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Addio a Edgar Morin, ultimo grande teorico della complessità

Con la scomparsa di Edgar Morin, morto venerdì all’età di 104 anni, si chiude una delle più importanti parabole intellettuali del Novecento e del primo quarto del XXI secolo.

Sociologo, filosofo, epistemologo, Morin è stato uno degli ultimi pensatori capaci di misurarsi con la totalità del reale in un’epoca storica che ha invece fatto della frammentazione dei saperi, della specializzazione tecnocratica e della riduzione economicistica dell’esistenza i propri dogmi dominanti.

Comunque la si pensi rispetto ad alcune sue scelte politiche o alle sue successive elaborazioni teoriche -uscì dal Partito Comunista Francese polemizzando con una dirigenza che applicava meccanicisticamente le direttive dell’Intenazionale.

Non a caso, qualche decennio dopo, il PCF fu incapace di cogliere e valorizzare il movimento di liberazione anticoloniale che nacque nell’Algeria occupata dalla Francia – comunque la si pensi dicevamo, resta difficile negare che Morin abbia rappresentato una delle più alte espressioni di quella tradizione critica europea che, pur attraversando crisi, sconfitte e revisioni, non smise mai di interrogare radicalmente il capitalismo, il colonialismo, l’imperialismo e la razionalità strumentale che li sostiene.

Nato come Edgar Nahoum nel 1921 in una famiglia ebraico-sefardita, antifascista, resistente durante l’occupazione nazista e successivamente militante comunista, Morin aderì al Partito Comunista Francese nel dopoguerra. Ne uscì però nel 1951, entrando in rotta di collisione con una concezione deterministica della storia e della politica.

Una frattura che anticipò molte delle contraddizioni che avrebbero attraversato successivamente il movimento comunista europeo, compresa l’incapacità di cogliere pienamente le traiettorie delle nuove soggettività emergenti nel mondo post-coloniale.

Tuttavia, a differenza di molti ex comunisti approdati al liberalismo o al pensiero unico occidentale, Morin non abbandonò mai una prospettiva radicalmente critica nei confronti dell’ordine capitalistico. Al contrario, tentò di riformulare gli strumenti teorici dell’emancipazione dentro una fase storica segnata dalla crescente complessità dei processi sociali, economici, scientifici e culturali.

Il cuore della sua ricerca teoretica è rappresentato dal monumentale ciclo de “La Méthode” (Il Metodo) sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004, nei quali Morin sviluppa quella che definì la teoria del “pensiero complesso”.

Un’opera enciclopedica che attraversa biologia, fisica, antropologia, sociologia, storia, teoria dei sistemi e filosofia della conoscenza nel tentativo di costruire una nuova epistemologia capace di superare tanto il positivismo quanto il relativismo postmoderno.

La critica di Morin, all’interno di quel monumentale lavoro, prendeva le mosse da una constatazione fondamentale: la modernità capitalistica produce una conoscenza sempre più dettagliata ma sempre meno capace di comprendere la totalità.

Le discipline si separano, gli ambiti del sapere si autonomizzano, la tecnica procede senza interrogarsi sulle conseguenze sociali e politiche delle proprie applicazioni. In altre parole, cresce la quantità di informazioni disponibili mentre diminuisce la capacità collettiva di comprendere il mondo.

È precisamente qui che il pensiero della complessità assume quindi una valenza potenzialmente materialista. Per Morin la realtà non è composta da elementi isolati ma da sistemi di relazioni, contraddizioni, retroazioni e interdipendenze. Il tutto non coincide mai semplicemente con la somma delle parti.

Ogni fenomeno è contemporaneamente economico, sociale, culturale, biologico, psicologico e storico. La separazione analitica può essere utile sul piano metodologico, ma diventa ideologia quando pretende di esaurire la comprensione del reale.

In questo senso la critica moriniana al riduzionismo presenta punti di contatto con la migliore tradizione dialettica.

Pur mantenendo una distanza da ogni ortodossia marxista, Morin recupera infatti una concezione processuale della realtà fondata sulla contraddizione, sull’interazione reciproca degli opposti e sull’impossibilità di comprendere un fenomeno prescindendo dal contesto storico e sistemico in cui si sviluppa.

