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Brexit. L’UE è tutt’altro che garante dei diritti dei lavoratori

Un recente rapporto del Trade Union Council (TUC) ha affermato che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea equivarrebbe a pesanti regressi sul versante dei diritti delle donne lavoratrici. Eppure, vi sono prove inequivocabili del fatto che l’UE abbia lanciato, da qualche tempo, uno spietato attacco contro l’uguaglianza tra i generi, non da ultimo attraverso le sue ciniche misure di austerità.

La segretaria generale del TUC, Frances O’Grady, ha affermato che solo l’adesione all’UE può difendere i diritti dei lavoratori, evitare la discriminazione a danno delle donne incinte, garantire il diritto ad una equa retribuzione, alle vacanze pagate e alle pensioni.

Tuttavia, la deputata laburista Kate Hoey ha subito sottolineato che le donne continueranno ad essere protette dalle leggi britanniche anche se il paese dovesse lasciare l’UE. Leggi che sono frutto delle dure battaglie effettuate dal movimento operaio e sindacale. “Tutte le più recenti conquiste per le donne lavoratrici – incluse parità di retribuzione e parità di diritti nei luoghi di lavoro – sono il frutto di lunghe campagne di sindacalisti ed attivisti. Il TUC – continua la Hoey – dovrebbe forse parlare con le donne lavoratrici greche, e capire come esse siano state trattate dall’Unione Europea, prima di prodursi in tali affermazioni”.

Simili mistificazioni, volte a dipingere l’UE come un organismo benevolo, pronto ad elargire diritti e tutele, sono state ripetute, senza alcuna smentita, per molti anni. La verità, naturalmente, è molto diversa. La lotta per la parità dei salari, in Gran Bretagna, è una lotta antica. Giova ricordare, infatti, che il TUC approvò – con voto unanime – una risoluzione a sostegno della parità di retribuzione nel lontano 1888. Il Labour Party incluse una carta dei diritti dei lavoratori dipendenti (che comprendeva il diritto alla parità di retribuzione a parità di lavoro) nel suo manifesto politico del 1964; pochi anni dopo, nel 1970, il governo di Harold Wilson promulgò, in materia, l’Equal Pay Act, promosso dalla deputata laburista Barbara Castle. Questa legge fu il risultato di una crescente mobilitazione da parte dei lavoratori britannici, che incluse lo sciopero delle tessitrici della Ford di Dagenham nel 1968 e l’agitazione condotta dalla Campaign for Women Equal Rights, culminata in una grandiosa manifestazione di massa nel 1969.

I sostenitori dell’Unione Europea ignorano questi sviluppi storici, e sottolineano invece come il Trattato di Roma del 1957 (istitutivo della Comunità Economica Europea) includesse il principio della parità di retribuzione a parità di mansione nell’articolo 119 (ora recepito nell’articolo 141 del Trattato di Amsterdam). Tuttavia, il legale Richard Townsend Smith (grande esperto di legislazione anti-discriminazione) sottolineò, nel lontano 1989, che ciò, lungi dall’essere un esempio della natura progressiva della CEE (e poi dell’UE), avvenne principalmente come concessione al governo francese, che aveva già una legislazione sulla parità di retribuzione uomo/donna, e temeva che, qualora questa non fosse stata estesa a livello comunitario, le imprese francesi avrebbero potuto trovarsi in una situazione di svantaggio competitivo. Dunque, dobbiamo ringraziare i lavoratori francesi e le loro lotte, non le istituzioni della UE, per le leggi sulla parità salariale.

Ciò spiega anche perché la Commissione Europea avviò una procedura di infrazione contro la Gran Bretagna presso la Corte di Giustizia nel 1982, in base alle disposizioni dell’articolo 119 del Trattato che ampliò la portata delle norme in materia di parità di retribuzione affinché queste tutelassero anche il concetto di “lavoro di pari valore”.

E’ a questo punto che gli “euroentusiasti”, all’interno del movimento operaio, hanno cominciato a sostenere che i miglioramenti nel campo dei diritti dei lavoratori potessero essere ottenuti solo a livello europeo, abbandonando l’idea di utilizzare le strutture nazionali per cambiare democraticamente le leggi britanniche.

Oggi, essi sottolineano il fatto che l’UE abbia, a loro giudizio, promosso notevoli esempi di legislazione progressiva, anche in materia di tutela della maternità, diritti di congedo parentale, lavoro part-time, orario di lavoro, lavoratori con responsabilità familiari e cura dei figli. Eppure, la gran parte della legislazione britannica sui diritti sociali e civili precede, e di molto, l’Unione Europea: basti pensare al Race Relations Act (1965 e 1968), alle leggi sulla protezione dei malati cronici e dei disabili (1970) ed al Sex Discrimination Act (1975). Anche le legislazioni su questi temi sono frutto di grande lotte e mobilitazioni del movimento operaio.

Nella pratica, i paesi dell’UE presentano, ancora oggi, un notevole divario retributivo di genere, a 60 anni dall’adozione del Trattato di Roma. Infatti la legislazione in materia varia ampiamente in tutti i paesi membri. Ciò che gli euro-entusiasti non vogliono farvi sapere, ad esempio, è che, con 52 settimane, la Gran Bretagna ha praticamente il miglior congedo di maternità in Europa: il minimo di legge ai sensi del diritto dell’Unione Europea è di appena 14 settimane. La Gran Bretagna non è la migliore per l’indennità di maternità, che viene pagata su una scala variabile, con solo le prime sei settimane pagate al 90 per cento dello stipendio.

Tuttavia, giova ricordare che un nuovo progetto di direttiva europea sul congedo di maternità proposto nel 2008, riguardante l’aumento del congedo minimo di maternità a 20 settimane, è stato tranquillamente ritirato dalla Commissione europea nel Luglio del 2015. Secondo il rapporto dell’organizzazione non-governativa EuroActiv.com, il disegno è stato sacrificato sull’altare della promozione di ulteriori misure di austerità, tramite il progetto REFIT (nominalmente volto a snellire e semplificare la burocrazia e la legislazione nei paesi membri).

Secondo la coordinatrice della Lobby Europea delle Donne Mary Collins, “Forze conservatrici e religiose in ascesa, ed attori politici di estrema destra incidono negativamente sui diritti delle donne e mettono in discussione la nozione stessa di diritti – soprattutto nella sfera sessuale e riproduttiva – che sono stati conquistati con dure lotte dalle precedenti generazioni di donne e uomini. Le misure di austerità economica sono state usate come una scusa per smantellare la parità di genere in tutti gli stati membri. Un caso emblematico è quello della Slovenia, dove le donne solevano godere del 100 per cento del salario durante il congedo di maternità; ciò è stato ridotto del 90 per cento nel corso degli ultimi anni”. Secondo il rapporto EuroActiv, tutte le proposte volte a migliorare il trattamento di maternità per le donne europee sono state vittima della sistematica e strenua opposizione del commissario Frans Timmermans.

Malin Bjork, eurodeputata svedese, ha affermato: “Questi continui attacchi ai tentativi di migliorare, su scala continentale, i livelli minimi in materia di trattamento di maternità sono particolarmente gravi, perché contraddicono il presunto impegno dell’Unione per l’uguaglianza di genere e per un efficace equilibrio vita-lavoro per le donne e gli uomini in Europa. Ciò crea un pericoloso precedente: si sacrificano standard sociali in nome di oneri amministrativi”.

L’idea che l’UE, che ha imposto a milioni di persone le odiose misure di austerità, in particolare in paesi come la Grecia, e che è impegnata a promuovere privatizzazioni di massa ed accordi come il TTIP, possa essere in qualche modo ideologicamente legata a concetti di uguaglianza, pur servendo fedelmente il capitale delle grandi multinazionali, è semplicemente assurda.

 

di Brian Denny

*Brian Denny è portavoce della campagna “Sindacalisti contro l’UE”

(traduzione dall’inglese a cura di Andrea Genovese)

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