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Panama tra ingerenze USA e interessi dell’oligarchia

Il governo di centro destra dell’italo-panamense Ricardo Martinelli  ha approvato poche settimane fa una legge che autorizzava la vendita delle terre statali nella Zona di Colón, e questo ha causato una vera sollevazione popolare, con reazioni a catena in tutto il paese. La situazione è arrivata al punto tale (parliamo di almeno tre morti e centinaia di cittadini feriti e arrestati) che presto il governo ha dovuto fare marcia indietro e ritirare la legge. 
Quella di Colón è una zona complessa: la zona franca di Panama produce il 15% del Pil nazionale, ma ai cittadini della zona non rimane quasi niente. Colón è stata da sempre caratterizzata dall’esclusione sociale: nata come terminale ferroviario, per volere delle elite statunitensi alla fine del diciannovesimo secolo, è sempre stata vista come un semplice “bacino di manovalanza economica”. 
La zona di Colón è stata indispensabile nei lavori per la costruzione del Canale di Panama, all’inizio del ventesimo secolo. È arrivata ad avere 40 mila lavoratori immigrati provenienti dalle Antille. Si parla quindi di una popolazione per la maggior parte di origine africana. Ma si tratta anche di una popolazione molto attiva che nell’ultimo secolo ha condotto importanti lotte per i propri diritti, e che negli ultimi anni ha visto un peggioramento considerevole della propria situazione, con un aumento dell’esclusione sociale, economica e politica. 
Ma i cittadini di Colón non sono gli unici ad avvertire un peggioramento della situazione generale a Panama: Colón rientra infatti in un progetto più ampio di privatizzazione e militarizzazione del paese intrapreso dal governo di Ricardo Martinelli. 
A proposito di Martinelli, sembra che ci siano molte cose in comune tra lui e Berlusconi, al di là della loro dichiarata amicizia. Il presidente potrebbe essere coinvolto nel caso di corruzione internazionale che ha investito l’italiana Finmeccanica, il faccendiere Lavitola, e una partita di rifornimenti di armi a Panama. 

Per farci spiegare la situazione del paese centroamericano abbiamo fatto alcune domande a Paco Gomez, giornalista di Otra America e attivista dell’organizzazione panamense per i diritti umani “Human Rights Everywhere”, che ha denunciato la repressione della polizia contro la popolazione di Colón scesa nelle strade.

Voi state presentando un rapporto su quanto è avvenuto in Colón. Parliamo di 19 persone ferite con arma da fuoco, 46 detenzioni “discutibili”, almeno tre casi di tortura e tre morti. Cosa è successo a Colón in questo periodo e quali erano le richieste della popolazione che sembra siano state accolte dal governo?

I dati ai quali hai accennato sono un estratto di un campione di 91 casi, in realtà abbiamo centinaia di interviste fatte alle vittime dell’azione della polizia, ma questi primi 91 casi sono già rappresentativi.
Ciò che è avvenuto a Colón è una qualcosa che si sta ripetendo già da 2, 3 anni. Il governo approva una legge controversa, senza le consultazioni necessarie, ed approvandola provoca le proteste: in questo caso abbiamo visto quasi una sollevazione popolare nella città di Colón, che è molto particolare, data la sua identità etnica e la sua storia. 
E poi c’è stata una forte repressione da parte della Polizia, che si è complicata quando sono state coinvolte unità militarizzate in un paese teoricamente senza esercito: le unità del Servizio Nazionale delle Frontiere e del Servizio Aeronavale. Quando la situazione è andata fuori controllo ha provocato una reazione nel resto del paese con manifestazioni e blocchi stradali in differenti posti, per cui il governo ha fatto marcia indietro, dopo otto giorni di manifestazione, e ha derogato la legge.

