La “finestra di Overton” (sociologo statunitense) è il confine del dicibile: lo spazio delle idee che, in un certo momento storico, una società considera legittime nel dibattito pubblico.
Ciò che oggi appare inaccettabile può domani diventare normale. Ed è proprio per questo che quando quel confine viene violato, non si tratta di una semplice provocazione, ma di uno spostamento profondo della cultura politica.
C’era una volta la “finestra di Overton“: un concetto utile, quasi didattico, per descrivere l’insieme delle idee che una società considera accettabili nel dibattito pubblico. Fuori da quel perimetro non c’è solo ciò che è “impopolare”, ma ciò che viene percepito come inconcepibile, indicibile, inammissibile.
In una democrazia matura, il compito della politica e del giornalismo non consiste soltanto nel discutere ciò che sta dentro quella finestra: è anche nel presidiare il confine che separa il legittimo dall’illegittimo, il discutibile dall’indicibile, il controverso dall’inaccettabile.
L’altra sera, su La7, quel confine non è stato soltanto oltrepassato. È stato rotto.
L’ospite era Roberto Vannacci, europarlamentare, ex generale, leader di Futuro Nazionale. Di fronte a lui, Marianna Aprile e Luca Telese. La scena, in sé, è già familiare: un personaggio politico che si presenta come dissidente del buon senso comune, due giornalisti che provano a riportare la discussione su un terreno razionale, il pubblico che osserva il confronto e assiste a un ulteriore spostamento del dibattito.
Ma il problema è proprio questo: la ripetizione di questa dinamica non la rende neutra. La rende, al contrario, sempre più pericolosa. Perché ogni volta che il confine viene violato senza conseguenze reali, il giorno dopo quella violazione appare un po’ meno scandalosa.
Il tema centrale della serata era, ovviamente, la remigrazione.
Vannacci ha rilanciato la sua idea di rimpatriare gli immigrati che, secondo lui, non si assimilano alla cultura italiana, arrivando a ipotizzare la revoca della cittadinanza per chi possiede doppia nazionalità e delinque.
Non si tratta di una semplice proposta tecnica. Si tratta di una i che rovescia il principio stesso di cittadinanza, trasformandolo da condizione giuridica in possesso revocabile, subordinato a criteri culturali, identitari e, in ultima analisi, arbitrari.
La formulazione è importante. Quando un politico parla dell’immigrato come di un “ospite” che non si comporta secondo le regole e va accompagnato all’uscita, non sta facendo soltanto propaganda. Sta imponendo una gerarchia simbolica.
Sta dicendo che l’appartenenza alla comunità non è più una questione di diritto, ma di conformità. E quando questa idea viene espressa in prima serata, non come sfogo di un estremista isolato ma come posizione politica presentata con calma, lucidità e consapevole provocazione, il problema diventa più grave della singola frase.
Di fronte a tutto questo, i conduttori hanno fatto quasi tutto ciò che un’intervista deve fare: hanno contestato, incalzato, chiesto conto.
Hanno domandato quali fossero le coperture economiche, quale fosse la fattibilità di un simile progetto, con quali strumenti si dovrebbe realizzare una simile operazione. “Dove trova i soldi?”, ”Un politico deve assicurare le coperture di quello che promette”.
E Vannacci ha risposto: “Io non faccio il ragioniere. Io do un indirizzo politico.”
Qui si consuma uno dei paradossi più gravi del giornalismo contemporaneo. Il tentativo di riportare il discorso al piano della concretezza produce, spesso, l’effetto opposto: legittima la cornice di chi sta dettando l’agenda.
Si accetta la premessa e si discute il dettaglio. Si mette in discussione il metodo, ma non il contenuto. Si parla di costi, numeri, procedure, come se il nodo fosse amministrativo e non democratico.
Eppure il punto essenziale è esattamente l’opposto: non si tratta di capire come si farebbe una cosa simile; si tratta di riconoscere che proporla come politica pubblica è già un segnale di regressione civile.
Quando il dibattito si concentra sulla fattibilità di una misura che implica la ridefinizione selettiva della cittadinanza, il terreno è già stato spostato. Quando si chiede “quanto costerebbe?” invece di dire “questa proposta è incompatibile con un ordinamento democratico”, significa che la soglia è già stata abbattuta.
È così che si normalizza l’anormale: non con l’approvazione esplicita, ma con l’abitudine alla sua discussione. La vera vittoria, in questi casi, non è l’adesione immediata dell’opinione pubblica. È la trasformazione dell’inaccettabile in oggetto di conversazione ordinaria.
Il passaggio su Gramsci rende tutto ancora più limpido e più grave. Quando Telese osserva che Gramsci non c’entra nulla perché morì in carcere durante il fascismo, e Vannacci replica “ci fa piacere”, non siamo davanti a una semplice provocazione da talk show. Siamo davanti a un gesto politico deliberato.
Una frase così non nasce per chiarire, ma per segnare il terreno. Non serve a discutere, serve a mostrare che si è disposti a oltrepassare anche quel limite simbolico che, fino a poco tempo fa, avrebbe ancora provocato un immediato isolamento pubblico.
Ecco perché sarebbe un errore gravissimo liquidare la vicenda come una boutade, come una gaffe, come una volgare esagerazione televisiva. La gaffe è un errore involontario. Qui non c’è nulla di involontario. C’è una strategia comunicativa precisa: normalizzare il radicalismo, far apparire ragionevole ciò che ragionevole non è, costringere gli interlocutori a inseguire il proprio frame, e nel frattempo accreditarsi come figura che “dice ciò che gli altri non hanno il coraggio di dire”.
