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L’Africa alla prova della pandemia

Il primo caso di persona contagiata dal Covid-19 i Africa è stato registrato nel continente africano il 14 febbraio scorso in Egitto, e si trattava di un contagio avvenuto all’estero. Lo stesso giorno a Seattle ad un convegno Bill Gates, che si occupa ormai a tempo pieno della fondazione a suo nome, lanciava il monito che l’epidemia in Africa sarebbe stata «più grave che la Cina» (per approfondimenti clicca qui).

Questo mercoledì i casi accertati nel Continente sono 2.475, un più 20% nelle ultime 24 ore, con un numero di decessi pari a 64. L’Egitto con più di 400 casi è fino ad ora il più colpito dopo il Sud-Africa con 709 casi, erano 554 martedì e 402 lunedì in questo Paese. All’inizio di questa settimana il Presidente sud-africano Cyril Ramaphosa ha stato dichiarato a partire da questo venerdì un confinamento totale per il Paese, con solo i settori essenziali dell’economia che saranno aperti e forti restrizioni ai movimenti. Il Paese è la potenza economica più sviluppata nel Continente, ed ha alcuni fattori che lo rendono particolarmente vulnerabile alla pandemia. 10 milioni di persone soffrono già di “patologie fragilizzanti” per l’apparato immunitario (tra cui il virus HIV), ha il tasso di urbanizzazione più elevato del continente e ad Aprile inizia l’inverno australe che renderà il clima più favorevole alla diffusione del virus.

Due delle zone più vulnerabili alla Pandemia, secondo quanto riferisce Amer Daoudi, direttore del Programma Alimentare Mondiale, sono nel continente, si tratta dell’Africa Occidentale e quella centrale, insieme al Medio-oriente. La PAM che si occupa anche della logistica per l’OMS e sta approntando le scorte alimentari per prevenire le penurie, in una situazione già di grande vulnerabilità.

A parte l’esperienza maturata con l’Ebola, in particolare del Congo RDC, ed il fatto che una quarantina di Paesi era predisposto per l’analisi della temperatura alla frontiera, il continente ha differenti punti di criticità in cui l’impatto pandemico sui fragili sistemi sanitari insieme alle possibili disastrose conseguenze economiche potrebbero metterlo in ginocchio.
Il Senegal che ha il sistema sanitario più sviluppato ha un media di 1 medico ogni 10 mila abitanti, l’Etiopia che è il secondo Paese più popoloso ha 3 letti d’ospedale per 10 mila abitanti, e per ciò che concerne i reparti di terapia intensiva la situazione è ancora più grave se si tiene conto per esempio che il Sud Africa che ha 57 milioni di abitanti ha solo mille letti per la terapia intensiva.

UNICEF ha stimato che il 63% della popolazione africana vive in zone urbane che non può adoperarsi per la minima profilassi igienica, cioè lavarsi con acqua e sapone, ed una parte della popolazione è minata da malattie che ne indeboliscono già l’apparato immunitario come tubercolosi e HIV o soffre di malnutrizione.

Dal punto di vista economico la sua struttura attuale legata alle dinamiche neo-coloniali rischia di strangolarla, come riporta il circolo ISS Africa: «la maggior parte dei paesi africani hanno una base fiscale molto ristretta, dei meccanismi deboli di raccolta delle imposte, e una dipendenza molto pesante nei confronti di materie prime», nonché una esposizione all’indebitamento e meccanismi che ne minano alla base la propria indipendenza economica come il Franco-CFA.

L’altro campione economico continentale, insieme al Sud Africa, è la Nigeria che soffre della guerra dei prezzi petroliferi con il greggio sotto i 30 dollari al barile. Lo stato aveva impostato le sue previsioni economiche su un valore del petrolio pari a 60 dollari al barile. L’oro nero costituisce ¾ delle esportazioni e metà dei suoi introiti. E il mix di pandemia e prezzi stracciati del greggio potrebbero metterlo in ginocchio e annichilire i suo progetti di costituzione di una area economica con una moneta propria estesa a differenti Stati.

