L’occupazione rimossa, la guerra eterna.
Indipendentemente da come la si pensi su Hamas, c’è un punto che precede ogni giudizio: Hamas è un soggetto storico reale, collocato in un conflitto asimmetrico che dura da decenni. Non un corpo estraneo piovuto dal cielo, bensì una forma di organizzazione nata dentro una società sotto assedio.
Secondo punto. Il marchio di “organizzazione terroristica” viene apposto solo da una minoranza numerica di Stati, concentrata nel blocco euro-atlantico a sostegno dell’ideologia sionista. Non è stato un tribunale internazionale a stabilirlo. Gli Stati Uniti hanno marchiato a fuoco Hamas nel 1997, mentre l’UE nel dicembre del 2001.
Dall’altra parte del mondo, quella stessa etichetta viene respinta. Hamas viene letta come un prodotto della storia palestinese: della sconfitta del nazionalismo laico, del fallimento degli accordi di Oslo, dell’occupazione permanente. A differenza di gruppi come Al-Qaeda o l’ISIS, designati come terroristici dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Hamas non ha mai ricevuto questa classificazione. Per l’ONU, Hamas è tecnicamente un “attore politico e militare” che governa la Striscia di Gaza, parte di un movimento di liberazione nazionale contro l’occupazione.
Il 25 gennaio 2006 le urne per il Consiglio Legislativo Palestinese restituirono un esito netto, privo di ambiguità. La lista Cambiamento e Riforma portò Hamas a una vittoria piena: 74 seggi su 132, abbastanza per governare senza alleati. Fatah si fermò a 45 seggi, segnando una sconfitta che aveva il peso di una resa dei conti interna al campo palestinese.
L’affluenza, alta e difficilmente contestabile, raggiunse il 74,6%. Un dato che racconta partecipazione, aspettative, fiducia nel voto.
Tiriamo giù un paio di numeri. Su 193 Stati membri delle Nazioni Unite, la stragrande maggioranza – oltre 150 Paesi – non ha inserito Hamas in una lista nera. Stati come la Turchia, il Qatar, la Russia e la Cina intrattengono regolari rapporti politici o diplomatici con i leader di Hamas.
C’è poi un’altra questione, che chiama in causa la coerenza, non l’ideologia. Se Hamas è “terrorismo puro”, “criminale”, fuori da ogni cornice politica, per quale motivo ci si tratta? Perché esistono tavoli negoziali, mediazioni ufficiali e ufficiose? Perché si negoziano tregue, scambi di prigionieri, cessate il fuoco, passaggi umanitari? Con i terroristi, per definizione, non si negozia. Li si combatte. Punto.
Il paradosso raggiunge il suo picco sotto questa amministrazione Trump. Mentre la retorica pubblica resta inchiodata alla parola “terrorismo”, nei fatti Hamas viene riconosciuta come interlocutore funzionale alla gestione di Gaza. A tal punto che le viene attribuito un compito che dice tutto: mantenere l’ordine interno. Polizia. Controllo sociale. Contenimento di altri gruppi armati. Il lavoro sporco della stabilità.
Non è questione di assolvere o meno Hamas. È questione di smettere di mentire su ciò che è. Ogni conflitto narrato come una fiaba etica – da un lato i giusti, dall’altro creature disumane – non chiarisce nulla. Ogni storia di liberazione dall’occupante, quando viene privata delle sue cause materiali e ridotta a patologia morale, viene condannata due volte: prima nella comprensione, poi nella possibilità di una soluzione reale.
Chi cancella l’occupazione, la rimuove anche dal futuro. E resta soltanto la guerra perpetua.
* da Facebook
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