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Sorvegliare e punire: la costruzione politica del soggetto giovanile

Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, allora dovete sapere come stanno le cose, e saperle fino in fondo. […] Le vostre vite sono già state programmate. Diventerete adulti, poi, prima di invecchiare, ancor prima di diventare persone di mezza età, comincerete a donare i vostri organi vitali. Ecco per cosa siete stati creati, ciascuno di voi. Non siete come gli attori che vedete nei film, non siete neanche come me. Siete stati portati in questo mondo con uno scopo preciso, e il vostro futuro, il futuro di ognuno di voi, è già stato deciso. Quindi smettetela di parlare in questo modo.

K. Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, Torino, 2006, p. 42.

Quando Miss Lucy rivela agli abitanti di Hailsham il motivo della loro esistenza – ovvero fungere da utile ricambio vivente per futuri trapianti di organi – non sta solo presentando loro un dramma individuale e bioetico ma, filosoficamente, sta ponendo un problema culturale di prim’ordine: quale rapporto va definendosi tra la società umana e gli individui generati da essa?

Fin dalla nascita, il soggetto si trova irretito in tutta una serie di nodi che ne definiscono le possibilità e le libertà, connesse a doppio filo con le aspettative che una data cultura proietta sugli stessi individui che la società contribuisce a costruire. Tale rapporto responsabilizza il soggetto al rispetto di tutto un insieme di norme che, su un doppio livello, garantirebbero tanto la riproduzione sana dell’individuo, quanto una perpetuazione “virtuosa” della società alla quale appartiene.

Un presupposto simile si regge su una profonda idea di corresponsabilità: la realtà sociale aiuta l’individuo a crescere, così che quest’ultimo possa ricambiare lo sforzo e fare lo stesso con la società. Ciò comporta che il soggetto sia costruito come una sorta di investimento a lungo termine formato all’interno di una strana sovrapposizione tra le logiche date dalle aspettative culturali e quelle relative all’ineluttabilità del futuro, incrocio che riproduce sull’individuo una narrazione tanto morale, quanto finalistica.

L’idea che esista un lieto fine individuale e sociale, e che questo sia raggiungibile attraverso tutta una serie di indicazioni, procedure e dispositivi è un elemento narrativo profondamente radicato nella costruzione tanto dell’idea di soggetto, quanto di quella di società.

Una tale prospettiva organicista della società di massa prevede necessariamente il montare incessante di sensazioni di ansia ed urgenza verso il meccanismo di produzione e crescita dei propri individui che, in un’ottica simile, vengono vissuti, allora, come il crocevia perfetto tra i sogni dell’utopia e gli incubi della distopia. Se non si interviene in tempo e con durezza, viene detto, il soggetto rischia di “degenerare” e di infettare, così, l’intera società coi suoi “germi”, inquinandone la potenza ed annacquandone irrimediabilmente il futuro.

Negli ultimi anni, tali sono le caratteristiche narrative che definiscono le modalità entro cui si ragiona e si agisce sulla gioventù[1], la quale viene studiata, costruita, narrata ed agita come fosse il fegato degli aruspici. Questo perché un paese come l’Italia, sorretto sul paradigma emergenziale, non può che affidarsi alle divinazioni, per affrontare i problemi che lo affliggono.

Un paradigma tipico italiano, nel quale si declina il dato strutturale sul piano emergenziale, affrontabile attraverso l’impiego di decreti-legge o stanziamenti economici speciali che, a mo’ di formula magica, avrebbero il compito di cancellare decenni di malgoverno ed inezie. Non a caso il numero di “emergenze” evocate dalla politica appare come direttamente proporzionale ai fatti di cui questa dovrebbe occuparsi in ottica preventiva, strutturale e quotidiana – “emergenza abitativa”, “emergenza migranti”, “emergenza climatica”, e così via.

A questi esempi sembra essersi aggiunta, soprattutto a partire dagli ultimi anni, una vera e propria “emergenza giovani”, la cui costruzione simbolico-discorsiva ruota tutta attorno a diversi elementi centrali nel dibattito pubblico e nella produzione di testi e norme, come la salute mentale, il rapporto con la tecnologia e la – presunta – assenza di valori e norme.

Una sorta di tacita santa alleanza è stata realizzata tra certi membri dell’expertise medica, di quella umanistica e di quella legale al fine di ragionare sul “tema giovani”, ed i discorsi prodotti da questo crocevia di esperti declinano la gioventù come sofferente, debole o inquieta.

