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Russia, la sanità “ottimizzata”

21.100 contagiati (2.774 nelle ultime ventiquattr’ore), di cui 13.002 a Mosca e nella regione di Mosca; 1694 guariti, 170 decessi (mortalità del 0,82%). Questo il bollettino alle 10.30 del 14 aprile, con un numero di contagi che, secondo la Tass, è triplicato nell’ultima settimana.

Numeri molto più bassi nelle altre regioni, anche se la percentuale è cresciuta negli ultimi sette giorni, passando dal 11,7% del totale al 27,5% del 12 aprile: 557 contagiati a Piter, 208 nella Repubblica di Komi, 194 nella regione di Nižnyj Novgorod. Contagiati ci sarebbero ormai in 82 delle 85 regioni della Federazione russa, ma con numeri al momento ancora a due cifre.

In questa situazione, già un mese fa Vladimir Putin aveva incaricato il governo di aumentare il fondo salariale nel settore sanitario – per medici di medicina generale, pneumologi, specialisti in malattie infettive, anestesisti; e anche infermieri, personale paramedico, ecc. – nelle regioni dove la media salariale (a parte alcuni settori industriali) è in generale più bassa rispetto al centro.

Come per quasi tutti i lavoratori, infatti, anche il salario base degli operatori sanitari è relativamente basso e viene “completato” da altre voci di premi, presenze, ecc.

La “riorganizzazione” di mercato non ha lasciato certo indenne il settore sanitario, anche se ora si cerca di correre ai ripari. Nel progetto di bilancio per il triennio 2020-2022 pubblicato lo scorso settembre, era scritto che al programma di sviluppo del settore sanitario andavano 2,4 trilioni di rubli (rispettivamente 842 miliardi nel 2020, 780 nel 2021 e 786 nel 2022), su una previsione di spesa complessiva di 19,5 trilioni per il 2020, 20,6 nel 2021 e 21,8 trilioni nel 2022.

Nel 2018, le uscite per il settore sanitario erano state pari al 2,6% del PIL, ossia 2,6 trilioni di rubli. Nel 2019, circa 2,9 trilioni di rubli, pari al 2,7% del PIL. Direttamente per l’assistenza sanitaria, le uscite sono state di 460 miliardi di rubli nel 2018, 428 nel 2019 e 499 nel 2020.

Numeri significativi, cui però si affianca una “ottimizzazione” pesante. La situazione sanitaria più grave è ovviamente nelle province, scrive ad esempio communist.ru. I piccoli ospedali delle campagne sono quelli ad aver subito i tagli più grossi, per rispondere alle esigenze di “ottimizzazione” dettate dal mercato.

Ancora nel 1990 si contavano 6.976 ospedali nelle città e 5.786 nelle campagne e nei villaggi; nel 2016 si era passati rispettivamente a 4.351 nelle città e 1.006 nei villaggi. Per quanto riguarda i poliambulatori, nel 1990 ce n’erano 12.082 nelle città e 9.445 nei villaggi; nel 2005 erano passati a 14.280 e 7.495; nel 2016: 14.236, 4890.

Ecco cosa si scriveva nel 1990, riporta sempre communist.ru, mentre si lasciava intendere che il numero di strutture dovesse essere aumentato, al contrario di ciò che è invece avvenuto: “Le donne nei villaggi sono assistite peggio di quelle di città. Circa 143 mila villaggi (52%), in cui vive il 13% della popolazione rurale del paese, non dispongono di strutture sanitarie. Solo il 21% dei villaggi più grandi dispone di ospedali sul proprio territorio, il 32% ha poliambulatori e il 76% solo centri ostetrico-infermieristici. Oltre 4 milioni di persone che vivono in grandi villaggi sono costrette a ricorrere per le cure primarie a strutture lontane dal luogo di residenza. Con la comparsa del ‘mercato’, le cose non sono migliorate: nel 1990, per 1.867 distretti rurali, c’erano 5.800 ospedali: 3,1 ospedali per distretto. Nel 2000, 2,35 ospedali. Oggi quando il paese affoga nell’abbondanza di denaro del bilancio statale, abbiamo 0,53 ospedali per distretto rurale”.