Di fronte a questo gli Stati Europei che si sbracciavano durante l’incontro dell’Unione Africana a febbraio ad Adis Abeba per una “partnership strategica”, ora sembrano piuttosto silenti con il ministro degli esteri J-Y Le Drian che ha promesso un “pacchetto finanziario” che dovrebbe essere discusso nella giornata di oggi, ma i segnali non sembrano essere incoraggianti.

In questi anni – in continuità con il proprio passato coloniale – l’Unione Europea è stata pronta a rubare le risorse del continente, sfruttarne la manodopera anche in patria, invaderlo con le propri merci ed ampliare la propria presenza militare, ma ora non sembra in grado non vuole farsi carico dell’emergenza pandemica in Africa.

Al G20 di martedì 24 l’etiope Abiy Ahmed ha chiesto per l’Africa un pacchetto di 150 miliardi al FMI e alla banca mondiale, ed una minore pressione su debiti, considerando che nel 2019 il FMI stimava già che 7 Paesi africani risultavano sovra-indebitati e 9 – tra cui l’Etiopia – a rischio “sovra-indebitamento”.

Bisogna ricordare che furono proprio i programmi di “aggiustamento strutturale” imposti ai paesi africani negli anni Ottanta e Novanta da parte del FMI e della Banca Mondiale ad avere indebolito con i tagli effettuati il sistema sanitario che era una delle conquiste del dopo-indipendenza per molti di essi.

In questo panorama il “Soft Power” cinese amplierà senz’altro il proprio ruolo, già consolidato in molti Paesi Africani.

Jack Ma, ex amministratore delegato del gigante Alibaba, ha fatto dell’Etiopia l’hub per la distribuzione a più di 50 paesi dei propri doni in attrezzature mediche: 6 milioni di maschere e un milione e centomila test per il Covid-19.

Abbiamo tradotto, per avere una prima ricognizione del problema, un articolo di Fanny Pigeaud per il giornale on-line di informazione indipendente “Mediapart” del 21 marzo dal titolo significativo: “In Africa subsahariana, l’inquietudine sale di fronte alla pandemia”

Buona lettura.

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di Fanny Pigeaud – L’Africa alla prova della pandemia

da: https://www.mediapart.fr/

I casi di persone contaminate dal coronavirus aumentano con un primo morto registrato in Burkina Faso il 18 marzo. Gli stati si organizzano ma la lo stato rovinoso del sistema sanitario spinge verso il pessimismo.

Alla fine di gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva inserito il Sudafrica in un elenco di 13 paesi africani detti «prioritari», vale a dire con più probabilità di essere infettati dal Covid-19, a causa dei loro legami diretti con la Cina o d’una quantità importante di viaggi verso la grande potenza asiatica. Ma il coronavirus è arrivato dall’Europa, con un uomo di 38 anni che era stato in Italia. Il suo caso è stato identificato il 5 marzo dal National Institute for Communicable Disease (NICD), con sede a Johannesburg.

Da allora, l’elenco delle persone contaminate si allunga ogni giorno di più, e sempre più rapidamente. Il 20 marzo, il Ministero della Sanità ha annunciato di aver contato 202 casi, 52 in più rispetto al giorno precedente, che corrispondono a persone di età differenti, ripartiti in varie province. Il Sudafrica, con i suoi 56 milioni di abitanti, è il paese più colpito dell’Africa subsahariana, seguito dal Senegal, che registra 47 casi, di cui 5 guariti. In questo continente, l’Egitto era al primo posto di questo triste conteggio, con 256 malati riconosciuti e 7 morti.

Dall’inizio del mese di marzo, i 55 paesi del continente, che fino ad allora sembrava risparmiato rispetto al resto del mondo, scoprono, uno dopo l’altro, persone portatrici del virus sul loro territorio. Il 18 marzo, è in Burkina Faso che l’epidemia ha fatto il suo primo morto subsahariano, Rose Marie Compaoré, 62 anni, secondo vicepresidente dell’Assemblea nazionale. Tre ministri del paese hanno riferito di essere risultati positivi al virus.

