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Anahita Ratebzad, la lotta storica delle donne afgane

Ricorreva ieri il settimo anniversario della morte di Anahita Razebad, comunista rivoluzionaria afghana.

Celebriamo la sua figura nelle settimane in cui USA e UE cercano di nascondere il fallimento della “guerra per la democrazia”, che ha prodotto solo distruzione e miseria spiando la strada alle forze oscurantiste, indignandosi per i crimini dei Talebani.

Crediamo che l’imperialismo occidentale non abbia nessuna lezione da dispensare al mondo sull’emancipazione delle donne e dei popoli.

I vari Biden, Macron, Von der Leyen che in questi giorni blaterano di diritti umani sono gli stessi boia che vediamo ogni giorno elevare il profitto e la competitività a dogmi inviolabili da anteporre a tutto e tutti, diffondendo ideologie reazionarie per frammentare le classi popolari e alimentando guerre imperialiste e destabilizzazioni in ogni angolo del mondo.

Proponiamo di seguito un contributo di Tim Wheeler pubblicato su People’s World che ripercorre la vita e le lotte di Anahita Ratebzad in Afghanistan.

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Ricordando Anahita Ratebzad, leader socialista e madre della liberazione delle donne afgane

Tutta la stampa e i telegiornali, in questo momento, sono pieni di articoli e servizi sul futuro cupo che incombe sulle donne e le ragazze afgane non appena i Talebani riprenderanno il controllo del paese. The Guardian alla fine della scorsa settimana ha pubblicato un articolo di una donna afghana rimasta anonima, che affermava di star nascondendo le sue due lauree e di star cercando un burqa che coprisse ogni centimetro del suo corpo, mentre quei fondamentalisti misogini dei talebani si avvicinano.

Non dovremmo dimenticare che gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo infido nel determinare il destino dell’Afghanistan, inviando la CIA ad armare i mujaheddin controrivoluzionari per rovesciare la rivoluzione progressista di aprile ancora negli anni ’80. Tra gli assassini addestrati ed equipaggiati dalla CIA per questi squadroni della morte c’era Osama Bin Laden, a capo poi degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e al Pentagono.

È anche un buon momento per ricordare Anahita Ratebzad, madre della liberazione delle donne afghane, e per difendere l’uguaglianza di genere per la quale ha combattuto così duramente. Quando scoppiò la Rivoluzione di aprile in Afghanistan nel 1978, Ratebzad era al centro dell’azione, una dei leader del Partito Democratico Popolare.

Fu autrice di una nota polemica apparsa nell’edizione del 28 maggio 1978 del New Kabul Times: “I privilegi che le donne devono avere di diritto sono pari istruzione, garanzia di lavoro, servizi sanitari e tempo libero per crescere una generazione sana che costruisca il futuro del paese…. Educare e illuminare le donne è ora oggetto di particolare attenzione da parte del governo”.

Quando la rivoluzione di aprile trionfò, il nuovo primo ministro, Nur Mohammad Taraki, nominò Ratebzad ministro delle Politiche Sociali.

Nacque nel villaggio di Gildara, nella provincia di Kabul, il 1° novembre del 1931. Suo padre era sostenitore delle riforme democratiche e per questo fu costretto dal regime monarchico reazionario all’esilio in Iran. Vide poco suo padre mentre cresceva in povertà, frequentando una scuola di lingua francese. All’età di 15 anni fu costretta a sposare il dottor Keramuddin Kakar, uno dei pochi uomini afgani che aveva studiato all’estero, un chirurgo, con il quale ebbe tre figli, una figlia e due figli.

Anche Ratebzad intraprese una carriera simile, laureandosi in infermieristica all’Università del Michigan nel 1954 e in medicina nel 1962, quando l’Università di Kabul permise alle donne di frequentarla.

Nel 1957 il velo divenne facoltativo in Afghanistan e Ratebzad fu a capo di un gruppo di infermiere senza velo che trattavano di pazienti di sesso maschile, una rivoluzione sia nell’assistenza sanitaria che nella parità di diritti sul lavoro per le donne.

Tuttavia negli anni che seguirono fu presa di mira da una feroce diffamazione da parte dei fondamentalisti islamici per questa audace iniziativa. Suo marito, che sosteneva il sovrano Zahir Shah, si separò da Ratebzad, anche se non divorziarono.

Sempre nel 1957 Ratebzad guidò una delegazione di donne afgane a partecipare alla Conferenza asiatica sulle donne a Ceylon (Sri Lanka), la prima volta in assoluto che le donne afgane parteciparono a una tale conferenza. Nel 1964 aveva fondato l’Organizzazione democratica delle donne afgane e l’8 marzo 1965 Ratebzad insieme ad altre organizzarono il primo corteo in assoluto a Kabul per celebrare la Giornata internazionale delle donne.

Ratebzad era anche una studiosa, scrittrice e pensatrice. Nel corso della sua attività politica divenne marxista-leninista: è stata una delle quattro donne elette nel parlamento afgano nel 1965 per la provincia di Kabul, il primo gruppo di donne nell’organo legislativo nella storia del paese.

In seguito, durante gli anni della rivoluzione socialista in Afghanistan, ricoprì diversi incarichi governativi e servì anche come ambasciatrice in Jugoslavia e Bulgaria in varie occasioni. Dal 1980 al 1985 è stata vicepresidente del Consiglio rivoluzionario, l’equivalente del vicepresidente dell’Afghanistan. Nessuna donna prima o dopo ha ricoperto una posizione così elevata nel paese.

Nel 1992, dopo la caduta del governo progressista, fu costretta a fuggire perché i terroristi mujaheddin l’avevano presa di mira sia per le sue politiche socialiste che per il ruolo di leader che aveva nella liberazione delle donne. Finì prima in India con la famiglia, poi a Sofia, in Bulgaria, nel 1995, infine in Germania, dove le fu concesso l’asilo un anno dopo. È morta all’età di 82 anni a Dortmund nel 2014.

Esperti e opinionisti stanno sputando fiumi di invettive, Washington e i media stanno tutti puntando il dito: “Chi ha perso l’Afghanistan?”. Tuttavia si nomina a malapena la Rivoluzione d’Aprile. E quando viene menzionata, il governo che l’ha guidata viene liquidato come mero “burattino dei sovietici”. Anahita Ratebzad non è stata il burattino di nessuno. Era una donna forte e indipendente, il volto di un nuovo Afghanistan.

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