Ne consegue che il soggetto giovanile venga ordinariamente e pubblicamente percepito entro questa lente, spesso suffragata da studi e statistiche che hanno il solo ruolo di rendere neutrale e “scientifica” una tale determinazione apocalittica calata sulla soggettività giovanile.

Il problema centrale si colloca negli stretti rapporti stabiliti tra sapere e potere, in quanto la costruzione di un certo archetipo giovanile – pigro, distratto, violento, e così via – lascia spazio alla possibilità di costruire politiche adeguate a tale interpretazione, che agiscano su un soggetto costruito ad hoc e, quindi, intrinsecamente depoliticizzato e privato della possibilità di agency politica e, di conseguenza, allontanato anche solo dalla prospettiva del confronto.

Il desiderio sociale di costruire un soggetto “sano” prevede, così, la destituzione della sua stessa soggettività ed autonomia e, quindi, la sua trasformazione in “oggetto” su cui agire o, detta ancora meglio, in progetto da definirsi sul futuro. La stessa retorica adottata nei confronti della gioventù che è scesa in piazza in questi giorni prevede attivamente il non ascolto delle pratiche e delle analisi poste in essere dalla stessa gioventù, relegandole al grado di rivoluzionario utopismo o, peggio, distopica violenza.

D’altra parte, la politica sostituisce il dialogo verso la gioventù reale con la costruzione di un soggetto giovanile immaginario al quale riferirsi nei discorsi che, ovviamente, corrisponde all’idea di gioventù ideale che la stessa politica contribuisce a produrre nell’immaginario collettivo[2].

Il soggetto reale finisce così per essere sostituito da un archetipo immaginario, che sia questo positivo – sano, virtuoso, produttivo – o negativo – violento, debole, improduttivo. Difatti, la conseguenza di una tale prospettiva è la deumanizzazione del soggetto giovanile, il quale viene rappresentato semanticamente come in balia di una sorta di inferno dantesco nel quale, per contrappasso o analogia, l’individuo giovanile affronta i propri demoni personali.

La figura dell’esperto, come novello Dante, si affaccia all’inferno e, con sguardo contrito – e, a volte, schifato – inquadra il malessere di turno: a quel punto, senza interrogarne davvero la sofferenza, ne enuncia la soluzione, spesso talmente distante dai reali bisogni dei soggetti da risultare più frutto del ragionamento iniziale – quindi, di un “a priori”, un bias – che delle reali condizioni osservate.

Il fatto che ogni sguardo “esperto” posato sulla gioventù la osservi come un prodotto finalizzato costituisce di per sé un atto politico che istituisce il soggetto giovanile come un individuo intrinsecamente sofferente, debole o deviato e che la politica e la società devono, per via di pedagogismi e sanzioni, raddrizzare e normalizzare.

Ciò appare autoevidente se si analizzano le reazioni alle proteste in piazza, nelle quali l’opinionismo si concentra più sul fattore “giovanile” che sulle istanze presentate nel corso delle manifestazioni, in una formula politica – e strategica – che giunge, progressivamente, ad una delegittimazione a priori di quanto individuato come problematico dalla gioventù stessa.

Redarguire il mezzo e la persona senza comprendere che l’obiettivo sia il contenuto è un chiaro modello di esclusione politica, una sorta di argumentum ad hominem che prevede di smontare indirettamente l’obiettivo per via di una critica riferita, paradossalmente, a chi lo promuove, senza smontare direttamente l’obiettivo in sé.

D’altra parte, il lessico che ad oggi si ascolta nei telegiornali, nei salotti e nelle “sale della politica” non fa che emulare e riprodurre tale paradigma, concentrando l’attenzione su dati quali la nazionalità, l’età o la provenienza sociale di chi partecipa alle proteste, invece di riconoscere a queste una dimensione collettiva, generale e trasversale di critica e sollevazione verso lo stato di cose presenti.

Inoltre, la critica alla gioventù si muove spesso per vie intellettuali, classiste ed elitarie, nelle quali il giovane è declinato come una figura intrinsecamente non in grado di confrontarsi con i problemi della vita, sia per un’assenza quantitativa di esperienza, sia per una debolezza qualitativa relativa alle nozioni accumulate: detto in parole più semplici, “giovani e ignoranti”.

La conseguenza di tale presupposto implica un terribile ridimensionamento dell’agibilità politica del soggetto giovanile in quanto, intrinsecamente, questo viene declinato come non in grado di intendere o di volere; o, anche peggio, che dovrebbe intendere o volere esclusivamente ciò che viene indicato come sano, utile e virtuoso all’interno della narrazione pubblica.