Forse parlava proprio di una situazione simile, nel dicembre 2019, il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin, in risposta a qualche deputato della Duma cittadina che chiedeva conto di una struttura della capitale, evidentemente “ottimizzata”.

Avremmo potuto “non far nulla dal punto di vista della riorganizzazione strutturale”, diceva Sobjanin; “non tagliare nemmeno un posto-letto, non ottimizzare, non diminuire il personale amministrativo… ma cosa accade nella vita reale? Abbiamo acquistato nuove apparecchiature, sono comparse nuove tecnologie… se un tempo una persona, prima dell’operazione e dopo l’operazione rimaneva nel letto da 14 a 18 giorni, cioè mezzo mese poltriva in ospedale, oggi, per le stesse procedure, sono necessari 3-4 giorni e a volte si può addirittura fare a meno dell’ospedale. Forza, proviamo a non fare nulla, e allora facciamo rimanere tutta Mosca in questi posti-letto a strati precisi. Ma perché? Ciò avrebbe conseguenze sociali molto serie. Se noi non avessimo ottimizzato il numero di personale amministrativo, di letti, le spese non necessarie… Si può fare un calcolo aritmetico… per il salario dei nostri medici, che noi amiamo, rispettiamo, vogliamo assicurar loro gli stipendi, ora lo stipendio dei medici di Mosca sarebbe non 140.000 rubli, ma 70.000… se noi non avessimo fatto nulla e anzi avessimo fatto ciò che voi chiedete, il salario dei medici ora sarebbe di due volte inferiore. Oggi opera il sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria”.

I commenti che su Facebook accompagnavano il video non lasciano dubbi: “È miopia o sfacciataggine quella di Sobjanin? La medicina dovrebbe essere medicina, non servizi. Ora chiedono agli studenti di lavorare come volontari?”. O “Anche il vocabolario indigna: uno ‘poltrisce in ospedale‘ due settimane“. E “Lui stesso ha annientato l’assistenza sanitaria: la sua legittimità in tempi di epidemia è zero”.

Se sul fronte delle misure anti-epidemia le cose sembrano essere più o meno sotto controllo, pur se Putin è tornato anche ieri a parlare di una situazione che diventa più seria, le previsioni sul fronte del lavoro sono a dir poco impressionanti.

Citando i dai del Centro di elaborazioni strategiche, basati su un campione di 1.300 “rappresentanti del business”, la Tass scrive che i salari reali in Russia possono ridursi quest’anno del 12% e crescere invece della stessa percentuale (12,1%) la disoccupazione. Ciò significa che il salario medio potrebbe scendere dai 47.500 rubli del 2019 ai 43.500 del 2020. La disoccupazione potrebbe avere un’impennata dai 3,5 milioni del 2019 ai 9-10 milioni del 2020.

Secondo i dati dello stesso Centro, nel mese di aprile il 16% delle aziende ha già cominciato a licenziare, mentre il 20% ha ridotto i salari. A causa del coronavirus, la disoccupazione potrebbe tornare ai livelli del 2011-2012, con la chiusura di moltissime piccole e medie imprese e strutture di servizio.

Si prevede che 1,5-2 milioni di lavoratori da altre repubbliche (occupati oggi nelle costruzioni e nei servizi non qualificati) potrebbero rimpatriare a causa del virus e il loro posto essere occupato da russi disoccupati.

I sindacati chiedono che lo Stato assicuri almeno il 60-70% dei livelli salariali per i prossimi mesi, attingendo al Fondo previdenziale e venga in aiuto alle piccole e medie imprese, per frenare la disoccupazione.

Ma la situazione si fa pesante anche per molti lavoratori ancora occupati, che ricevono il solo salario base, laddove la parte sostanziale dello stipendio è data dai premi. In alcune imprese, scrive la Pravda, i salari sono fermi a dicembre, indipendentemente dal coronavirus: questo succede al Primorje, a Piter, Nižnyj Novgorod, Perm e coinvolge imprese di vari settori.

Il coronavirus non fa che aggravare una crisi già da tempo galoppante anche in Russia.

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