Ieri sera il generale Vannacci ha mostrato di essere un politico di infimo livello, senza argomenti, sconclusionato, del tutto privo di una lettura del paese e delle sue strutture sociali ed economiche. Dico questo non perché è un fascista. Certo, quello è il principale motivo per contestarlo.
Dico che è un politico senza arte né parte nel senso che non possiede alcun talento che non sia quello del tribuno, dello squallido populista che parla alla pancia della gente disorientata dal tracollo del sistema democratico italiano. Una volta al governo questo personaggio non saprebbe da dove cominciare e sulle grandi questioni finirebbe come una Giorgia Meloni qualsiasi.
Il punto non è però quello. La storia ci insegna che per prendere i voti non occorre essere dei grandi geni della politica. E sicuramente Vannacci, sebbene sia politicamente uno scappato di casa, ha la possibilità di crescere elettoralmente, pur senza avere alcuna qualità di governo.
È questo che mi sembra che non abbiano del tutto afferrato Lilli Gruber e Lina Palmerini. Durante la trasmissione hanno cercato di prenderlo in castagna, hanno messo in evidenza le sue contraddizioni, le sue incoerenze, la vacuità della proposta politica… Come dicevo però il successo di Vannacci non dipende dalla qualità della sua proposta, né dal suo vero talento politico.
La sua rapida crescita elettorale dipende in larga misura dalla parvenza di sovversivo, di personalità non incasellabile nel modello di politico a cui invece pensano Gruber e Palmerini.
Vannacci è un vero fascista. E questo va compreso non in senso morale, ma nei suoi risvolti pratici. Il suo consenso deriva dalla capacità di catalizzare i sentimenti sovversivi della classe meno sovversiva, quella meno disposta a mobilitarsi, ovvero la piccola borghesia, quel ceto medio-basso pesantemente colpito dal declino dell’Italia, dall’inflazione, dal depauperamento del lavoro e dal tradimento degli ideali di benessere promessi dal neoliberismo.
La piccola borghesia è una classe arrabbiata, deresponsabilizzata, che cova un profondo rancore, una profonda ostilità verso quei ceti sociali che invece appaiono “integrati” ai modelli sociali e di benessere. L’odio verso “la sinistra” deriva principalmente da questo.
L’elettore di sinistra è spesso odiato perché identificato con la figura di chi si adegua e sa stare dentro l’ordine politico vigente, traendone privilegi. Appare come il borghese soddisfatto, tutto sommato benestante e ipocrita, capace di mobilitarsi per cause percepite come “astratte” (giustizia sociale, immigrati, razzismo, omofobia…), mentre si disinteressa di questioni materiali più concrete, perché in fondo non toccato realmente dalla crisi e dunque privilegiato.
Lasciamo stare se questa lettura corrisponda al vero. Nel momento in cui Gruber e Palmerini cercano di prendere in castagna Vannacci, contrariamente a quello che le due giornaliste possono pensare, gli fanno un favore. Ribadiscono la sua estraneità al sistema. Il suo essere un politico lontano dalle “ipocrisie di sinistra”, “non-integrato”, dunque espressione reale dei sentimenti “non-integrati”.
Lo stesso razzismo di Vannacci, il maschilismo, l’omofobia, le scemenze sui rimpatri – non c’è dubbio, Gruber e Palmerini hanno ragione – sono chiari esempi di inconsistenza politica. Agli occhi dell’elettorato tradito dalle promesse di benessere neoliberale sono invece espressioni di quel sovversivismo che danno forma e contenuto alla rabbia maturata dal suo sentimento di esclusione dalla vita politica, dal suo desiderio di liberarsi della politica degli “integrati”, dalla sua aspirazione – passatemi il termine – “rivoluzionaria”.
Reazionaria, razzista, autoritaria, quello che volete: agli occhi di questa parte di paese è pur sempre una “rivoluzione” dalla quale sperano di poter trarre qualche beneficio.
Del resto, ricordiamocelo, anche il fascismo mussoliniano si autorappresentava come “rivoluzionario”. Vannacci non va dunque alimentato puntando la lente su ciò che lo fa apparire sovversivo. Va smascherato perché in realtà tutta la sua politica nasce nel perimetro di idee e progetti che mirano a proseguire il lavoro di Giorgia Meloni, ovvero la protezione degli interessi della parte più ricca del paese.
L’unica domanda davvero appropriata di Gruber è stata infatti quella sulla patrimoniale, che Vannacci naturalmente ha rifiutato.
Ma è lì che andava messo al muro: sulla questione sociale, sul lavoro, la povertà, la disoccupazione, la crisi industriale, il declino culturale. Da fascista quale che è, Vannacci cerca di saldare i sentimenti della piccola borghesia agli interessi del capitale.
Scarta dunque tutti quegli argomenti che mostrano quanto in realtà a lui degli interessi sociali dei ceti offesi non freghi un bel nulla, come appunto la patrimoniale di cui beneficerebbe proprio l’elettorato arrabbiato che lo sostiene. Ne cavalca però i sentimenti, dà forma e contenuto alla sua rabbia.
Ma è un fascista classico: si appoggia alla piccola borghesia per fare solo ed esclusivamente gli interessi della grande.
* da Facebook
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massimo
Articolo preciso, chiaro. Lo definirei: chirurgico. p.s. Gruber e Palmerini esponenti di una “presunta” sinistra perbene/europeista, ovviamente, non ci capiscono niente di niente.