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Questione delle donne in Afghanistan: i Talebani e l’inviata “resistente”

“Paese che va, usanza che trovi”. Prima ancora che venisse strutturata come scienza sociale l’antropologia culturale (con Morgan, Durkheim e poi Malinovski, Levi Strauss, ecc), la saggezza popolare aveva fissato in un proverbio la verifica empirica che le culture umane sono – erano? – moltissime.

Una biodiversità che andava appresa, studiata, messa in relazione con la storia di un popolo o addirittura di comunità diverse dello stesso popolo (montanari e cittadini, meridionali e settentrionali,,, giusto per non fare nomi specifici).

Da un trentennio questa capacità anche scientifica di affrontare la diversità pare scomparsa. E’ stato il trentennio del “pensiero unico”, che ha accompagnato la cosiddetta “globalizzazione” e giustificato le “guerre umanitarie” (alla faccia dell’ossimoro…).

In pratica, il sistema mediatico mainstream ha coltivato e diffuso l’idea che “noi siamo la civiltà” e gli altri – tutti gli altri popoli, dagli indigeni delle foreste ai sistemi industrializzati che ci stanno sorpassando – sono “incivili” che dobbiamo costringere ad adottare “le nostre usanze”.

Imperialismo culturale che accompagna e giustifica le peggiori pulsioni dell’imperialismo economico e militare, conferendogli una “funzione civilizzatrice” che il resto del mondo – giustamente – rifiuta.

Imperialismo strabico che, tra l’altro, proprio parlando della condizione femminile in Afghanistan, è obbligato a cancellare il periodo della “Rivoluzione Saur”, esplicitamente socialista, in cui le donne (quelle delle grandi città, almeno) raggiunsero una condizione di libertà ampiamente simile a quella occidentale. Ma con un altro modello di società, che dev’essere anch’esso mediaticamente cancellato in quanto alternativo al neoliberismo.

L’episodio narrato in questo intervento è ormai famoso. Segnala tra l’altro anche una modificazione del mestiere del giornalista – dal “dare la notizia” a “creare la notizia” – di cui ci occuperemo magari un’altra volta.

Buona lettura.

*****

Il filmato della Goracci che investe un Talebano (“Perché non mi guardi negli occhi!?”) ha ormai fatto il giro del web consentendo a chiunque, dalla propria postazione al pc, di produrre inappellabili giudizi sulla ferocia e l’inciviltà dei Talebani.

La risposta irrisa dai media del malcapitato Talebano (“Non mi è permesso guardare le donne”) è carica di significato e fa riferimento ad una antica consuetudine culturale di rispetto nei confronti della donna che, mai pubblicamente, è consentito degradare ad oggetto sessuale.

L’episodio ridicolmente penoso – o espressione di arroganza culturale occidentale? – si inserisce in una ripetuta sequenza di immagini che mostrano un pugno di donne afghane mentre osano protestare per i loro diritti non riconosciuti.

Tuttavia, se ad ogni TG vengono ri-trasmessi lo stesso video e la stessa intervista ad una vittima di pestaggi talebani, facilmente si può immaginare che tutte le altre donne afghane (quelle che non partecipano alle proteste) siano esposte al pericolo di punizioni per colpa di una disperata ben pagata da tv straniere. Come noto i Talebani sono vendicativi!

Ma ragioniamo: la signora Goracci, pur indossando abitualmente la ‘copertura’ hijab nei paesi in cui è inviata, sembra ignorare che, nella stragrande maggioranza dei Paesi islamici, in luogo pubblico una donna deve tenere il capo coperto, tenere gli occhi bassi di fronte ad un interlocutore maschio, evitare di guardarlo negli occhi e, men che meno, stringergli la mano anche solo per ringraziarlo di un’informazione per strada o dell’accoglienza ospitale in un bazar.

Dall’Iran alla Siria, dalla Turchia al Pakistan, dall’Uzbekistan all’Egitto, per quanto ne so, sono regole della “buona educazione” che ogni ospite donna segue, se non altro per riuscire a fare qualche cosa d’altro che non sia esibire il proprio narcisismo davanti a una telecamera. In qualche caso si chiude un occhio per le turiste straniere.

Noi occidentali possiamo pensare quello che vogliamo a questo proposito e anche lanciare commenti sferzanti e umoristici, rimane il fatto che, in molte occasioni, mi sono sentita “protetta” da queste abitudini tribali e incivili… sempre meglio che, a Roma, essere spogliata dallo sguardo insolente e dai commenti sdolcinati di ammiratori e occasionali dongiovanni.

Ma, allargando il campo di osservazione, vediamo che politiche e misure repressive nei confronti delle donne non sono da imputare ai soli Talebani, così come ci vuol far credere la propaganda occidentale, ma in gran parte proprio all’etnia di minoranza dei Tagiki, identificati ormai con i “resistenti” della Valle del Panijshir, appartenenti ai resti della Alleanza del Nord formata da Mujaheddin tagiki e nemica prima dei Sovietici e poi dei Talebani.

