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La didattica a distanza negli Stati Uniti. Una industria dell’istruzione da 600 mld di dollari

Mentre da noi in Italia imperversa il dibattito sulla didattica a distanza, proviamo a offrire ai lettori di Contropiano e agli insegnanti in particolare un’inchiesta sul mondo dell’istruzione statunitense alla prese, non da oggi, con la didattica a distanza.

Occorre sottolineare tre cose, al di là dell’emergenza sanitaria:

la prima è che dietro la didattica a distanza c’è un enorme giro di soldi, ma anche di speculazioni e frodi vere e proprie, certamente favorite dal mercato iperliberista statunitense;

la seconda è che spesso la didattica on line è stata utilizzata per supplire alla mancanza di istruzione per le fasce sociali più deboli, con forme di servaggio salariato ad opera di multinazionali come Starbucks, Amazon e Wallmart che “consentono” ai propri dipendenti di acquisire un titolo di istruzione superiore (in accordo con alcune università), coprendone i costi con prestiti da restituirsi tramite lavoro, ma limitandone le scelte, come mostra un’inchiesta pubblicata nel 2018 (leggi qui);

la terza è che sovente la qualità di questa istruzione, come dimostrano molti studi, è di dubbia qualità. Da un punto di vista di classe, la didattica a distanza non funziona per chi è meno solido in termini di formazione, e si profila come istruzione di serie B (sempre a pagamento!) per chi non se ne può permettere una migliore.

Dal che appare un’evidente contraddizione: la necessità di espandere la formazione come elemento decisivo nello sviluppo delle forze produttive che un’“economia della conoscenza” richiede, trova un limite proprio nel meccanismo di erogazione, ossia nei rapporti di proprietà privata dell’istruzione: ciò avviene sia nel caso delle costose e blasonate università americane, i cui studenti hanno sempre più difficoltà ad affrontarne i costi (problema che era già emerso con Occupy Wall Street, e che ha indotto molti studenti a laurearsi in Europa, spesso nell’Est Europa – mentre contemporaneamente gli USA ricorrono al furto di cervelli e di costi sostenuti da altri paesi per produrli); sia nel caso dell’istruzione on line, che non riesce a garantire la qualità delle normali lezioni in presenza.

Il modello statunitense è il modello delle “opportunità”, non dei diritti. Ma questo modello mostra la corda da qualche lustro e sembra poco probabile che esso possa essere sostenibile per lo stesso capitalismo, prima ancora che  per gli  studenti. Probabilmente, questo è un altro segnale di logoramento a cui la crisi sistemica ha indotto le società capitalistiche, anche quelle più avanzate.

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Mentre la pandemia chiude i campus, le scuole si affrettano a fornire istruzione a distanza.

di John Hechinger e Janet Lorin

Bloomberg Businessweek, 19 marzo 2020

Analisa Packham, economista che studia la sanità e l’istruzione, sembrerebbe particolarmente adatta per insegnare nell’era del Covid-19. Eppure lo scorso fine settimana, la trentenne assistant professor alla Vanderbilt University di Nashville si è resa conto che aveva molto da imparare sulla tecnologia.

Packham ha imparato a usare due software popolari per la videoconferenza, Zoom e Kaltura. Pensa di fare ricevimento via Skype e di produrre video TikTok per spiegare l’importanza dei buoni pasto nell’attuale crisi economica. Ha già registrato una videoconferenza per i suoi 41 studenti, ma è tutt’altro che soddisfatta. “Se fossi uno studente, non vorrei guardarla”, dice.

L’America ha 1,5 milioni di docenti universitari e, come Packham, il 70% non ha mai tenuto un corso virtuale prima, secondo la Bay View Analytics, agenzia di ricerca nel campo dell’istruzione. Per promuovere il distanziamento sociale durante la pandemia, le università stanno mandando gli studenti a casa in massa per imparare sui loro pc. Nel giro di poche settimane, alla fine delle vacanze di primavera, l’industria dell’istruzione superiore, che vale più di 600 miliardi di dollari, deve improvvisamente ricorrere a un approccio a cui molti hanno resistito a lungo: l’istruzione online.

Gli evangelizzatori dell’apprendimento a distanza plaudono alla promessa di un maggiore accesso e costi inferiori. Sperano che la crisi possa stimolare le istituzioni riluttanti ad accedere completamente al web, ma temono anche un potenziale disastro se le cose vanno male. “Le scuole che non hanno storicamente abbracciato l’istruzione online sono ora costrette a farlo”, afferma Michael Horn, co-fondatore del Clayton Christensen Institute for Disruptive Innovation e consulente sull’istruzione superiore. “Piuttosto che diventare un momento culminante per l’istruzione online, questa crisi potrebbe provocare un contraccolpo”.

La nazione ha avuto una precedente esperienza con l’educazione di emergenza di massa. Ciò è avvenuto dopo la devastazione dell’uragano Katrina nel 2005, che ha distrutto circa 20 college. Il Consorzio Sloan, un’associazione di college a sostegno dell’istruzione online, offrì lezioni virtuali gratuite provenienti da oltre 100 scuole. Al cosiddetto semestre Sloan si iscrissero più di 1.700 studenti. Tuttavia, i professori persero la cognizione degli studenti: si erano ritirati mentre cercavano un posto sicuro dove vivere o non potevano concentrarsi sul loro lavoro. “I maggiori problemi riguardavano le difficoltà della vita quotidiana”, secondo Jeff Seaman, direttore di Bay View Analytics, che ha lavorato al consorzio.

Ma in quel disastro, molti studenti potevano almeno fare affidamento su familiari e amici oltre la Louisiana e la costa del Golfo; non è così oggi, perché il virus sta causando il caos in tutto il mondo e gli studenti poveri, o quelli che vivono in regioni remote con un accesso precario al web, sono in sofferenza: una sfida per gli educatori di oggi.

Da allora l’istruzione online è cresciuta costantemente. Circa 2,4 milioni di studenti universitari, il 15% del totale degli studenti universitari a livello nazionale, hanno studiato interamente online nell’autunno del 2019, secondo la società di ricerca e consulenza Eduventures. Altri 3,6 milioni si sono iscritti a uno o più corsi online mentre studiavano nel campus. “Venti anni fa non c’era praticamente nulla”, afferma Brad Farnsworth, vicepresidente dell’American Council on Education, che rappresenta i college.

 

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