata come “unica democrazia del Medio Oriente”. Come se l’apartheid e il genocidio, lo stupro sistematico, la tortura e l’uccisione di prigionieri, donne e bambini, fossero accettabili se “approvati democraticamente” da un parlamento e dalla maggioranza della popolazione.

O almeno c’era comunque la fiducia nel fatto che un’azione sionista violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi occidentali, sedicenti tutori dei “diritti umani” e della “libertà democratiche”.

Fiducia malriposta, possiamo dire con certezza oggi, anche se ovviamente è stato giusto muoversi dentro quei binari, dimostrando anche empiricamente l’ipocrisia e la falsità di quegli assunti.

Gli spari sulla Flotilla, proprio in quanto “escalation” rispetto al recentissimo passato, superano l’ultima linea rossa, più immaginaria che reale. Solo i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto reazioni degne di nota, anche se comunque al di sotto di quel che sarebbe stato adeguato. Gli altri hanno battuto le mani a Netanyahu, qualcuno di nascosto, altri apertamente. E’ evidente la loro voglia di togliersi di torno anche la “seccatura della Flotilla” dopo aver quasi liquidato nel sangue “la seccatura palestinese”.

Il mondo delle “regole legali condivise” non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge  realizza comunque la volontà bruta.

Trump che va a prendersi il petrolio del Venezuela non accampa scuse “diritto-umanitarie”. Netanyahu che vuole prendersi tutti quel che può del Medio Oriente cita al massimo qualche versetto del Vecchio Testamento come “fonte del proprio diritto”. Smotrich che reagisce al mandato di cattura internazionale con una vendetta su un villaggio palestinese, per dimostrare che non c’è legge se non la volontà sionista di rapinare terra e vite, non fa neanche quello.

E’ il mondo del “io posso perché ho la forza, e quindi faccio ciò che voglio”.

Forse è il caso di prenderne atto. Smettendo intanto di pensare come ci hanno imposto negli ultimi decenni.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *