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La libertà di chi

In un mondo in cui tutto è di proprietà di qualcuno se un ricco e un povero marciano a fianco per rivendicare un diritto, quando lo conquisteranno esso apparterrà solo a chi se lo può permettere.”

Questa perfetta sintesi di un intellettuale “disorganico” che ho la fortuna di annoverare fra i miei amici esprime esattamente il mio pensiero.

In ogni epoca le classi dominanti hanno imposto i LORO valori, i loro principi, le loro libertà.

Quando ancora non erano loro i padroni, la rivendicazione di quelle libertà, serviva a chiamare a raccolta TUTTE le classi sociali nella lotta contro il vecchio regime.

Contro i tiranni e la “dittatura”.

Le rivoluzioni si fanno per distruggere le vecchie galere non per costruirne di nuove.

Quando una rivoluzione depone i vecchi dominatori, e a essi sostituisce i nuovi, quelle libertà, agitate come universali diritti di tutti, diventano “PRIVILEGGI” per chi monopolizza nelle sue mani tutto il potere economico e politico.

Sulle macerie della Bastiglia, si costruisce un nuovo diritto, una nuova legge e la ghigliottina, nata per tagliare la testa ai re e ai tiranni, finisce per assolvere al più plebeo ruolo di togliere di mezzo i nuovi oppressi.

Jean-Jacques Rousseau, che di democrazia se ne intendeva, scriveva … “La democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi.”

E non si rendeva conto che stava scrivendo l’epitaffio sulla tomba del suo “contratto sociale” e della sua “utopia“, frutto della fervida immaginazione di una classe ai suoi primi vagiti.

In un mondo diviso in classi non esistono diritti “comuni” da rivendicare assieme.

Perché non esiste una condizione paritaria di accesso a quei diritti, una UGUAGLIANZA sostanziale fra gli individui che compongono la società.

I diritti individuali dei cittadini, sono una ASTRAZIONE sulla quale si costruisce l’egemonia culturale e politica dei “cittadini borghesi”.

I diritti, in una società basata sul mercato di risorse umane e materiali, dipendono dalla capacità che ognuno ha di comprarseli.

Ora è ovvio che nessuno può decidere sulle “sensibilità” altrui.

Ognuno lotta a suo modo e la “spontaneità” dei processi e dei movimenti che la crisi genera sono un fatto che non possiamo esorcizzare.

Non è quindi questione di “battaglie ideologiche“, anche perché non c’è nessun soggetto capace di intestarsene.

Bisogna solo comprendere quale è lo sbocco NATURALE a cui porterà il periodo storico che stiamo attraversando.

Per coglierne la tendenza e collocarsi senza lasciarsi incantare da fenomeni che fra 50 anni saranno derubricati come “mode”.

Io sono fermo a una assunzione teorica che, per quanto mi riguarda, ha il valore di un assioma.

Qual’è la contraddizione centrale attorno alla quale si gioca il presente e si giocherà il futuro dell’umanità?

Quella fra capitale e lavoro. Fra padrone e operaio.

Tutto ciò che porta alla luce e alla coscienza degli sfruttati questa contraddizione.

Tutte le lotte, i conflitti, le esperienze, che SEPARANO il lavoro dal capitale e contribuiscono a costruire l’unità degli operai sui loro interessi materiali presenti e futuri, sono rivoluzionarie.

Tutto ciò che tende a nascondere questa contraddizione, a declassarla, a confonderne i caratteri, a creare ponti con parti della borghesia insoddisfatte di come vanno le cose a casa loro, è reazionario, a voler essere benevoli “riformista”, con tutto quello di negativo che questo termine rappresenta.

Corollario a questo assioma è che tutte le lotte interclassiste vanno nella direzione opposta, non ad astratti “principi del comunismo”, ma allo sviluppo del processo rivoluzionario.

Tutto ciò che non è lotta CLASSE CONTRO CLASSE rafforza l’esistente.

Fa parte del gioco delle parti dentro gli steccati della democrazia e i paletti imposti dal mercato.

Come sempre, sarà la storia a dirci chi ha ragione.

A indicarci quali elementi saranno quelli che conteranno e che innesteranno il processo di distruzione dell’esistente, e quali serviranno solo a vivacizzare gli ultimi giorni (o secoli) di una società morente.

Provate a scavare dentro la sostanza dei vostri tanto decantati “diritti civili”.

Scoprirete che sono fatti della stessa pasta di cui è composto l’UNICO diritto per il quale un borghese è disposto a perdere l’anima e il decoro.

Il diritto alla proprietà.

* da Facebook

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