Su questo piano, allora, la violenza assume la forma di una delle poche risposte politiche “dal basso” in grado di ritagliare agibilità politica, mettendo in discussione direttamente col proprio corpo le scelte di una politica che figura come troppo alta e lontana per essere influenzata attraverso un sistema democratico le cui maglie risultano ormai troppo distanziate sul piano del rapporto tra società, individuo, legislazione, dimensione esecutiva e rapporto tra capitale, lavoro e classi.

Nel caso della violenza, l’intero discorso viene declinato sul versante della salute mentale, implicando un’individualizzazione del disagio che, inevitabilmente, comporta un intervento parcellizzato che favorisce metodologicamente l’esame della dimensione “interiore” della soggettività personale, e non delle condizioni materiali e storiche del contesto generale.

Costruendo così l’intervento, la questione non fa che mantenersi sul piano squisitamente soggettivo, nel quale si adopera eminentemente il campo semantico e concettuale interno al concetto assai complesso e abusato di “salute”. In questa prospettiva, il disagio rischia di diventare sempre individuale, e mai politico.

Il fatto è che un tale approccio è in grado di far circolare innumerevoli fondi, merci e persone al fine di intervenire sul disagio individuale, senza trarne aspetti di critica strutturale alla cultura o al sistema economico[3]. Si ragiona sul prodotto, e non sul processo produttivo, presupposto ideologico caro tanto al capitalismo, quanto allo sguardo umanitario, quanto alla funzione disciplinare.

D’altra parte, se il soggetto giovanile è il crocevia di tutti i possibili futuri utopici e distopici dell’immaginario sociale, allora costituirlo come “infantile educando” risulta necessario al fine di perseguire certi tracciati e progetti politici.

La persecuzione del benessere mentale deve essere centrale ad ogni operazione di tutela dell’individuo, questo è corretto; l’idea che, di per sé, la centralizzazione della salute mentale sia un mezzo attraverso cui giungerne agli esiti positivi risulta, invece, ingenuamente ideologico.

In primo luogo, sarebbe necessario, come vera e propria operazione politica, riconnettere la dimensione del disagio individuale con il piano delle scelte politiche ed economiche che lo investono.

Così facendo, la categoria di “malessere giovanile” non rimarrebbe una monade isolata, usuale vittima dei crescenti processi di medicalizzazione e disciplinamento tutti interni alla gestione della “devianza”: al contrario, essa assumerebbe il ruolo di riflesso inevitabile dei poteri che le decisioni politiche esercitano sui corpi e sulle vite degli individui stessi.

Reinterpretare il dolore all’interno della sola sfera interiore si traduce in una deresponsabilizzazione delle teorie e delle pratiche politiche che, sistematicamente, lo generano. Politicamente, l’invito è a rifiutare e smontare tutto quel lessico che vorrebbe il piano psicologico come “dimensione interiore pura”: la tristezza è sempre politica.

Eppure, la patologizzazione del disagio giovanile ha assunto, nell’ultimo periodo, dimensioni eclatanti: su Spotify, il colosso della riproduzione musicale utilizzato quotidianamente da migliaia di giovani, tra una canzone e l’altra è possibile imbattersi nella pubblicità del servizio psicologico in rete Uno Bravo.

Questa pubblicizzazione continua dei servizi di “cura”, verificabile ovunque, non solo rende la salute mentale un prodotto pubblicizzabile, vendibile e riproducibile, ma assume anche il ruolo di vera e propria propaganda ai danni dell’analisi critica. Con il continuo ricorso alla semantica del disagio ed alla pervasione del simbolo, si diffonde la convinzione che ogni sofferenza o debolezza siano di per sé collegate alla dimensione psicologica, assunto che depotenzia l’agibilità civica e politica dei soggetti convinti da tale distorsione discorsiva.

Tale narrazione funge da presupposto fondamentale entro cui la politica assume la possibilità di relegare la legittima presa di posizione – anche materialmente violenta – della gioventù ad una “semplice” espressione di disagio psichico congiunturale. Ciò provoca un’ulteriore interiorizzazione del disagio attraverso la quale si indebolisce tanto il linguaggio dell’odio quanto quello della rabbia, i quali risultano entrambi, comunque, elementi di partecipazione e manifestazione politica.

