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Proporzionale puro. La stagione dell’impostura deve chiudersi, ora

Che roba, questa democrazia. È diventata un teatro dove le poltrone sono assegnate prima ancora che si apra il sipario, e noi siamo solo spettatori obbligati a comprare un biglietto per uno spettacolo che non ci piace. Preferisco, senza se e senza ma, un sistema proporzionale puro, privo di quelle soglie di sbarramento che sono come recinti per non far scappare le idee di minoranza, e libero da quell’osceno meccanismo delle liste bloccate che è un’offesa alla dignità: una lista di fedeli sudditi imposta da un segretario di partito che si crede il padrone del mondo.

Preferisco il ripristino pieno delle preferenze, perché ho bisogno di guardare in faccia chi mando in Parlamento, non di consegnare una delega in bianco a un fantasma scelto dal capocorrente di turno.

C’è una ferita che pulsa sotto la pelle di questa società: la prigione del cosiddetto “voto utile”. Ci hanno convinto che dobbiamo votare per paura, per scegliere il male minore, come se la politica fosse un menù di veleni dove devi solo decidere quale ti uccide più lentamente. È un ricatto intollerabile.

Preferisco la libertà di esprimermi secondo la mia reale identità politica, di votare per un progetto che mi appartiene, invece di sentirmi un complice in un gioco di strategia al ribasso. Quando il voto cessa di essere un calcolo contabile per diventare un’adesione convinta, allora sì che si riaccende quella partecipazione civile che oggi sembra un reperto archeologico.

E preferisco, di gran lunga, che le preferenze ristabiliscano quel legame territoriale, quella carne viva del rapporto tra eletto ed elettore, che le liste calate dall’alto hanno tagliato come se fossero rami secchi.

E poi arrivano i soloni della “stabilità”, quei maghi della conservazione che agitano lo spettro della frammentazione. Mi dicono che con il proporzionale puro il governo crollerebbe ogni martedì. A costoro rispondo con la severità che la verità richiede: la stabilità che invocano è solo la stabilità del cimitero, un silenzio di tomba dove nessuno osa discutere.

Io preferisco mille volte una democrazia che fa rumore, che litiga, che riflette la complessità di questo paese, piuttosto che la simulazione di ordine di un sistema elettorale che appiattisce tutto, censura il dissenso e trasforma il Parlamento in una caserma di numeri precostituiti. La frammentazione non è un difetto, è la fotografia onesta di quello che siamo.

Temono le correnti estreme? Che le espongano alla luce! La migliore medicina contro l’estremismo non è chiuderlo fuori, alimentando il vittimismo di chi si sente martire della democrazia, ma costringerlo alla responsabilità di governare o di confrontarsi nel parlamento. Il proporzionale puro non è un salto nel buio, è un atto di coraggio.

Chi ha paura del giudizio libero del corpo elettorale è, per definizione, inadatto a rappresentarlo. Preferisco che il peso di ogni voto sia identico e che il parlamento torni a essere il riflesso reale, complesso, tumultuoso e vivo del paese, e non la mera proiezione degli interessi di pochi plenipotenziari.

La stagione dell’impostura deve concludersi ora.

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