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Irlanda: Ryanair tifa ‘remain’, le sinistre per il ‘leave’

Per una sorta di bizzarro residuo neo-imperiale, i circa 430.000 cittadini irlandesi residenti nel Regno Unito saranno gli unici europei (e gli unici stranieri insieme ai residenti del Commonwealth) a poter votare al referendum del 23 giugno che determinerà l’uscita o meno della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Benché solitamente i cittadini della Repubblica d’Irlanda siano piuttosto sensibili sul tema (provate pure a dire in un qualsiasi pub che la Repubblica è parte del Commonwealth e otterrete reazioni piuttosto accese), la cosa non ha provocato particolare dibattito in patria.

Il motivo più probabile per cui questo è accaduto è che la maggior parte delle elites irlandesi è a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Il premier Enda Kenny si è molto speso pubblicamente perché gli irlandesi con diritto di voto scelgano in massa il “remain”. Ma non è il solo: anche Gerry Adams, lo storico leader del partito repubblicano Sinn Fein, ha preso posizione contro contro l’uscita, soprattutto per la possibilità che il confine fra il Nord Irlanda (ancora parte del Regno Unito) e la Repubblica d’Irlanda venga ripristinato nel caso vincesse il “leave”. Posizione condivisa anche altre forze politiche dell’Irlanda del Nord come Uup e Alliance, appartenenti al campo dell’unionismo moderato. A conferma della posizione ambigua del Sinn Fein sull’Unione Europea arrivano le parole di Adams sul TTIP (il trattato commerciale fra USA e UE che rischia di avere un impatto devastante sulle condizioni lavorative in Europa). Adams ha prima auspicato che In Irlanda si tenga un referendum sul trattato, ma alla domanda se il suo partito avrebbe promosso un referendum sull’uscita dall’UE nel caso non si fosse tenuta una consultazione sul TTIP ha risposto che nel Sinn Fein “non se n’era ancora discusso”.

Oltre che di carattere politico, le preoccupazioni delle elites sono di carattere economico. Gran Bretagna e Repubblica d’Irlanda sono partner commerciali importanti e la potenziale reintroduzione dei confini potrebbe diminuire gli scambi fra i due paesi. Non è un caso dunque che Micheal O’Leary, proprietario della compagnia aerea irlandese Ryanair, abbia investito denaro nella campagna a favore del “remain”. Alcuni analisti sottolineano tuttavia che a seguito dell’uscita britannica dall’UE un flusso di investimenti finanziari potrebbe spostarsi dalla city di Londra proprio su Dublino, il che accentuerebbe il ruolo dell’Irlanda come piattaforma degli investimenti statunitensi in Europa.

Una presa di posizione pubblica a favore del “leave” arriva invece da alcuni esponenti della coalizione di sinistra People Before Profits- Anti Austerity Alliance, che conta 6 rappresentanti nel parlamento di Dublino. Kieran Allen, segretario del partito nonché professore di sociologia presso l’Università di Dublino, ha sostenuto che solo una piccola frazione degli irlandesi beneficia dell’influenza dell’UE e che se la Gran Bretagna vota per l’uscita la Repubblica d’Irlanda dovrebbe seguirne l’esempio. Ricordando il ruolo nefasto giocato dalla Troika nella gestione della crisi irlandese, Allen ha dichiarato che l’UE utilizza strumenti finanziari invece che interventi militari per cambiare le politiche dei governi democraticamente eletti e ha invitato i cittadini irlandesi residenti in UK a votare a favore del “leave”.
A sinistra anche il Workers’ Party (organizzazione derivante dall’Official Sinn Fein, operante sia nella Repubblica d’Irlanda che nelle contee sotto occupazione britannica) si schiera apertamente per il “Leave”. “L’UE serve gli interessi delle grandi multinazionali e delle istituzioni finanziarie. Le sue politiche hanno reso i ricchi più ricchi ed i poveri ancora più poveri. Per 40 anni, l’UE ha promosso un programma coordinato di privatizzazioni e liberalizzazioni, smantellamento della contrattazione collettiva e dei diritti dei lavoratori” afferma l’organizzazione, utilizzando argomenti simili a quelli del Partito Comunista d’Irlanda, anch’esso favorevole all’uscita dall’Unione Europea.
Vedremo se queste voci verranno ascoltate domani.

 
Panofsky

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