Fu Burhanuddin Rabbani di etnia tagika nel 1974 a fondare in Pakistan il Partito fondamentalista Jamiat-i Islami che raccoglieva per lo più guerriglieri Mujaheddin tagiki. Quando i sovietici intervennero nel 1979, Rabbani guidò Jamiat-i Islami contro i Sovietici e il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan.

Costituendo l’anima dell’Alleanza del Nord, le forze di Rabbani furono le prime ad entrare a Kabul nel 1992 allorché il governo del PDPA cadde. Presidente della Repubblica Islamica di Afghanistan per il periodo 1992-96, fu costretto a fuggire in seguito alla conquista di Kabul da parte dei Talebani nel 1996. 

L’Ufficio delle Virtù”, istituito sotto la presidenza Rabbani, vigilava sui comportamenti popolari. Le severe norme rivolte alle donne, che nel periodo di governo talebano diventeranno rigida prassi, erano TUTTE già presenti nella pratica quotidiana, nelle città e nei villaggi, ovunque i comandanti fondamentalisti o i signori della guerra dell’Alleanza del Nord fossero presenti.

E d’altronde bisognava assolutamente riprendere in mano le regole tradizionali dopo la ventata decennale di laicismo e diritti alle donne introdotti dai Sovietici!.

I Talebani di etnia pashtun, preso il potere nel 1996, imposero uno Stato islamico che, con l’intento di sradicare la criminalità, prevedeva pubbliche esecuzioni capitali e amputazioni, oltre alla messa al bando del consumo di droga, alcool e prostituzione.

Il “Ministero per la preservazione della virtù e la soppressione del vizio” aveva il compito di regolare la vita quotidiana, vietando tv, cinema, musica e programmi radio al di fuori di quelli trasmessi da Radio Sharia.

Le donne non potevano studiare, lavorare fuori casa, portare scarpe con i tacchi; erano obbligate ad indossare il burqa, ed era vietato loro sottoporsi a visite mediche e cure sanitarie. Una inflessibile polizia religiosa era addetta a mettere in pratica misure drastiche verso ladri, omosessuali e giovani ‘disobbedienti’.

Nel complesso niente di nuovo rispetto al governo Rabbani e all’Alleanza del Nord, tranne che per l’enfasi con cui i misfatti e la ferocia dei Talebani sono stati dipinti presso il pubblico occidentale.

Ed ecco che, con l’intervento di Ottobre 2001, “finalmente in Afghanistan arriva la Civiltà”. 

La Costituzione del 2004 – in teoria ma non in pratica – garantisce alle donne afgane una serie di diritti, vietando “ogni forma di discriminazione e di privilegio tra i cittadini dell’Afghanistan”.

L’articolo 22  assicura l’uguaglianza di tutti i cittadini, “sia uomini che donne” e l’articolo 44 prevede che lo Stato attui programmi per l’istruzione delle donne.

Ancora meno applicate e più inevase sono le disposizioni che riservano alle donne una quota consistente di seggi in entrambi i rami del Parlamento: l’articolo 83 si riferisce al Wolesi Jirga, la camera bassa, prevedendo che “siano eletti in media almeno due candidati donna in ogni Provincia”; l’articolo 84 stabilisce che nel Meshrano Jirga il 50 % dei membri nominati dal Presidente devono essere donne.

Si tratterebbe di una rappresentanza femminile elevatissima, pari al 25 % dei seggi nella camera bassa e al 16 % nell’Assemblea degli Anziani. Quote mai raggiunte neppure lontanamente. 

É infatti eclatante il divario tra i diritti garantiti alle donne costituzionalmente e la loro reale condizione all’interno paese: questa disparità tra “costituzione formale” e “costituzione reale” risulta ancor più evidente quando consideriamo l’accesso ancora molto limitato delle donne afgane all’istruzione, specie all’educazione superiore.

Le donne povere che vivono nelle aree rurali incontrano ostacoli di ordine materiale e sociale; la presenza femminile nell’istruzione superiore è nettamente più bassa, anche rispetto ad altri paesi islamici, ed altrettanto bassa è la percentuale delle donne che insegnano.

Merita inoltre ricordare un episodio che dimostra l’inefficienza del modello democratico esportato in Afghanistan: proprio i Tagiki furono i promotori di una legge sul diritto di famiglia delle comunità sciite, firmata nel marzo del 2009 dal presidente Karzai a caccia di consensi elettorali.

Tale legge, poi ritirata per la mobilitazione in difesa dei diritti umani, avrebbe consentito ai mariti di stuprare le mogli (uno stupro legalizzato) e proibito alle donne sposate di uscire di casa senza il permesso del coniuge.

In seguito il parlamento ha approvato una versione ‘mitigata’ di questa stessa legge, in base alla quale le donne perdono il diritto al mantenimento se rifiutano di avere rapporti sessuali con i mariti. È rimasta invece tuttora inalterata la norma per cui le donne sposate non hanno la possibilità di lasciare il tetto coniugale senza permesso del coniuge.

Un ulteriore problema che affligge la condizione femminile è relativo ai matrimoni forzati, che pare costituiscano il 60% del numero di matrimoni secondo le stime del Ministero afghano degli Affari Femminili. Gran parte di questi matrimoni coinvolgono bambine di età inferiore a quella legale di 16 anni.

