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Difendere la magistratura?

La sinistra che difende la magistratura è la “sinistra” che non ha mai lottato. A marzo una parte larga della sinistra italiana è andata a difendere le toghe. Referendum sulla separazione delle carriere, vittoria del No, magistratura salutata come argine contro la deriva autoritaria del governo Meloni. Poche settimane dopo, la procura di Pisa notifica a cinquantaquattro persone la chiusura delle indagini.

Centoquaranta capi d’imputazione che accorpano mesi di mobilitazione, dal blocco di un treno carico di materiale militare diretto a Israele fino alle strade interrotte durante lo sciopero contro un genocidio in corso. Lo stesso potere giudiziario, lodato come baluardo della democrazia, consegna alla macchina penale chi prova a tenere viva quella democrazia.

La contraddizione spiega molte cose.

La politica, mai oggi, richiede più realismo che ideologia. Una volta superato l’infantilismo che la legge sia necessariamente qualcosa di “giusto” e da difendere a priori, dobbiamo ricordare che la magistratura è un apparato dello Stato. La sua funzione costante consiste nel difendere l’ordine legale vigente e nel trattare come reato la sua rottura.

Chi blocca i binari per fermare le armi rompe quell’ordine, e l’apparato fa quello per cui esiste. Aspettarsi che diventi il presidio del dissenso somiglia a chiedere al cane da guardia di azzannare il padrone.

La storia italiana lo conferma senza ambiguità. Non è storia antica, basta vedere gli ultimi 80 anni, qui, in Italia. Caduto il fascismo, la magistratura restò la stessa. L’epurazione fallì quasi del tutto, e i magistrati che avevano servito il regime continuarono a giudicare sotto la Repubblica, applicando il Testo Unico fascista di pubblica sicurezza contro scioperanti e braccianti per tutti gli anni Cinquanta, finché fu la Corte costituzionale, nel 1956, a cominciare a smontarne le norme.

Nel frattempo l’amnistia del 1946 restituiva la libertà ai responsabili dei crimini fascisti, mentre i partigiani finivano alla sbarra per la loro guerra di liberazione.

Negli anni Settanta vennero i teoremi. Il 7 aprile 1979 il sostituto procuratore Pietro Calogero fece arrestare Toni Negri e i quadri dell’Autonomia operaia sulla base di una costruzione accusatoria che i processi avrebbero poi disfatto pezzo per pezzo, dopo anni di carcerazione preventiva. Il dissenso operaio veniva ridotto a banda armata.

Niente di tutto questo appartiene a un passato chiuso. Il teorema associativo contro Askatasuna a Torino ha retto per anni nelle mani della procura e della Digos, fino a sgretolarsi in tribunale il 31 marzo 2025, quando i giudici hanno riconosciuto le battiture ai cantieri come gesti simbolici e le casse di resistenza come solidarietà.

L’apparato aveva comunque ottenuto il suo scopo, perché lo sgombero del centro è arrivato lo stesso, a dicembre, senza nemmeno una disposizione giudiziaria.

Pisa è il capitolo seguente. Un solo grande fascicolo accorpa mesi di lotta contro il genocidio e ci finisce dentro un movimento intero, dall’università ai sindacati di base, fino a un ex consigliere comunale come Ciccio Auletta. Intanto il decreto sicurezza fa piovere multe da mille a diecimila euro su chi il 12 marzo fermò il convoglio delle armi.

Le eccezioni esistono, e vanno nominate con rispetto. Magistratura Democratica nacque a Bologna il 4 luglio 1964 dall’idea che il diritto potesse criticare l’ordine esistente invece di limitarsi a conservarlo. Conta oggi intorno ai novecento aderenti su quasi novemila magistrati in servizio, uno su dieci. Esistono singole toghe che hanno pagato di persona la propria indipendenza. Una corrente coraggiosa, però, resta una minoranza dentro un corpo che per i restanti nove decimi svolge il proprio mestiere d’ordine.

Un apparato si giudica dalla sua funzione e dalla parte verso cui pende quando è il conflitto sociale e non la legge a decidere cosa sia giusto o meno. Lo era lottare per i diritti dei lavoratori, lo era lottare contro le leggi razziali, lo è lottare contro un genocidio. La buona coscienza di alcuni suoi membri lascia comunque intatto l’intento di punire la coscienza.

La domanda che io mi faccio è un’altra. Da dove viene questa “sinistra” che ha scoperto nel magistrato o nel giudice il proprio alleato naturale? Viene dagli anni del berlusconismo, quando l’antiberlusconismo prese il posto della lotta di classe e si delegò alle procure il conflitto che si smetteva di portare nelle strade e nelle fabbriche.

Una “sinistra” che, avendo rinunciato a combattere, venera l’unico potere che le sembra ancora opporsi alla destra, e continua a venerarlo mentre quello stesso potere incrimina cinquantaquattro attivisti per la Palestina. Chi è sceso in piazza per anni conosce bene la magistratura, ma dal lato dell’imputato, da quello di chi riceve il foglio di via e aspetta per anni un processo che dissangua il movimento prima ancora di arrivare a sentenza.

Il realismo politico l’ho invocato per non confondere l’apparato che vorremmo con l’apparato che lavora. La toga non sta dalla nostra parte. Lo sanno le poche persone che, dentro quel corpo, lo hanno tradito per restare dalla parte giusta che non coincide sempre con la legge.

Voi avete visto chi legifera, vero?

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