 
Sostanzialmente il governo voleva privatizzare le terre di Colón. Vorrei che ci spiegassi in quale contesto si inserisce questo conflitto.
Colón è una città molto complessa. Nasce alla fine del secolo diciannovesimo come un terminale ferroviario. In quel periodo, per il Trattato Interoceanico, era necessario avere un terminale atlantico, e i proprietari della ferrovia interoceanica, che erano statunitensi, crearono questa enclave, che è stata fondamentale nei lavori della costruzione del Canale di Panama, all’inizio del ventesimo secolo. È arrivata ad avere 40 mila immigrati Antillani che lavoravano nel Canale. Parliamo quindi di una popolazione soprattutto afrodiscendente e di una popolazione attiva che nell’ultimo secolo ha lottato per i propri diritti, ma che negli ultimi anni ha visto un peggioramento considerevole della propria situazione. Con alcune particolarità: alla fine degli anni 40 del novecento è stata costituita la Zona Libera di Colón, che è una zona franca, la seconda maggiore al mondo e la prima in America, che muove da sola 29 miliardi di dollari ogni anno.
La Zona non circonda la città, ma si trova all’interno della stessa Colón. E c’è un contrasto brutale: una popolazione giovane con un altissimo indice di disoccupazione; uno stipendio medio che non supera i 400 dollari mensili, e allo stesso tempo un’opulenza enorme nella Zona Libre, praticamente in mano a imprenditori stranieri. 
La prova della disuguaglianza è che le imposte che spettano al Comune di Colón non arrivano a 400 mila dollari l’anno, rispetto ai 29 mila milioni di dollari di giro d’affari. La Zona Libera genera il 15% del PIL del paese, ma al popolo non arriva granché. Il governo ha deciso di vendere le terre di Colón e questo ha provocato la reazione della popolazione, che non capisce come non solo non ci sia alcun beneficio per i settori sociale, ma che addirittura si voglia vendere ciò che è del popolo, perché se è dello Stato, allora è di tutti.

 
Si è trattato di due giorni di sciopero generale che poi si è esteso a tantissimi settori produttivi di tutto il paese, e quindi il governo è tornato indietro. Si rischia ancora che la legge di privatizzazione sia riproposta?
Le proteste iniziano il 17 ottobre, il giorno in cui viene approvato il primo dibattito in Assemblea nazionale, e il governo non fa marcia indietro prima del 26 ottobre, dopo una situazione molto caotica nella città di Panama. Il sindacato più importante del Paese, il SUNTRAC del settore delle costruzioni, indice uno sciopero generale in solidarietà con Colón, e questo degenera in una situazione di violenza nella città di Panama, con scene di vandalismo e una forte repressione della Polizia, e solo di fronte a questa situazione di crisi il governo decide di rinunciare.
Gli antecedenti di questa situazione risalgono sia al 2010 – quando c’è stato uno sciopero generale nella Provincia di Bocas del Toro, per una legge che voleva cambiare le condizioni sindacali dei lavoratori – sia al 2011 e 2012, con uno sciopero degli indigeni ngabe buglé contro la riforma del codice minierario. 
È una modalità di attuazione standard: il governo deroga la legge, inizia i negoziati e in questo processo inizia ad approvare altre leggi, ad usare altre strategie legali, per camuffare la sua reale intenzione, e cerca comunque di portare avanti i suoi progetti. In questo di caso non sappiamo cosa succederà.
Il Frente Amplio di Colón, che è il movimento che ha coordinato tutta la lotta di Colón, sta esigendo, prima di aprire i negoziati, che tutti i prigionieri vengano liberati. Ma il presidente si è rifiutato di andare a Colón, ci sono molte tensioni in questo momento, non sappiamo se il governo vorrà andare avanti con l’idea di vendere le terre.
Riguardo alle motivazioni della vendita, la maggior parte degli analisti ritiene che il governo abbia un problema di cassa, e voglia privatizzare le terre per poter portare avanti dei mega-progetti. Il problema è che vendere le terre vuol dire svendere la gallina delle uova d’oro. È un’ipoteca sul futuro.