Non è casuale d’altronde che molte sue riflessioni siano state recepite con particolare interesse nei campi della teoria critica, dell’ecologia politica e delle elaborazioni ecosocialiste contemporanee.

Da qui nasceva anche la sua proposta di una “riforma del pensiero” nei termini di un vero e proprio mutamento di paradigma. Morin sosteneva infatti che la divisione disciplinare del sapere riproducesse, sul piano culturale, la stessa frammentazione che il capitalismo produce sul piano sociale attraverso la divisione del lavoro.

La specializzazione estrema genera competenze tecniche sempre più sofisticate ma individui sempre meno capaci di cogliere i nessi generali.

L’esperto, scriveva, perde progressivamente la capacità di pensare il tutto; il cittadino, a sua volta, smarrisce il senso dell’appartenenza ad una comunità umana più vasta e finisce per identificarsi esclusivamente con il proprio spazio immediato.

Si produce così una crisi della solidarietà, una dissoluzione della coscienza collettiva che costituisce uno degli aspetti più profondi della crisi contemporanea.

Molto prima che diventassero senso comune i temi della crisi ecologica, della globalizzazione o dell’intelligenza artificiale, Morin aveva individuato la natura sistemica delle grandi contraddizioni del nostro tempo.

La devastazione ambientale, l’espansione incontrollata della tecnica, le guerre permanenti, le disuguaglianze sociali e la crisi della democrazia non rappresentano problemi separati ma differenti manifestazioni di una medesima crisi di civiltà.

Per questo motivo la sua riflessione conserva una straordinaria attualità. In un presente dominato dalla post-verità, dalla polarizzazione algoritmica e da una comunicazione ridotta a slogan, il pensiero complesso rappresenta una forma di resistenza culturale contro la semplificazione permanente imposta dal mercato e dai dispositivi ideologici del capitalismo digitale.

Ma vi è un ulteriore aspetto della sua eredità che merita di essere ricordato. Morin non rinunciò mai a prendere posizione di fronte alle tragedie storiche del proprio tempo. Lo fece durante le guerre coloniali, lo fece contro le derive neoliberali e lo fece anche di fronte alla questione palestinese.

Da ebreo, da figlio della storia europea e della persecuzione antisemita, denunciò con forza le politiche coloniali dello Stato d’Israele e l’utilizzo della memoria della Shoah come dispositivo di legittimazione di pratiche di occupazione e di dominio.

Poco tempo fa dichiarò: «Sono indignato per il fatto che coloro che rappresentano i discendenti di un popolo che è stato perseguitato nei secoli per motivi religiosi o razziali, oggi decisori dello Stato d’Israele, possano non solo colonizzare tutto un popolo, scacciarlo in parte dalla sua terra – volendolo scacciare una volta per tutte – ma anche, dopo il massacro del 7 ottobre, commettere una vera e propria carneficina, massiccia, della popolazione di Gaza, continuando senza sosta […]

L’unica cosa che possiamo fare, se non riusciamo a resistere concretamente a questa tragedia orribile, è testimoniare. Resistere con la mente, senza mistificazioni, ma avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà per continuare a testimoniare».

Posizioni che gli valsero accuse di antisemitismo e campagne diffamatorie, ma che egli continuò a sostenere distinguendo sempre la critica ad uno Stato dalla discriminazione verso un popolo.

Una distinzione che in questo tornante storico ci sembra sempre più necessaria mentre Gaza continua a rappresentare una delle più drammatiche ferite aperte del nostro tempo.

il panorama culturale occidentale appare d’altronde dominato da figure sempre più irrilevanti. Filosofi della governance algoritmica, teorici dell’innovazione permanente, apologeti dell’Occidente liberale o interpreti della crisi ridotta a fenomeno esclusivamente identitario.

In questo contesto la scomparsa di Edgar Morin assume dunque un valore ancora più determinante. Con lui se ne va uno degli ultimi intellettuali che continuavano a pensare il mondo come un intreccio di rapporti storici, materiali e culturali inseparabili.

Ed è forse proprio questa, oggi, la sua lezione più preziosa. Contro ogni riduzionismo, contro ogni dogmatismo, contro ogni frammentazione del sapere, continuare a cercare il filo che unisce i processi storici, economici e culturali dentro una visione complessiva dell’emancipazione umana.

Grazie Edgar. Per tutto.

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