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L’urbanizzazione di massa nella società industriale

In questo libro del 1845, Friedrich Engels descrive gli scenari urbani di una metropoli industriale come Londra nella sua epoca. Il quadro che emerge è desolante ma presenta elementi di straordinaria similitudine con la vita sociale nelle metropoli capitaliste del XXI Secolo. Ne pubblichiamo un breve ma illuminante stalcio.

Già il traffico delle strade ha qualcosa di repellente, qualcosa contro cui la natura umana si ribella. Le centinaia di migliaia di individui di tutte le classi e di tutti i ceti che si urtano tra loro non sono tutti quanti uomini con le stesse qualità e capacità, e con lo stesso desiderio di essere felici? E non devono forse tutti quanti, alla fine, ricercare la felicità per le stesse vie e con gli stessi mezzi? Eppure si passano davanti in fretta come se non avessero nulla in comune, nulla a che fare l’uno con l’altro, e tra loro vi è solo il tacito accordo per cui ciascuno si tiene sulla parte del marciapiede alla sua destra, affinché le due correnti della calca, che si precipitano in direzioni opposte, non si ostacolino a vicenda il cammino; eppure nessuno pensa di degnare gli altri di uno sguardo. La brutale indifferenza, l’insensibile isolamento di ciascuno nel suo interesse personale emerge in modo tanto più ripugnante ed offensivo, quanto maggiore è il numero di questi singoli individui che sono ammassati in uno spazio ristretto; e anche se sappiamo che questo isolamento del singolo, questo angusto egoismo è dappertutto il principio fondamentale della nostra odierna società, pure in nessun luogo esso si rivela in modo così sfrontato e aperto, così consapevole come qui, nella calca della grande città.

La decomposizione dell’umanità in monadi, ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare ed uno scopo particolare, il mondo degli atomi, sono stati portati qui alle sue estreme conseguenze. È per questo che la guerra sociale, la guerra di tutti contro tutti, è dichiarata qui apertamente. […] Gli uomini considerano gli altri soltanto come oggetti utilizzabili: ognuno sfrutta l’altro, e ne deriva che il più forte si mette sotto i piedi il più debole, e che i pochi forti, cioè i capitalisti, usurpano ogni cosa, mentre ai molti deboli, ai poveri, a malapena resta la nuda vita. […]

Le case sono abitate dalle cantine fin sotto i tetti, sporche di dentro e di fuori, ed hanno un aspetto tale che nessuno vorrebbe abitarci. Ma questo è ancora niente di fronte alle abitazioni negli angusti cortili e nei vicoli tra una strada e l’altra, in cui si entra attraverso passaggi coperti tra le case, e dove la sporcizia e la rovina superano ogni immaginazione: qui è difficile trovare un vetro intatto, le mura sono sbriciolate, gli stipiti delle porte e le intelaiature delle finestre spezzati e sgangherati, le porte sono formate da vecchie tavole inchiodate insieme o non vi sono affatto, in questo quartiere di ladri non sono necessarie le porte, poiché non vi è nulla da rubare. Dappertutto sono sparsi mucchi di immondizie e di cenere, e l’acqua sporca gettata dinanzi alla porta si raccoglie in pozzanghere puzzolenti. Qui abitano i più poveri tra i poveri, gli operai peggio pagati, insieme con ladri, furfanti ie vittime della prostituzione in un miscuglio eterogeneo; la maggior parte sono irlandesi o discendenti di irlandesi, e coloro i quali non sono ancora naufragati nel gorgo della corruzione che li circonda, tuttavia ogni giorno scendono più in basso, ogni giorno di più vanno perdendo la la forza di contrapporsi all’influsso degradante della miseria, della sporcizia e dell’ambiente malsano”.

(F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845) Editori Riuniti, Roma, 1972)

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