Al di là del ribrezzo per la volgarità degli attacchi agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rivolti anche da alcune “alte cariche istituzionali” prontissime a chinarsi di fronte ad Israele, ci sono diversi aspetti della vicenda che riguardano l’assalto piratesco avvenuto davanti all’isola di Creta e il rapimento di Thiago Avila e Saif Abukeshek che delineano un radicale cambiamento nel rapporto tra Stati democratici e “cittadini”.
Riassumiamo i dati certi, incontestabili, per chiarire bene i termini della questione.
Tutte le imbarcazioni assaltate erano in acque internazionali, a quasi 1.000 chilometri da Gaza e da Israele. Per le leggi internazionali ancora vigenti, dunque, questo è un atto di pirateria che andrebbe sanzionato dall’intera comunità internazionale riunita nell’Onu. Il fatto che sia stato compiuto da uno Stato aggrava l’accusa, non la diminuisce.
Tutte le imbarcazioni fermate, secondo le stesse regole universalmente valide, sono da considerare “territorio nazionale” corrispondente alla bandiera con cui sono state registrate.
In particolare, la barca sui erano i due attivisti rapiti batteva bandiera italiana. Legalmente, a tutti gli effetti, sono stati dunque sequestrati in Italia. Il che giustifica non solo l’iniziativa della magistratura, ma avrebbe richiesto anche una “franca” protesta diplomatica del governo contro quello di Tel Aviv, almeno al livello del ritiro dell’ambasciatore.
Invece la Farnesina del prode Tajani si è limitata alla richiesta di “informazioni”, probabilmente sussurrando parole di scusa per il disturbo arrecato…
I rapiti. Thiago è un cittadino brasiliano – e il suo governo ne sta chiedendo ogni giorno la liberazione – mentre Saif è un cittadino spagnolo di origine palestinese (la stessa richiesta la sta facendo il governo di Madrid).
Le accuse sollevate da Israele a giustificazione posticcia del rapimento (appartenenza o vicinanza ad “organizzazioni terroristiche” e “aiuto al nemico in tempo di guerra”) sarebbero risibili, in condizioni normali.
Se fossero state anche solo minimamente serie o supportate da uno straccio di prova – anche palesemente falso, come accaduto per Hannoun ed altri palestinesi a Genova – entrambi i sequestrati, infatti, sarebbero stati prima segnalati all’Interpol e quindi sottoposti ad indagine dai rispettivi governi.
Sui criteri con cui Israele definisce “terroristi” individui ed organizzazioni, meglio stendere una lapide d’acciaio. Per Tel Aviv lo sono tutti, tranne i servi. Prendere in esame quelle accuse è solo una perdita di tempo.
Stabiliti i fatti e le regole internazionali esistenti, c’è da chiedersi perché i governi europei – cui fanno capo quasi tutti gli attivisti imbarcati – abbiano accettato il comportamento di Israele nei confronti dei propri cittadini come “normale”. Nei casi peggiori quasi “giustificato”.
La risposta è ovvia: Tel Aviv è il terminale dell’imperialismo euro-atlantico in Medio Oriente, dunque qualsiasi cosa faccia – anche un genocidio – va minimizzata per poterlo sostenere.
Ma non è una scelta politica a costo zero. Il rapporto tra uno “Stato democratico” e i propri cittadini si regge su una serie di leggi e convenzioni, oltre che su diritti, per cui ogni singolo iscritto ad una anagrafe di questo paese deve essere tutelato dall’azione violenta o arbitraria di altri paesi. Qualsiasi sia il suo status o il suo certificato penale.
La tutela vale insomma per il pacifico turista che si trova in difficoltà durante un viaggio all’estero come per un imprenditore vessato ingiustamente, per un tossicodipendente finito in un carcere dell’altro mondo ed anche per un assassino condannato in via definitiva.
Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Giorgia Meloni accolse in aeroporto il ritorno di tal Chico Forti, per la cui estradizione dagli Stati Uniti si era battuto il suo governo.
Per gli attivisti della Flotilla – certamente pacifici e disarmati, esenti da qualsiasi reato – invece solo insulti, critiche, dileggio, zero copertura diplomatica anche davanti ad evidenti segni di pestaggio, tortura e persino stupro.
E’ qui evidente che l’obbedienza alle gerarchie “occidentali” prevale di gran lunga sulla difesa del “territorio nazionale” (le imbarcazioni in libera navigazione nel Mediterraneo) e soprattutto sulla tutela dei propri cittadini. I quali diventano vengono abbandonati alle fantasie macabre di uno Stato “diverso”, se sostengono opinioni e valori che non piacciono a quello Stato e ai suoi alleati.
E’ una rottura del patto che sorregge la coesione sociale. Difficilmente recuperabile, fra l’altro, perché una volta fissati dei precedenti così infami, diventa persino “normale” proseguire sulla stessa strada.
E se i tuoi cittadini vengono svalutati al punto da essere “a disposizione” di volontà altrui, questo significa che anche per questo Stato non hanno alcun vero diritto e importanza. “Nemici e terroristi” per Israele, dunque anche per il governo di casa nostra.
E’ una logica da guerra civile globale, in cui “i nostri” e “i loro” vengono separati in base alla posizione assunta nel conflitto politico-sociale, non più in base alla nazionalità (che peraltro obbliga al pagamento delle tasse, va ricordato).
Che a sancire questa rottura siano poi dei governi ufficialmente schierati a difesa degli “interessi della nazione” ci sembra persino logico. Tra quel che fai e quel che dici di essere, in politica, non c’è più nessun rapporto.
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