Panama è un paese in forte processo di militarizzazione e le privatizzazioni stanno aumentando. Quella di Colón non è una situazione isolata, ma sembra far parte di un progetto più complessivo.
Quando il presidente Ricardo Martinelli è arrivato al potere nel 2010, il suo ministro dell’economia di allora, Alberto Bailarino, ha dato un ordine esplicito e pubblico di fare un inventario del patrimonio dello Stato per iniziare a vendere tutto.
È una logica neoliberista. Nell’ottica della destra, lo Stato non deve avere nessun ruolo. Infatti questo processo è iniziato già nel 1993, con Ernesto Perez Balladarez, che ha iniziato ad alienare buona parte del patrimonio dello Stato, soprattutto le imprese pubbliche di telefonia ed elettricità. È stato un dramma per il paese.
Questo governo non fa altro che approfondire radicalmente questo progetto di privatizzazione. Cosa anche più grave in un paese molto piccolo, con una ricchezza così grande in termini di natura e di biodiversità, ma molto fragile dal punto di vista ambientale. Il governo ha in cantiere la realizzazione di grandi impianti di produzione di energia idroelettrica e per lo sfruttamento delle miniere di oro e di rame a cielo aperto.
Abbiamo appena saputo che il governo inizierà presto i lavori per la seconda centrale idroelettrica di Changuinola. La prima è stata un dramma, centinaia di sfollati, proteste, feriti. 
Nel caso delle miniere, ci sono due progetti simbolici: uno è il Petaquilla, che è in piena operatività, ed ha causato una tragedia ambientale nel corridoio mesoamericano ma soprattutto una tragedia umana con centinaia di sfollati e una lotta estenuante. Un altro progetto è il Cerro Colorado, nel distretto degli ngobe buglé, che al momento gli indigeni sono riusciti a bloccare. 
Un altro aspetto su cui punta l’agenda del governo è il Trattato di Libero Scambio tra Stati Uniti e Panama, appena entrato in vigore. Ovviamente molto vantaggioso per gli Stati Uniti e per alcuni settori delle elite panamensi, ma ovviamente molto dannoso per il popolo di Panama.
Per questo i movimenti sociali, che cercano di rafforzarsi dopo tanti anni di dittatura, sono totalmente contrari al Trattato. 

C’è un rapporto molto forte tra Stati Uniti e Panama, e Washington gioca un ruolo centrale nella militarizzazione di Panama. Il servizio nazionale delle frontiere, una delle forze alle quali è stata affidata la repressione dei giorni scorsi, è finanziato, armato e addestrato dagli Stati Uniti.
Si. E non solo il Servizio Nazionale delle Frontiere, ma anche il Servizio Aeronavale. Fin dal governo precedente di Martin Torrijos, c’è stato un importante cambio legislativo, spaventoso, che ha stabilito che il Servizio Nazionale delle Frontiere – che è un servizio di polizia, totalmente militarizzato – ha il totale controllo delle zone in cui agisce e su tutti gli aspetti: migrazione, questioni civili, e quant’altro. È come uno stato di emergenza continuo.
Il progetto degli Stati Uniti in questo campo ha a che fare soprattutto con la frontiera tra Panama e Colombia. Panama ha mantenuto storicamente una posizione di neutralità rispetto al tema colombiano, e una posizione non di connivenza ma di convivenza con i gruppi guerriglieri.  
Ma il governo degli Stati Uniti ha deciso di mettere il piede nell’acceleratore: è riuscito ad ottenere la modifica normativa per dare molto più potere al Servizio Nazionale delle Frontiere, e con questo governo è riuscito ad ottenere un accordo per la creazione di basi militari del Servizio Aeronavale, quando Panama è uno stato in teoria senza esercito.
Però il triangolo è molto più pericoloso perché la formazione e parte del finanziamento sono assicurati dagli Stati Uniti, la tecnologia è israeliana, e in questo ultimo governo si è aggiunta anche l’Italia, con la vendita di equipaggiamenti, fondamentalmente elicotteri, con contratti molto sospetti.
C’é un problema di sovranità e controllo del territorio. Il paese si è liberato dalla presenza colonizzatrice statunitense solo nel 2000, quindi possiamo dire che è stato un breve periodo di sovranità, se così la possiamo chiamare, che è seriamente compromessa. 

