Durante la pandemia girava una frase: “non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”. Oggi, con ancora negli occhi le oceaniche manifestazioni per la Palestina e a supporto delle flotille degli ultimi mesi, non possiamo che farla nuovamente nostra.
Perchè in quelle giornate milioni di persone si sono ritrovate e riconosciute in qualcosa. Nella rabbia per il genocidio in corso e nel sostegno incondizionato alla Palestina, così come nell’identificazione chiara che il problema è il progetto sionista e che il terrorismo è quello che sta praticando Israele da 77 anni.
Ma non solo. Perché quelle piazze hanno condiviso una radicalità che non si vedeva da decenni. Una radicalità espressa nel praticare il “blocchiamo tutto”, dai porti, alle autostrade, alle stazioni, alle scuole, all’università, ai posti di lavoro. Ma soprattutto una radicalità di pensiero, nel senso di andare alla radice del problema.
In questo senso, la rabbia per il genocidio che ormai è sotto gli occhi di tutti si è collegata immediatamente a un’altra consapevolezza, per la quale dobbiamo ringraziare la resistenza palestinese: il governo Meloni, le opposizioni di centro-“sinistra”, i mass media, l’UE, le “democrazie” occidentali, continuano a mentirci spudoratamente.
Le letture e le aspettative che ci vengono propinate quotidianamente non corrispondono alla realtà dei fatti. Non lo fanno in Palestina, quando spacciano per “pace” una “tregua” traballante in cui centinaia di palestinesi continuano a essere uccisi. E non lo fanno nelle nostre vite, quando di fronte ad affermazioni sulla crescita o le “pari opportunità”, la maggioranza della popolazione e delle donne vive nella difficoltà di arrivare a fine mese e nella discriminazione.
In contrapposizione a tutto questo, ciò che si è rappresentato in quelle giornate di mobilitazione è stato un immaginario potente che ha fatto camminare fianco a fianco portuali, persone che hanno scioperato e manifestato per la prima volta nella vita, studenti e studentesse delle università e delle scuole, donne, abitanti delle borgate e delle province, vigili del fuoco, precarie e precari, libere soggettività, famiglie.
I nostri governi hanno passato decenni a cercare di frammentare il mercato del lavoro, a demolire la collettività in favore dell’individualismo, eppure in quelle giornate eravamo insieme, ognuno portando il suo contributo per qualcosa che in quel momento era sentito come più grande e più importante dei propri specifici, delle proprie quotidianità.
E questo vale anche per noi donne e libere soggettività che ci siamo ritrovate nelle piazze, nelle borgate e nelle riunioni per parlare di Palestina, di colonialismo, di scioperi, di guerra e di ricadute sui nostri quartieri, mettendo da parte anche le nostre specificità “in quanto donne” o “in quanto queer”, per affrontare insieme quella che era la questione indiscutibilmente principale. Quella che, come si dice spesso, ci ha fatto mettere in campo tutti i nostri corpi, ma che stavolta più che mai ci ha fatto mettere in gioco le nostre teste, le nostre convinzioni, le nostre vite.
Ciò che si legge nei sondaggi è vero: in termini relativi – a fronte di un disinteresse crescente soprattutto tra i più giovani – c’è un protagonismo femminile crescente nell’attivismo e nella politica, e non è un caso, perché siamo tra quelle che più risentono della doppia oppressione, in quanto donne e in quanto facenti parti di quella maggioranza che non arriva a fine mese. E per questo forse possiamo comprendere così tanto l’oppressione di altre categorie e di altri popoli, anche se lontani migliaia di chilometri da noi.
E l’abbiamo visto in quelle piazze, nella rabbia dei nostri cori contro il genocidio e la guerra ma anche nel senso di liberazione con cui chi ci vedeva passare gridava con noi quel semplice ma efficace “Meloni, Meloni, vaffanculo!”. Che detto da donne e persone queer assume ancora più significato, nel rifiuto di essere accostate in qualsiasi modo a Giorgia Meloni solo perché facenti parti dello stesso genere.
E nell’affermare che né lei né Schlein né Von der Leyen né altre possono sentire di rappresentarci più di altri solo in quanto donne. Questo ci ha fatto ricordare, ancora una volta, quanto al di là del genere la differenza sta tra chi ha potere e chi lo subisce. E che nessuna liberazione, nè per il popolo palestinese, nè per le donne e persone queer, potrà avvenire se non sovvertiamo questo schema.
Perché è un sistema intero che è basato sull’oppressione e la violenza e il problema è proprio la sua “normalità” di funzionamento: quella che produce guerre, genocidi, colonialismo e razzismo, così come precarietà, sfruttamento, povertà, violenza di genere e dinamiche patriarcali. D’altro canto, questo sistema è evidentemente in crisi e sta dimostrando quanto non regga più, per la maggior parte della popolazione, né dal punto di vista economico, né sociale, né valoriale.
Abbiamo quindi una scelta: continuare a provare a migliorarlo o provare a ribaltare gli schemi, facendo quanto è in nostro potere costruire un’alternativa. È la metafora del distributore di merendine che non funziona: sappiamo già che non funziona ma continuiamo ad arrabbiarci e a dargli pugni per vedere se tira fuori la nostra merendina. Tuttavia, per quanto sia liberatorio colpirlo, non lo farà e prima lo capiamo, prima sapremo che dobbiamo rivolgerci a un altro distributore.
La scelta per noi è di non tornare alla normalità. Abbiamo visto la potenza di quella collettività, degli scioperi e delle manifestazioni e le reazioni scomposte del governo ci hanno fatto capire che era il modo giusto per colpirlo. Abbiamo bloccato tutto e siamo pronte a rifarlo, ma sappiamo anche che è il momento di sedimentare quella forza organizzandoci nei nostri quartieri, nelle nostre realtà di provincia, sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, fra la nostra gente. Perché in Palestina si continua a morire, perché il governo e l’UE continuano a finanziare spese militari invece che spese sociali, perché siamo stanche di vivere una vita di precarietà. E non siamo le sole.
Infatti, il movimento per la Palestina e contro questo governo della guerra continua a camminare, a trasformarsi e a intrecciarsi con altri percorsi: lo vediamo con le assemblee operative e le mobilitazioni cittadine per la Palestina, con le iniziative e le manifestazioni che organizziamo nei nostri quartieri popolari, con le assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori di queste settimane, con le mobilitazioni contro la violenza sulle donne e di genere del 22 e 25 novembre e con lo sciopero e la manifestazione nazionale del 28 e 29 novembre contro la Finanziaria di guerra.
Alcuni passi sono tracciati ma sta a noi percorrere la strada verso un cambiamento reale. E vogliamo farlo a partire da quello che ci riesce meglio, dalla nostra gente, dai nostri territori, lavorando per bloccare tutti i meccanismi di oppressione con cui ci confrontiamo quotidianamente, dalla Palestina, alla violenza sulle donne e di genere, fino alle nostre borgate.
Vogliamo confrontarci su questo, e non solo, mercoledì 29 ottobre alle ore 18 al circolo GAP, via dei Sabelli 23. Dalle piazze ai nostri quartieri, mettiamo le radici per cambiare tutto!
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