È una tecnica vecchia, ma oggi particolarmente efficace, perché si innesta su una cultura pubblica stanca, distratta, spesso più interessata allo spettacolo del dissenso che alla difesa dei principi democratici.
Ed è qui che occorre parlare con severità degli antifascisti. Non per rimproverarne la presenza, ma per denunciarne l’insufficienza. Da anni una parte dell’antifascismo italiano si accontenta di formule rituali, di indignazioni intermittenti, di appelli morali che non spostano nulla sul piano culturale.
Si risponde al nuovo autoritarismo con il lessico di sempre, come se bastasse ribadire che “il fascismo è morto” per impedirgli di riapparire sotto altre forme. Ma il fascismo, inteso come regime storico, è effettivamente finito.
Il problema è che il fascismo come cultura politica, come grammatica del comando, come idea gerarchica della società, non è mai davvero scomparso. Ha cambiato abiti, ha mutato lessico, ha imparato a parlare il linguaggio della televisione, dei social, del populismo identitario. E proprio per questo è diventato più insidioso.
Chi continua a dire che il fascismo è morto, oggi, si rende colpevole di una cecità politica che non è più innocente.
Perché non si tratta di un residuo marginale, né di una devianza folkloristica. Si tratta di una presenza organizzata, mediatica, istituzionale, capace di occupare spazi legittimi del discorso pubblico e di produrre egemonia simbolica.
Vannacci non è un nostalgico solitario che parla a una platea di reduci. È un europarlamentare, un ex generale, un volto televisivo, un soggetto politico che sa perfettamente dove si colloca e quale effetto producono le sue parole. Quando dice che la morte di Gramsci “ci fa piacere”, non commette un lapsus: manda un messaggio. E quel messaggio è rivolto tanto ai suoi sostenitori quanto ai suoi avversari. Ai primi dice che si può andare oltre. Ai secondi che il campo di battaglia è già cambiato.
La questione, allora, non è se ci troviamo ancora dentro il fascismo storico. Non ci siamo. La questione è se stiamo assistendo alla riemersione di un ethos politico che conserva tratti profondamente fascistoidi: l’ostilità verso il pluralismo, il disprezzo per l’eguaglianza sostanziale, la riduzione dell’altro a problema, l’uso dell’ordine come giustificazione di esclusione.
E la risposta, per chi abbia la volontà di guardare in faccia la realtà, è sì: quel nucleo è tornato visibile, legittimato, ascoltato, perfino premiato.
La vittoria dell’altra sera non è stata solo quella di Vannacci. È stata quella di un intero linguaggio politico che riesce a presentarsi come “sano realismo” mentre inocula nella discussione pubblica elementi autoritari. È la vittoria di chi trasforma la discriminazione in proposta amministrativa, la nostalgia gerarchica in buon senso identitario, l’aggressione simbolica in schiettezza.
Ed è una vittoria che non si misura solo nei sondaggi o nei minuti televisivi. Si misura nella capacità di spostare il senso comune, di rieducare il pubblico all’idea che certe parole siano ormai normali.
Ecco perché il problema non è, come si continua a ripetere, la copertura finanziaria. Quello è un dettaglio secondario, quasi irrilevante rispetto alla sostanza politica. Il problema vero è che si sta imponendo una grammatica della cittadinanza in cui i diritti diventano condizionati, reversibili, selettivi.
Una grammatica in cui la violazione dei principi democratici viene trattata come materia di discussione tecnica. Una grammatica in cui il giornalismo, invece di smontare la premessa, la accompagna nel suo tragitto verso la rispettabilità.
Per gli antifascisti, questo dovrebbe essere un allarme rosso. Non un invito alla nostalgia resistenziale, ma un richiamo alla necessità di tornare ad agire sul piano culturale, linguistico, educativo. Non basta dire che “non passeranno”, perché intanto sono già passati dentro i salotti televisivi, dentro le istituzioni, dentro il vocabolario quotidiano.
Non basta appellarsi alla memoria storica se poi si lascia che il presente riscriva senza opposizione il significato delle parole. Il fascismo non torna sempre con lo stesso volto. A volte si presenta con il sorriso, la divisa stirata e il linguaggio dell’efficienza.
Per chi, ancora oggi, insiste nel ripetere che “il fascismo è morto”, questa trasmissione dovrebbe bastare. Il fascismo come regime è finito, ma il fascismo come disposizione mentale, come modello relazionale, come idea di società fondata sull’esclusione e sulla gerarchia, è vivo.
E non vive ai margini. Vive nello spazio pubblico, nelle interviste, nelle reti televisive, nelle dichiarazioni calibrate per essere riprese e rilanciate. Vive nella capacità di occupare il centro del discorso senza più scandalizzare quanto dovrebbe.
La finestra di Overton, l’altra sera, non si è spostata: si è rotta. E quando una finestra si rompe, non basta commentare il vetro a terra o discutere il costo della riparazione. Bisogna riconoscere che qualcuno ha deciso di sfondarla. Bisogna dire chi l’ha fatto, perché l’ha fatto, e soprattutto che cosa entra da quel varco se non lo si richiude subito.
Perché ciò che entra, in questi casi, non è una semplice opinione in più. È un’idea di società che considera normale ciò che una democrazia dovrebbe respingere con fermezza assoluta.
* da Facebook
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