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Bisogni milanesi in un mondo che non c’è più

Se i lavoratori milanesi non potranno andare in ferie, succederà un pandemonio. Le ferie non si toccano. Provate a vivere in questo incubo di cemento e asfalto, che si estende da Paullo a Sesto Calende, da Novara a Lugano; provate a stare 4 ore in coda, dopo una gita a Varenna o a Varazze, e capirete cosa significa fame di vacanze, fame di ferie, voglia di sfondarsi di cibo e vino, musei e spiaggia.

Se sei nato e cresciuto a Bologna non puoi capire. Percepirai questa voglia di libertà a buon mercato, come il prezzo che la metropoli paga ai suoi abitanti per averli tenuti legati alla catena per 11 mesi. Si tratta di una fregature, direbbe il bolognese, perché Milano non regala niente, ciò che ti dà con una mano – la libera uscita feriale – lo riprende con l’altra, sotto forma di pacchetti turistici, che offrono paradisi artificiali, costruiti in tutto il mondo, a immagine e somiglianza della città dalla quale si crede di fuggire.

Quest’estate le cose potrebbero andare storte. Già si sentono i mugugni e le proteste e i lamenti di chi, per risparmiare, ha comprato il pacchetto a gennaio o a dicembre. I dané non sono più quelli di una volta. Il sogno di volare lontano, magari in America, deve fare i conti con il possibile fallimento delle maggiori compagnie aeree mondiali.

In una recente audizione al Senato i vertici di American Airlines, la maggiore compagnia aerea USA, hanno dichiarato che, nonostante i 3.000 aerei negli hangar, su ogni aereo ancora in volo non ci sono più di 17 passeggeri.

Il Tesoro ha stanziato 25 miliardi di dollari in contanti per gli stipendi ai dipendenti, a patto che le compagnie non licenzino i lavoratori fino il 30 settembre. Ma Airlines ha già pianificato di licenziare 3.450 dipendenti il 1° ottobre.

Boeing, il costruttore di aerei, ha dichiarato che taglierà 16.000 posti di lavoro entro l’anno. Mentre GE Aviation ne taglierà 13.000, e uno dei sub fornitori altri 1.450 (reuters.com).

Bisogna che intervenga lo Stato, ci vuole una partnership Stato-Privato“, dice Eric Fanning, direttore dell’Associazione delle industrie aerospaziali USA. La situazione è grave. A marzo il 95% dei voli è stato cancellato. E la ripresa non sarà a “V”, come si presume sia per altri settori. “Da soli non ce la faremo” – dice Fanning. L’intesa deve ricalcare il modello di salvataggio della Chrysler: lo Stato ci mette i soldi, i privati ci mettono la borsa.

Carsten Spohr, capo di Lufthansa, dice che il suo gruppo sta bruciando un milione di euro l’ora. Venerdì scorso ha inviato un messaggio, dicendo di tenere duro, di prepararsi, perché, per come la vede lui, i dipendenti dovranno ridursi la paga fino al 45%, e per un periodo lungo.

È probabile che, dice, “torneremo in equilibrio solo nel 2023“. Lo Stato deve sganciare i soldi, dice, “ma senza la pretesa di mettere le mai sugli aerei. Altrimenti sceglieremo lo stallo, e sbatteremo il muso a terra” (faz.net).

Speriamo che il muso non sia quello dei lavoratori.

Neanche all’aeroporto di Francoforte se la passano bene. Il direttore Stefan Schulte, dice che Lufthansa, che trasporta 350 mila passeggeri al giorno, adesso ne trasporta appena 3 mila. “Fate voi i conti e calcolate le perdite“, dice Schulte (faz.net).

John Holland-Kaye, direttore di Heathrow, l’importantissimo aeroporto di Londra, minaccia di sbattere i dipendenti in strada se il governo non molla i soldi. Il numero dei passeggeri è diminuito del 97%. “Faremo come British Airways” – dice – che vuole licenziare 1.100 piloti e 12 mila operatori di terra. Il personale di terra di Heathrow, dice, “verrà retrocesso al livello di apprendista, con una notevole riduzione della paga“.

Anche Air France-KLM, che perde 25 milioni di euro al giorno, ha ricevuto aiuti di Stato per 7 miliardi di euro, nonostante le minacce di licenziamenti (come spiegato da Contropiano). Il ministro dell’economia Bruno Le Maire, in televisione ha dichiarato che la Frãns non può permettersi di far fallire una compagnia nazionãl. Staremo a vedere. Intanto ai lavoratori di Alitalia girano i cabbasisi.

Nel 1580 Montaigne parte da Bordeaux per l’Italia. Un tipo nuovo di viaggiatore sta nascendo. Un viaggiatore che non crede in leggi divine fissate nella pietra. Ma crede che il mondo sia abitato da genti con culture diverse. Crede che la conoscenza sia influenzata dalle abitudini e dalla geografia, persino dal clima. E che in posti lontani, per esempio in Italia, c’è un rigoglio di vita e uno splendore artistico e culturale che nemmeno le menti più visionarie di Francia saprebbero immaginare.

Il 25 Ottobre del 1580 giunge a «Sterzinguen» (Vipiteno). A Bolzano assaggia il più buon pane del mondo. Poi si dirige verso Sud.

Roma, dice, è la città più cosmopolita del mondo. Le differenze non contano. Il popolino non si stupisce dei nostri abiti strambi. Il 6 marzo va alla biblioteca Vaticana. “Ci sono una valanga di libri” – dice. Ci sono un Seneca e gli opuscoli di Plutarco; c’è un libro cinese con strani caratteri e i fogli di una sostanza molto più sottile e trasparente della nostra carta; c’è un papiro antico, con caratteri ignoti, e c’è il breviario di San Gregorio scritto da lui stesso; c’è pure un libro di san Tommaso d’Aquino, “con correzioni a mano dell’autore stesso, che scriveva male, con una calligrafia minuta, peggiore della mia” – dice; e c’è una Bibbia impressa su pergamena, di quelle che Plantein ha stampate da poco in quattro lingue e che re Filippo ha inviata al Papa, come è scritto sulla legatura; c’è l’originale del libro che re Enrico d’Inghilterra compose contro Lutero e che inviò a papa Leone X, firmato di suo pugno.

Montaigne era uno degli uomini più colti d’Europa, nella sua casa possedeva un patrimonio librario notevole, costituito da quasi mille volumi.

Sono passati i tempi in cui si doveva essere figlio di Signori per intraprendere un viaggio culturale all’estero per leggere un libro. Ancora negli anni Settanta del Novecento Wim Wenders doveva spillare al padre i soldi per soggiornare qualche mese a Parigi, per visionare le pellicole della Cinémathèque française. Oggi, grazie al prodigio della produttività del lavoro, questi film arrivano direttamente a casa.

Cosa vuol dire? Che l’epoca del Grand Tour è finita? Che il turismo è finito? Che tutto il mondo è paese? Che è tutto uguale? Che non vale la pena barattare 11 mesi di catene per una dose di pace amore e gioia infinita? Che quest’estate sarà la volta buona, che ci toccherà decidere se il gioco vale la candela?

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1 Commento


  • prowall

    Peccato che qualche mente ‘geniale’ avesse strategicamente puntato sul turismo per farne il primo settore (20% del PIL) trascurando i restanti settori manifatturieri e indirizzando pure l’immobiliare sul turismo.
    Veramente geniale. Avevo fatto notare che il turismo è una fonte secondaria di entrate. Niente da fare.

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