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Il paradigma dello Sblocca Italia

Sono accaduti due avvenimenti la scorsa settimana che apparentemente non sembrerebbero essere in relazione tra loro, ma che in realtà confermano la nascita un nuovo paradigma nella sua esatta eccezione letterale: modello di riferimento di valore fondamentale.

Il primo è la commutazione in Legge del Decreto “Sblocca Italia”, il secondo sono le due cene di gala del PD, la prima a Milano e la seconda a Roma.
Ma andiamo per ordine.
Mercoledì 5 novembre, con il voto di fiducia per l’ennesima volta posto dal Governo Renzi, 157 senatori hanno votato a favore (110 contrari e nessun astenuto) della commutazione in Legge del Decreto cosiddetto “Sblocca Italia”. Già la settimana precedente era passato alla Camera, sempre con la modalità del voto di fiducia, con 278 si, 161 no e 7 astenuti.
Nei suoi 47 articoli sono contenuti molti provvedimenti, una miscellanea che mette dentro tutto quello che si è voluto e potuto mettere, dalla costruzione di nuove tratte dell’alta velocità ferroviaria al potenziamento dei vecchi e costruzione di nuovi inceneritori, dal rinnovo delle concessioni autostradali a chi già le aveva e senza nessuna nuova gara al dimezzamento dei tempi per le autorizzazioni alle trivellazioni per gli idrocarburi, dagli incentivi alla banda larga alla gestione del servizio idrico, dagli aeroporti alla costruzione di viabilità stradale e autostradale pressoché inutile, e chi più ne ha più ne metta.
Tutto questo facendo uso di commissari straordinari che possono derogare le leggi esistenti, dando la possibilità di non tener conto di organi istituzionali di tutela e sicurezza, utilizzando il pretesto dell’urgenza e della pubblica utilità, della demagogica retorica del superamento della burocrazia.
Un’operazione devastante, condita dalla dose necessaria di mistificazione. Per comprenderla, basta leggere il preambolo alla Legge: “Accelerare e semplificare la realizzazione di opere infrastrutturali strategiche, indifferibili e urgenti, nonché per favorire il potenziamento delle reti autostradali e di telecomunicazioni e migliorare la funzionalità aeroportuale; […] la mitigazione del rischio idrogeologico, la salvaguardia degli ecosistemi, l’adeguamento delle infrastrutture idriche e il superamento di eccezionali situazioni di crisi connesse alla gestione dei rifiuti, nonché di introdurre misure per garantire l’approvvigionamento energetico e favorire la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali; […] la semplificazione burocratica, il rilancio dei settori dell’edilizia e immobiliare, il sostegno alle produzioni nazionali attraverso misure di attrazione degli investimenti esteri e di promozione del made in Italy, nonché per il rifinanziamento e la concessione degli ammortizzatori sociali in deroga alla normativa vigente al fine di assicurare un’adeguata tutela del reddito dei lavoratori e sostenere la coesione sociale”.
Chi ne trarrà vantaggio saranno i soliti noti, e non solo. Saranno i “gruppi” e le multinazionali del mattone, dell’asfalto, del petrolio, dei rifiuti, delle telecomunicazioni, come anche, e nessuno si scandalizzi, della “green economy”. Una schiera, insomma, di speculatori e affaristi che già si sfrega le mani, pronta ad assaltare i nostri territori e che avrà a sua disposizione il “magazzino di forza lavoro” che le passate e attuali “riforme” del lavoro ha prodotto: lavoro nero, migrante, sottopagato, senza tutele e diritti. Jobs Act docet!
E a partecipare al banchetto non sarà soltanto il grande Capitale nazionale, che se pur ancora dipendente dalle logiche assistenzialistiche dello Stato tenta comunque di candidarsi come coprotagonista nella riorganizzazione produttiva continentale, ma anche quello straniero che vedrà nell’Italia, ancor di più di quando è stato in passato, terreno fertile da mettere a profitto nella competizione globale.
Uno Sblocca Italia dunque che diventa non altro che uno “sblocca lobby”. Questo pone in modo evidente come sarebbe un errore interpretarlo come un esclusivo problema di tipo ecologico, e come sarebbe un errore immaginare e praticare la risposta solo in una logica vertenziale.
