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Tre detenuti politici palestinesi in fin di vita

Sono in condizioni fisiche critiche e rischiano la morte i detenuti politici palestinesi Samer Al-Barq, Hassan Safadi e Ayman Sharawna in sciopero della fame rispettivamente da 105, 75 e 65 giorni. A lanciare l’allarme sono i centri per i diritti umani Addamir, Al Haq e Physicians for Human Rights-Israel.
Al-Barq e Hassan sono i più gravi, Safadi non riesce a dormire e sviene in continuazione, sottolineano i tre centri per i diritti umani aggiungendo che le autorità israeliane continuano ad abusare dei detenuti per costringerli ad interrompere lo sciopero della fame.
Secondo quanto riferito da Safadi all’avvocato Fares Ziad, il 13 agosto le guardie dell’IPS – Israel Prison Service – avrebbero fatto irruzione nella stanza della clinica medica della prigione di Ramleh, che divideva con Al-Barq, per portare i due detenuti in un’altra sala, dove si trovavano prigionieri che non conducevano lo sciopero.
La convivenza nella stessa stanza tra scioperanti e detenuti che mangiavano regolarmente avrebbe fortemente provato Safadi e Al-Barq e avrebbe potuto portarli a desistere dalla loro protesta. Al rifiuto dei due detenuti, le guardie li avrebbero aggrediti: avrebbero addirittura sbattuto due volte la testa di Safadi contro la porta, fino a farlo cadere a terra privo di sensi. Safadi e Al-Barq sono stati infine trasferiti in una cella di isolamento, priva di materassi. In seguito all’episodio, si sono scatenate le reazioni di Addamer , Al-Haq e dei Medici per i Diritti Umani in Israele, che chiedono l’intervento della comunità internazionale e delle indagini sulle condizioni di tutti i prigionieri attualmente in sciopero.

Tra i motivi principali delle protesta l’isolamento carcerario, dovuto alle sanzioni imposte da Israele sulle visite dei familiari da Gaza nel 2006, quando un gruppo di militanti palestinesi rapì il soldato israeliano Gilad Shalit, e la “detenzione amministrativa”: in base a questa disposizione, risalente al mandato britannico, lo Stato israeliano è autorizzato ad arrestare i sospettati e, pur non avendo le prove, a protrarre all’infinito la durata della loro detenzione. A segnalare le precarie condizioni dei palestinesi prigionieri di Israele e ad esprimere serie riserve riguardo al rispetto dei diritti umani nelle carceri era stato già Richard Falk alla fine di Aprile. Il delegato speciale dell’Onu per i diritti dell’Uomo nei territori occupati in Palestina si era detto già allora, a pochi giorni dall’inizio degli scioperi della fame, “disgustato dalle continue violazioni dei diritti dell’uomo nelle prigioni israeliane”. E aveva aggiunto: “Chiedo ufficialmente al governo israeliano di rispettare le convenzioni internazionali relative al rispetto dei diritti dell’uomo per quanto riguarda i detenuti palestinesi”.  (Nena News)

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