Il 19 marzo, l’OMS ha contato più di 600 persone infette sul continente, rispetto a 147 una settimana prima. Lo stesso giorno, il Ciad e il Niger hanno censito i loro primi casi. Il giorno dopo, il 20 marzo, Capo Verde ha annunciato che era anche lui interessato , portando a 37 il numero dei paesi colpiti. Ma queste cifre evolvono costantemente e non riflettono l’esatta realtà: tutto indica che il Covid-19 si sta diffondendo, come altrove, silenziosamente e ampiamente.

Esperti e cittadini sudano freddo pensando al futuro. Perché nella maggior parte degli Stati, e anche se alcuni hanno esperienza nella gestione dell’epidemia di Ebola, i sistemi sanitari sono a pezzi, vittime, tra l’altro, dei programmi di austerità imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali tra gli anni compresi tra il 1980 e il 1990. Carenza di mezzi e di personale sanitario coinvolgono la stragrande maggioranza degli istituti ospedalieri. In Camerun, per esempio, ci sono 1,1 medici e 7,8 infermieri e ostetriche ogni 10.000 abitanti, secondo i dati del 2010. A questo problema si aggiunge quello delle condizioni sanitarie generali spesso precarie. Lavarsi le mani è una sfida quando non si ha l’acqua corrente o quando i servizi idrici funzionano in modo casuale.

I governi stanno gradualmente prendendo coscienza del pericolo. “Il miglior consiglio per l’Africa è di prepararsi al peggio e di prepararsi da oggi”, ha dichiarato il 18 marzo, il direttore generale dell’OMS, l’etiope Tedros Ghebreyesus. Tre giorni prima, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva dichiarato lo stato di “catastrofe nazionale” per il suo paese. Da allora, è stato un trambusto generale. Sono stati immediatamente vietati i viaggi da e verso zone a rischio, tra cui Italia, Cina e Stati Uniti. I sudafricani che ritornano dall’estero vengono sistematicamente individuati e messi, se necessario, in quarantena. Le scuole sono state chiuse.

“Il virus non conosce confini geografici o territoriali, ha infettato vecchi e giovani, ed è in aumento nei paesi sviluppati come nei paesi in via di sviluppo”, ha avvertito Cyril Ramaphosa, che ha preso la direzione di un Consiglio di Comando Nazionale. Il ministro della Sanità Zweli Mknize ha dichiarato che lo stato di emergenza potrebbe essere decretato in caso la situazione peggiorasse. “Una volta che questa infezione si diffonderà nei taxi, nei treni, nelle zone di abitazioni popolari, creerà una nuova dinamica. Dovremo creare impianti per la quarantena, se necessario”, ha spiegato. In preda al panico, una parte dei suoi concittadini si è affrettata a fare provviste.

Questa settimana diversi altri Stati hanno deciso di chiudere le porte delle scuole e delle università. L’insegnamento è sospeso in Congo, Costa d’Avorio, Kenya, Mali, Nigeria, Namibia, Mali, Ruanda, Senegal, Tanzania, ecc. Molti paesi hanno anche chiuso le loro frontiere aeree e terrestri. Alcuni prendono la situazione di petto: benchè non avesse alcun caso di Covid-19, il Niger ha adottato, il 17 marzo, una serie di misure, tra cui la chiusura dei suoi aeroporti internazionali. L’aviazione civile malgascia ha da parte sua annunciato che “tutti i voli che collegano il Madagascar al resto del mondo, senza eccezione, saranno sospesi a partire dal 20 marzo” e per un mese. Il virus non era ancora stato rilevato sulla Grande Isola. Lo è stato tre giorni dopo su tre persone rientrate dall’estero.