In questa direzione, una prima risposta è stata data con la manifestazione di venerdì a Napoli dove migliaia di persone sono scese in piazza a Bagnoli per dare il “benvenuto” a Renzi, costringendolo a dare forfait. Un’iniziativa importante, che dovrà essere moltiplicata, estesa, ampliata e arricchita, nelle forme e nei contenuti.
Ma all’inizio parlavamo di un’altro avvenimento che ha caratterizzato la scorsa settimana: le cene di gala per finanziare il PD. La prima si è tenuta alla torre Diamante di Milano, la seconda, a distanza di un giorno, al Salone delle Fontane a Roma. Tra la prima e la seconda sera hanno partecipato quasi duemila persone, prevalentemente imprenditori e manager, che hanno pagato una quota di partecipazione fissata in minimo 1.000 euro a persona, per un totale quindi, minimo, di 2 milioni di euro.
Renzi, rispondendo ai lavoratori che lo hanno accolto a Milano a suon di lanci di uova, ha detto, con il suo sarcasmo spicciolo, che gli piacciono le crépe, a noi sembra che gradisca molto di più, per usare una metafora (e non solo), ostriche e champagne.
L’importo ricavato rientrerà probabilmente in quello che viene definita una “erogazione liberale”, cioè un finanziamento privato, di singoli o imprese, che la legge prevede anche per i partiti politici e che, oltretutto, garantisce a chi la effettua una detrazione fiscale pari al 19%.
Alle cene hanno partecipato i costruttori Toti, Pernasi, Cerasi; il direttore generale della Lamborghini, Umberto Possini; Giorgia Albertini, manager di Google Italia; James Pallotta, Presidente della AS Roma, e quello del Bari Calcio, Paparesta; il Presidente di Telecom, Giuseppe Recchi, e quello di Confecommercio, Carlo Sangalli; il Presidente di Kinexia, Pietro Colucci; Alessio Albani, Amministratore Delegato di Omnia; ma l’elenco sarebbe lungo.
Non è un esercizio di gossip il nostro, fare nomi e cognomi, in questo caso, è fondamentale.
Due eventi che fanno sembrare preistorico il tempo dove schiere di militanti, generosamente, cucinavano salsicce alle feste dell’Unità per finanziare il partito, acquistate, altrettanto generosamente, da altri militanti e iscritti.
Cene di questo tipo se ne sono già viste molte in passato, sopratutto in campagna elettorale, ma lì a pagare erano i politici, anche quelli di sinistra, per assicurarsi voti, compresi quelli della borghesia italiana. Ora a pagare sono gli ospiti, e non è una differenza di poco conto.
I politici hanno sempre contraccambiato i “finanziamenti” e i voti ricevuti, ma in passato era, almeno legalmente, illecito e alcuni ne hanno fatto le spese in inchieste giudiziarie, come al tempo di “tangentopoli” (a parte il PDS-DS, grazie ai “greganti” che si sono immolati alla “causa”). Ora invece tutto diventa lecito, legalmente e culturalmente, e ad aprire le danze è proprio il PD, scegliendo le lobby.
Siamo certi che in futuro vedremo, oltre alle cene di gala, molte altre forme simili di finanziamento, con protagonisti gli stessi finanziatori, ai quali altri della stessa specie si aggiungeranno.
Il Capitale, per sua natura, è portato a pensare che ogni volta esborsi denaro questo deve essere interpretato come un investimento, come denaro che produce altro e maggior denaro.
E allora ecco come l’esempio dello Sblocca Italia unitamente alle cene di gala, e ad altre forme di finanziamento della borghesia, diventa un modello.
Già da alcuni anni, attraverso la lotta di classe dall’alto, stiamo sperimentando come la borghesia conosca bene il marxismo, ma ora dobbiamo cominciare chiederci anche se, evidentemente, conosca altrettanto bene il pensiero gramsciano: l’unità sostanziale, la corrispondenza, sia pure non immediata e meccanica, tra struttura e sovrastrutture e, più in generale, come diceva Gramsci: «La struttura e le superstrutture formano un blocco storico, cioè l’insieme complesso e discorde delle soprastrutture sono il riflesso dell’insieme dei rapporti sociali di produzione». Il pensiero gramsciano ci ha insegnato che non si può prescindere dal concetto di «blocco storico», cioè dal riconoscimento dell’esistenza di un rapporto complesso, di azione reciproca, tra il «contenuto economico-sociale» di un periodo storico e la sua «forma etico-politica».
Se questo risulta per molti comunisti ostico nella sua comprensione e interpretazione, non sembra esserlo, paradossalmente, per la borghesia italiana e per Renzi.

* Domenico Vasapollo – Rete dei Comunisti

(fonte: www.retedeicomunisti.org)

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