Declinare la partecipazione politica giovanile in una chiave di debolezza mentale strutturale o di cieco ribellismo, senza però toccarne realmente i gangli materiali, risulta nell’esercizio di una funzione compensativa, e mai risolutiva. Se da una parte emerge un atteggiamento che assume tinte pietiste, che declina la questione giovanile su un piano di sofferenza e debolezza, d’altra parte si evince anche un utilizzo non commisurato della prospettiva normativa e disciplinare.

Nello specifico, appare chiaro come il governo Meloni abbia individuato nel soggetto giovanile un avversario ad hoc, uno spauracchio per eccellenza, da colpire duramente. La possibilità di intervenire sulla gioventù in chiave punitiva parte dal presupposto che questa non venga individuata come un soggetto agente quanto, invece, come un oggetto agito.

La sfilza di decreti prodotti dal governo Meloni in merito alla “sicurezza” punta a colpire proprio questo presunto difetto di disciplina giovanile, tra “anti-rave”, “anti-maranza”, e quant’altro, con prassi a metà tra la spettacolarità dell’effetto punitivo e la retorica della funzione pedagogica. Il punto è cogliere la stretta connessione tra il processo di costruzione pubblica di un soggetto giovanile psicologicamente debole e deviato e la realizzazione di decreti, norme, circolari, leggi e consuetudini volte a disciplinarne l’azione.

Assumendo la fragilità come caratteristica intrinseca delle nuove generazioni, ogni loro azione può essere rappresentata e performata solo all’interno di questa cornice: si tratta di una sorta di ricatto ab origine che, vittimizzando la gioventù, ne tenta di rendere impotenti tanto le teorie quanto le pratiche.

All’interno di una prospettiva di classe, la fragilità mentale non è che lo specchio di un sistema tanto non in grado di far fronte ai bisogni fondamentali ed ai desideri delle singole soggettività, quanto in grado di realizzare, di converso, continue fonti di disagio per gli individui – dalla precarietà abitativa a quella lavorativa, dall’assenza di prospettive allo spettro della guerra, dall’inabitabilità delle città alla debolezza delle reti relazionali.

D’altra parte, invece di indirizzare fondi alla risoluzione di questi problemi strutturali, i capitali vengono reindirizzati in attività che intervengono in ottica supplettiva, o in progetti per cooptare la gioventù in veri e propri schemi politici. Ne sono un esempio gli innumerevoli casi d’ingresso delle forze dell’ordine nelle scuole denunciati dalle realtà anti-militarizzazione – l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, la campagna La conoscenza non marcia, Cambiare Rotta, solo per citarne alcune.

Costruire l’immagine di una gioventù intrinsecamente bisognosa di attenzione e cura istituisce di pari passo la possibilità di costruire le istituzioni che siano deputate ad esercitare potere su di essa.

Non è insolito sentire, all’interno del dibattito pubblico, voci che evocano la leva militare come panacea essenziale all’inadeguatezza giovanile; lo stesso vale per il divieto posto ai minori verso l’utilizzo di Internet – in fase di concretizzazione prima attraverso il decreto “Caivano”[4], ora con la proposta del Kids Act europeo. Per dirla con Foucault, una certa dimensione normativa è tutta intenta a costruire il soggetto ed il discorso entro cui tali pratiche diventano legittime e, quindi, possibili.

Il solo fatto che nel dibattito sia andata concretizzandosi l’idea di un fermo preventivo ai danni dei minori implica limpidamente le chiare modalità entro cui la politica abbia deciso di “prevenire la violenza”: non con la costruzione di un hummus sociale, economico e culturale sostenibile per l’individuo, bensì con la repressione sistematica e preventiva del dissenso – e quindi, in potenza, predittiva, altro tema centrale tra esercizio del potere ed impiego politico della “salute”.

Politicamente, per affrontare con serietà e progettualità reale i diversi problemi che affliggono la realtà giovanile sarebbe necessario, in primo luogo, riconsegnare al soggetto giovanile la propria dimensione materiale, agentiva e di classe: materiale, perché ogni individuo è frutto di una cornice definita dalle contingenze e dalle condizioni; agentiva, perché la gioventù venga interpretata come un soggetto attivo, con un ruolo ed una coscienza, e non esclusivamente come frutto “in potenza” marcio o virtuoso “investimento” sul futuro; di classe, perché si riconosca come la realtà giovanile sia agita tanto dal moto di produzione e circolazione di capitali e merci, quanto dalla pervasività perpetrata dalla morale borghese.

In questo senso, combattere l’uso di un linguaggio che cerca sistematicamente di trasformare qualsivoglia malessere sociale e disagio individuale in trauma psichico o diagnosi medica è il primo passo per restituire un ruolo reale alla dimensione giovanile, decostruendo l’idea che questa sia solo frutto passivo di traumi psico-familiari e individuali.