In Camerun, paese pilastro della Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac), le autorità hanno invece tardato a reagire. Sono passati una dozzina di giorni tra la registrazione del primo caso e la decisione delle autorità presa il 17 marzo di chiudere gli istituti scolastici e universitari, i bar e i ristoranti, i tribunali, le frontiere terrestri, aeree e marittime, e di limitare gli spostamenti urbani e interurbani. “Si tratta di misure certamente difficili ma necessarie per garantire la protezione di tutti e di ciascuno e limitare la propagazione di questa pandemia”, ha detto il primo ministro Joseph Dion Ngute.

Ma la questione è se saranno applicate, quando lo Stato di diritto è debole, se il livello di corruzione è elevato e se il paese è in guerra in due delle sue regioni. “Le persone qua hanno continuato il loro lavoro come se niente fosse”, constatava all’indomani dell’annuncio governativo un dirigente di un’impresa di Douala, la capitale economica. “Molti di noi hanno ancora difficoltà a prendere sul serio questa epidemia, riconosce, preoccupato, un abitante di Yaoundé, la capitale politica. Molti pregiudizi e fake news circolano”.

In mancanza di una sensibilizzazione efficace, alcuni cittadini restano convinti che la malattia non colpisca gli africani e che il clima tropicale non sia propizio alla sua diffusione. Una credenza dovuta in parte al fatto che il paese ha registrato casi di contagio che a partire dell’inizio di marzo e primi sono stati individuati in persone venute dall’Europa. Alti funzionari hanno anche inviato segnali sbagliati, come il presidente dell’Assemblea nazionale: il 16 marzo, due giorni dopo essere tornato da un ricovero ospedaliero in Francia, Cavaye Yéguié Djibril, 80 anni, ha incontrato i suoi colleghi deputati al Parlamento (che presiede dal 1992). Il ministro della Sanità, Manaouda Malachie, aveva per questo chiesto ai passeggeri dell’aereo che lui aveva usato di isolarsi per 14 giorni.

Il 20 marzo Manaouda Malachie ha annunciato che a Yaoundé sono stati identificati 7 nuovi malati, per un totale di 22 persone colpite, tra cui due guarite. “Constatiamo che molti continuano a non osservare le misure d’igiene richieste e le regole stabilite [… ]. Vi ricordo che agendo così mettete in pericolo la vostra vita e quella degli altri”, ha lamentato su Twitter. La sera stessa annunciava un totale di 27 casi.

Quando si verificheranno i primi casi gravi, il risveglio sarà brutale per una parte della popolazione. Ufficialmente, ci sono solo poche decine di letti a Douala e Yaoundé per prendersi cura di persone in difficoltà respiratorie e il numero di respiratori funzionali sarà senza dubbio insufficiente. Aimé Bonny, cardiologo in Francia e insegnante alla facoltà di medicina di Douala, teme che il Camerun e i suoi 25 milioni di abitanti si incamminino verso una situazione ingestibile: “Presto si verificherà un dramma, visti i comportamenti locali e la strutturazione sanitaria carente, ritiene. Dove si troverà l’attrezzatura, vale a dire le mascherine, le soluzioni idroalcoliche, le attrezzature per gli ospedali, ecc., se ci sarà un’impennata, delle contaminazioni?”

Pur cercando di organizzarsi sul piano sanitario, gli Stati cercano anche di attenuare gli effetti della pandemia sulle loro economie, che si annunciano disastrosi. Il governo sudafricano prevede misure fiscali per sostenere la sua, già fragile, mentre il Ghana ha abbassato i tassi d’interesse e la Banca centrale della Nigeria ha deciso di immettere 2,5 miliardi di euro nell’economia. La Commissione economica per l’Africa (CEA) delle Nazioni Unite ha avvertito che l’Africa potrebbe perdere la metà del suo prodotto interno lordo (PIL), a causa della perturbazione delle catene di approvvigionamento mondiali e del calo dei prezzi delle materie prime.

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