Sembra che Panama e parte del Centro America stiano andando controcorrente rispetto al Sudamerica, dove in qualche modo esiste una collaborazione tra i diversi paesi per evitare l’ingerenza sia degli Stati Uniti che dell’Europa. In Centro America non ci si riesce a togliere di dosso l’ingerenza degli Stati Uniti. Forse a causa della prossimità geografica?
Come dicono i messicani, è un cattivo regalo vivere così vicini all’impero. Gli Stati Uniti ultimamente hanno ceduto molto spazio in America Latina, ma non in Centro America. È chiaro e basta vedere l’iniziativa “Merida”, per esempio, che è l’ultimo piano degli Stati Uniti su tutto l’asse del Pacifico. E il Centro America è fondamentale per questa lotta contro il narcotraffico, che per noi è un altro megaprogetto economico in cui gli Stati Uniti giocano un ruolo fondamentale.
Il Centro America è il cortile di casa degli Stati Uniti, è l’unica regione dove Washington riesce a esercitare la sua egemonia diretta. Non a caso l’Iniziativa Merida riguarda il Centro America ma  include Colombia e Cile, altri due paesi molto sensibili agli interessi degli Stati Uniti. 
Nel caso del Panama, la relazione è logicamente molto schizofrenica, dopo novant’anni di occupazione. In questi giorni Panama celebra la sua “indipendenza”, che servì agli Stati Uniti per riuscire a costruire il canale. 
Credo che molto grave sia la creazione di narco-stati in Honduras e in Guatemala, oltre che in Messico: ormai il narcotraffico non compete più con lo Stato ma comunque mantiene una grossa forza. E anche a Panama si rischia di fare quella fine. Panama è un paradiso fiscale che ricicla molto denaro, sia dei narcotrafficanti che di altre attività illegali. 
E se questo governo è stato specialmente vicino agli Stati Uniti, allo stesso tempo gli ha creato non pochi problemi perché ha commesso molti errori. Gli stessi fatti di Colón hanno contraddetto il discorso ufficiale di un “Panama sicuro, senza problemi, il paese ideale dove investire”. 

Infatti il governo degli Stati Uniti non è stato molto contento della vittoria di Martinelli, perché si tratta di un personaggio che pretende di contrattare con gli Stati Uniti per poter realizzare il suo proprio progetto personale. In molti paragonano Marinelli a Silvio Berlusconi. Soprattutto ora che si parla molto dell’ultimo scandalo: Ricardo Martinelli avrebbe ricevuto 18 milioni di euro per favorire una società italiana, Finmeccanica, nel rifornimento di armi. 
Martinelli è un personaggio molto peculiare, molto viscerale, che ha la presunzione di essere un grande amico di Berlusconi, e di essere l’unico Presidente di un paese estero che entrava in Italia con il passaporto italiano, perché suo nonno era italiano e lui ha il doppio passaporto.
Ciò che caratterizza Martinelli è che per lui tutto è un affare, compresa la presidenza. È un uomo molto pericoloso, prende decisioni molto impulsive. Per lui ogni forma di opposizione è contro il paese. È la caratteristica di un personaggio molto autoritario. Lui porta avanti i suoi affari così come fa col paese. In questi 3 anni di governo ha accumulato moltissimo più potere di quanto ne avesse prima. 
E alcuni settori produttivi sono infuriati con lui, che vuole la sua fetta di torta in tutti gli affari. Secondo gran parte della stampa la corruzione è dilagata. Lui ha indebolito molto lo Stato. Il problema delle intercettazioni è uno dei tanti. C’è anche quello del trasformismo: quando Martinelli è arrivato al potere, il governo aveva la minoranza in Parlamento. Sembra che lui abbia comprato una ventina di deputati. E ora ha la maggioranza assoluta. 
Inoltre lui ha il controllo assoluto sulla Corte Suprema di Giustizia. L’unico organo che non controllava era il Tribunale Elettorale, ma presto le cose dovrebbero cambiare anche lì. Ha un potere immenso, non c’è nessun organo di supervisione  indipendente, alcun meccanismo di compensazione. 
E quindi sul tema delle intercettazioni, dell’acquisto di armi, sulle basi militari sta agendo senza alcun controllo. Nessuno sa esattamente fino a che punto sta arrivando e nessuno sa esattamente, quando lui se ne andrà dal potere – se mai lo farà – che cosa succederà, cosa rimarrà della struttura dello Stato, e che capacità avrà un prossimo eventuale governo di ricondurre la situazione del Paese nuovamente entro i termini delle garanzie costituzionali.

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