D’altra parte, oltre all’expertise “psy” – per citare Robert Castel – anche certi personaggi attivi in ambito umanistico hanno fatto dei soggetti giovanili i propri personaggi “kafkiani”, romanticizzandone il dolore e trasformandone la rabbia politica in espressione di stanchezza, come se fosse inderogabilmente necessario essere stanchi o stanche per provare rabbia.

In poche parole, sulla dimensione giovanile viene quotidianamente calato un discorso a doppia tenaglia, il cui contenuto si regge tra la presenza di una debolezza psichica e l’assenza di una disciplina sociale: o si sorveglia con l’impiego di funzionari della “cura”, forze dell’ordine e metal detector, o si punisce con decreti, divieti e pene.

Il filosofo Albert Camus, alla fine del suo Mito di Sisifo, ragionando sull’assurdità della vita, afferma che si dovrebbe «immaginare Sisifo felice»[5], mentre è intento a spingere l’iconica pietra, fardello assegnatogli dagli Dei. Più che compatire Sisifo, si dovrebbe puntare il dito agli Dei che hanno inferto lui la pena, per poi trarne una morale pacificata. Forse, ora come ora, più che immaginare Sisifo felice, sarebbe meglio immaginarlo incredibilmente arrabbiato.

[1] All’interno dello spazio pubblico, inoltre, non è ben chiaro a quale fascia di età ci si riferisca quando si parla di “giovani”. Tale ambiguità contribuisce a costruire un soggetto agibile volubile, mobile e “liquido”, che si presta perfettamente ad un abuso trasversale di una categoria assai complessa, la gioventù, che andrebbe in realtà compresa all’interno delle specificità definite intorno ad elementi dirimenti quali l’età, l’appartenenza di classe, la condizione sociale, lo sviluppo psico-sessuale, la dimensione educativa, e così via.

Continuare ad utilizzare questo termine – “gioventù” – in maniera tanto imprecisa e senza fare distinzioni peculiari è parte di un più ampio processo di classificazione e gestione che può essere utilizzato dal potere al fine di esercitare in maniera trasversale la propria governance sui corpi e sulle differenti componenti sociali. Nel corso del testo, col termine “gioventù” ci si riferisce proprio a tale dispositivo discorsivo per come prodotto e agito dal sapere e dal potere.

[2] Guardando ai margini del socio-politico, un esempio pratico del piano discorsivo in atto sulla gioventù si rintraccia nella critica alle “aura battle” organizzate nell’ultimo periodo nelle piazze o nelle scuole. Questi eventi, che consistono in un momento di socialità, convivialità e divertimento, sono stati bersaglio di profonde critiche che ne hanno evidenziato il carattere di inutilità o “stupidità”. Queste accuse partono implicitamente dall’idea che la gioventù non sia in grado di costruire in autonomia il proprio orizzonte di senso pratico-simbolico, ma debba necessariamente rifarsi a quello che le viene offerto dalle passate generazioni, dai teorici del sapere e dall’ambiente politico.

[3] Il finanziamento di politiche di “salute pubblica” – categoria tutt’altro che apolitica, per quanto raccontata come tale – potrebbe raggiungere al meglio il proprio obiettivo preventivo se intervenisse sulle cause strutturali e generali del “disagio”. Il Piano nazionale per la salute mentale, varato nell’aprile di quest’anno dal ministro Schillaci, è un esempio perfetto di come fondi che potrebbero essere impiegati per la risoluzione di problematiche strutturali – mancanza di sicurezza e penuria di personale – vengano utilizzati, invece, per rendere la scuola un presidio clinico.

Lo storico della scienza Giorgio Israel espresse già nel 2013 quanto ancora andrebbe ribadito oggi: «Salvare la scuola italiana significa anche – non soltanto, ma anche – cacciare fuori dal tempio la congrega di ciarlatani affaristi che si sta precipitando sul tema delle malattie da apprendimento come mosche sul miele». G. Israel, ADHD e DSA: come trasformare educazione e istruzione in malattie, Blog di Giorgio Israel, 1 dicembre 2013.

[4] Non è un caso che nell’articolo 13 bis, in merito al divieto della pornografia, si ragioni nei seguenti termini:
«dignità […] benessere fisico e mentale […] problema di salute pubblica», salvo poi lasciare irrisolto il nodo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

[5] A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2017, p. 121.

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