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Omicidio di Parigi, faida interna e j’accuse kurdo

Chi ha premuto il grilletto a Parigi? Il lungo riserbo del ministro dell’Interno francese Valls, pesante quanto l’imbarazzo, sembra sciogliersi dietro la notizia fatta trapelare da un quotidiano che due cittadini turchi di origine kurda sono da quattro giorni in stato di fermo.
Sospettati d’essere i killer delle tre attiviste vicine al Pkk in quanto sui loro abiti è stata trovata traccia di polvere da sparo. Non sono state indicate le generalità degli uomini, solo le zone d’origine: Muş nell’est del Paese e Sivas, nell’Anatolia centrale. Con questo fermo, non è ancora tramutato in arresto, l’Intelligence francese cavalca l’ipotesi di una faida interna al Partito dei lavoratori kurdi sostenuta da alcuni esperti di terrorismo. Sdegnate le associazioni kurde ribadiscono quanto già avevano sottolineato nei giorni seguenti il triplice omicidio. Un loro recente comunicato sostiene come il messaggio assassino abbia più d’un destinatario, da Öcalan e il Pkk a Erdoğan e le istituzioni turche.
L’intento è colpire i colloqui in corso nell’isola-prigione di İmralı e i negoziati che ne potrebbero derivare. Ecco il concetto: “… Coloro che hanno progettato questi omicidi suppongono che il negoziato sarebbe molto più facile se una parte coinvolta stesse lottando per la propria sopravvivenza, perché in tal caso la sicurezza per la vita diventerebbe una questione di priorità, anche più importante delle richieste politiche. In linea con questo modo di pensare dall’inizio del processo dei colloqui stiamo assistendo a un notevole aumento degli attacchi aerei contro le aree della guerriglia. L´omicidio di Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez mira a dimostrare che l’offensiva non colpisce solo le aree di guerriglia ma anche quelle europee, dove i kurdi svolgono numerose attività politiche”.

Che aggiunge “E’ risaputo che il governo turco ha effettuato finora decine di tentativi di uccidere i principali membri del Pkk. Lo Stato lo considera un suo “legittimo” diritto. Le parole di Erdoğan “Non saranno al sicuro nelle loro caverne, né ovunque si trovino” riflettono bene tale discorso”. Il ragionamento degli organismi di sostegno alla causa kurda rilancia i sospetti che a lavorare nell’ombra sarebbe quella Gladio turca da loro denunciata, sebbene non sia chiaro se con la medesima rete responsabile delle antiche trame rivolte anche contro il governo (casi Ergenekon e Balyoz) o un’iniziativa diversificata. Lo stesso comunicato lancia un’accusa agli Stati Uniti per un uso della “strategia Bin Laden”, dunque dell’omicidio mirato, attuato tramite la rete di agenti ufficiali del Mıt o altre figure. Nell’elaborare questa tesi che punta a ostacolare i colloqui con Öcalan si fa riferimento a due omicidi lontani nel tempo. Il 17 novembre 1998: una deputata della Duma russa, Galina Starovoitova, che reclamava lo status politico per il leader del Partito dei lavoratori kurdi in quella fase in via d’uscita dalla Siria, venne uccisa nel suo condominio. Pochi giorni dopo anche un ministro iraniano Dariush Forourah che chiedeva al suo governo un incontro per il caso Öcalan, ricevendone l’assenso, fu assassinato a colpi di pistola assieme alla moglie. Fulminati entrambi da killer professionisti come a Parigi. Né Mosca, né Teheran vollero scavare nelle vicende, tutto restò avvolto nel mistero delle trame geopolitiche. Ora gli attivisti kurdi temono che la “ragion internazionale” continui a prevalere.

Nonostante l’ennesimo messaggio di fermezza espresso sabato scorso dal premier turco contro un nuovo attacco mortale subìto dalla polizia a Derik (“non rinunceremo alla nostra lotta contro il terrorismo finché esso non deporrà le armi), i contatti fra governo e combattenti kurdi proseguono. Artefici i reciproci “ambasciatori” che sono gli agenti dell’Intelligence e i deputati del Partito della Democrazia e della Pace. Nei prossimi giorni i deputati Demirtaş e Türk si preparano a far visita a Öcalan per riaprire il dialogo interrotti dall’evento luttuoso. In merito i due parlamentari affermano: “I sabotatori dei negoziati si stanno sparando sui piedi. Il processo è in corso e tutti sembrano interessati a proseguirlo. Da parte kurda c’è il massimo impegno nonostante ciò che accade. In occasione delle esequie delle attiviste a Diyarbakır il dolore e la rabbia non si sono contrapposte a un processo di pace che procede con forza e convinzione”.

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