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Il tour dei Kneecap in Italia è stato una piattaforma di solidarietà internazionalista

Possono sembrare eventi di poco conto, ma nel deserto culturale e nel clima repressivo creato dalle classi dominanti occidentali, una serie di concerti può diventare un significativo campo di battaglia. Lo ha dimostrato il primo tour dei Kneecap in Italia, che ha fatto tappa in quattro città (Milano, Bologna, Roma, Bari).

Il gruppo irlandese, di Belfast, non ha solo fatto ballare – e pogare – migliaia di giovani, ma ha reso i propri palchi una piattaforma di solidarietà internazionalista. La dimostrazione dell’impegno politico della band non si è limitata a messaggi proiettati e a cori solidali con la resistenza palestinese all’occupazione sionista, ma anche nell’aver direttamente trasformato lo stage in una cassa di risonanza per la diffusione di una fondamentale iniziativa di lotta.

I cantanti irlandesi, infatti, hanno fatto parlare dai palchi di Bologna e Roma José Nivoi, portuale del CALP e del Coordinamento Mare e Porti dell’Unione Sindacale di Base. Nivoi ha ricordato le parole d’ordine che, lo scorso autunno, hanno paralizzato l’Italia in opposizione al genocidio dei palestinesi e contro la complicità del nostro governo in questo crimine efferato.

Ma il suo discorso non si è fermato a ricordare la mobilitazione che, ancora oggi, tante organizzazioni continuano a mantenere viva. Il palco dei Kneecap è stato infatti l’occasione per rilanciare lo sciopero internazionale deciso dalla riunione congiunta dei rappresentanti di organizzazioni sindacali presenti in 35 porti, in Europa e nel Mediterraneo.

I portuali, riunitisi a Istanbul lo scorso maggio, hanno ribadito che non sono disposti a lavorare per la guerra e a sporcarsi le mani del sangue dei popoli che combattono contro l’imperialismo occidentale, trasportando le armi della macchina bellica che trova i suoi massimi esponenti a Washington, Bruxelles e Tel Aviv.

Dopo il riuscitissimo sciopero del 6 febbraio, in cui oltre 20 porti in 7 paesi sono stati bloccati dai lavoratori, ora la sfida è lavorare per una grande partecipazione a ciò che i portuali hanno deciso di costruire su questa prima esperienza: un altro grande sciopero a ottobre, per non dare fiato all’imperialismo. Visto quel che ha prodotto l’appello dei portuali lo scorso autunno, questa iniziativa è una preoccupazione per i politici nostrani.

I Kneecap, dal canto loro, hanno deciso di essere una cassa di risonanza di questa lotta. Questa è la distanza che separa i rapper irlandesi dalle espressioni pallide di esponenti “culturali” italiani, che sul genocidio a Gaza hanno detto di non essere preparati per parlarne, o che addirittura hanno detto di provare imbarazzo quando “un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta su questioni internazionali“.

L’unico imbarazzo da provare è quello del silenzio da parte di chi ha abdicato a ogni funzione culturale, a ogni funzione di costruzione di valori e immaginari collettivi orientati alla giustizia e alla pace, e si permette pure di criticare chi invece considera la propria musica uno strumento di lotta. I Kneecap rappresentano bene quest’ultimo gruppo.

Le canzoni in irlandese che denunciano il colonialismo britannico, e vedono nella condizione vissuta dall’Irlanda un’occasione di fratellanza con la Palestina. La presenza sul Nuestra América Convoy, per rompere l’assedio criminale degli Stati Uniti a Cuba. Il lavoro fatto nel Regno Unito per promuovere la mobilitazione contro l’estrema destra, che in queste settimane ha strumentalizzato un fatto di cronaca per dare vita a veri e proprio pogrom antimigranti, nella Belfast dei Kneecap.

La solidarietà internazionalista non è semplicemente cantata dal gruppo irlandese, il quale ha invece usato i propri testi come strumento per portarla alle orecchie di più persone, per coagulare forze intorno a mobilitazioni sacrosante contro sionisti, colonialisti e razzisti. E proprio per questo, ha anche subito la repressione di Londra (un processo per terrorismo al cantante Mo Chara, poi svanito come una bolla di sapone), a differenza di quei cantautori che stanno nella comodità delle proprie case da “uomo di spettacolo“.

Il tour dei Kneecap in Italia ha ribadito che non esiste cultura che non sia impegnata, soprattutto in tempi in cui la faglia tra sopraffazione imperialista e resistenza per un mondo più giusto appare evidente in un genocidio in diretta televisiva (diremmo noi, la faglia tra “Socialismo o barbarie”).

I concerti dei rapper irlandesi in Italia sono stati un potente messaggio verso migliaia di giovani italiani, chiamati a continuare la lotta che ha animato le nostre piazze in questi mesi, a partire dallo sciopero internazionale dei porti del prossimo ottobre.

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