Si è occupata di questo problema la Commissione Indipendente per i Diritti Umani istituita in base all’articolo 58 della nuova Costituzione: secondo le indagini risulta che in Afghanistan molte bambine di 6 o 7 anni sposano uomini di 30 o 40 anni. Le ragioni della scelta dei genitori vanno dal bisogno di liberarsi dell’onere economico del mantenimento di una figlia femmina, fino all’intenzione di offrire alla ragazza sicurezza e protezione. Statisticamente, le spose bambine sono soggette ad un più alto rischio di violenza domestica.

Molti matrimoni forzati hanno luogo secondo pratiche consuetudinarie quali bad e badal: la prima consiste nel dare in sposa una donna della propria famiglia come compenso per un crimine subito, e la seconda, nello scambio di donne per non pagare il maher o prezzo della sposa: si tratta di pratiche contrarie alla legge islamica, cui si fa ricorso – in particolare nelle aree rurali – allo scopo di sedare conflitti.

Da notare che i Talebani si sono spesi con intransigenza per sradicare questa tradizione tribale contraria alle leggi islamiche.

All’interno del matrimonio le donne afgane subiscono spesso violenza e abusi di carattere psicologico, sessuale o finanziario, cioè diretto a minare l’indipendenza economica della donna. La condizione femminile si aggrava quando sono in atto o appena terminati conflitti armati: infatti, l’estrema dipendenza delle donne rimaste vedove, le rende una delle categorie più vulnerabili della società.

In Afghanistan il divario tra diritti costituzionalmente garantiti e condizioni effettive è profondo ed è un problema che investe non solo da oggi la situazione femminile, ma tanti altri aspetti della società afgana.

I rappresentanti delle minoranze speravano nei vantaggi del sistema parlamentare, come modello di un governo di coalizione rappresentativo di molte parti del Paese e garante di una maggiore stabilità con più efficaci strumenti per contrastare gli abusi di potere.

Purtroppo è stato tutto inutile: nell’esecutivo “democraticamente eletto” con gare elettorali (su cui stendiamo un pietoso velo), stavano comodamente seduti i peggiori e più prepotenti signori della guerra, alleati con le forze di occupazione Nato e per nulla intenzionati a migliorare le condizioni dell’Afghanistan. 

Faccio quindi un sentito invito ai difensori dei diritti delle donne e in particolare alla signora Goracci: che almeno si informino prima di lanciare boomerang che potrebbero, come effetto collaterale, disastrosamente ricadere sulle donne afghane.

E i difensori delle donne sappiano che appelli e denunce certamente non scalfiscono registe, cantanti e attrici che vediamo intervistate in Tv e osannate quali eroine della causa femminile. Già queste signore sono scappate da esuli previlegiate.

Le donne qualunque in Afghanistan sono da sempre abituate a tacere e soprattutto a dedicarsi alla cura della famiglia, all’”onore tribale” e alla devozione religiosa. Spesso desiderano essere istruite in scuole statali, senza rinunciare alle tradizioni tribali, ma non fanno né gradiscono battaglie per procura e preferiscono non intrigarsi di fazioni in lotta per la supremazia politica. 

E assicuro che una vera donna afghana onorata non rilascerà MAI un’intervista, cara Goracci.

 * da MarxXXI

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

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9 Commenti


  • Alida Vilardi

    Brutto articolo ambiguo e fuorviante
    Dannoso pet le donne non solo afgane
    Sono molto delusa e preoccupata
    Sembra che le ragiioni dei talebani siano giustificabili e a ccettabilu
    Per un giorbale comunusta e’grave
    Una lettrice molto delusa


    • Redazione Contropiano

      Crediamo ti sia sfuggito il cuore del ragionamento… E ti invitiamo a rileggere più attentamente…
      I “nostri valori”, le nostre usanze, i nostri modi di vita e comportamentali, sono per l’appunto i nostri e non sono gli unici, a questo mondo. E soprattutto non possiamo imporli bombardando. Come si è visto, non funziona…


  • Lu

    Mmmm…mi chiedo come si possa assicurare che una vera donna afghana onorata non rilascerebbe MAI un’intervista.
    Onorata?
    Vera donna?
    Ma soprattutto…vera donna afghana onorata?

    Da donna è un’affermazione indegna per me che sono italiana, figuriamoci per una afghana.


    • Redazione Contropiano

      Lei è stata da quelle parti abbastanza tempo per conoscere?


  • Alberto

    Io sono stato in Afghanistan ed ho viaggiato spesso in diversi paesi Mussulmani. Che in ogni paese la cultura, i costumi, le tradizioni possono essere diversi si sa`. Al giorno d’oggi non c’e` neanche bisogno di viaggiare per saperlo, basta informarsi. Direi che non e` neanche troppo difficile farlo in maniera onesta. Non glorifico i Taliban pure ammettendo che durante il loro primo governo il paese era senz’altro più` sicuro con meno criminalità` e violenza rispetto al governo post Taliban( 2001 fino al 2021). Anche il livello di corruzione era in declino. Non approvo neanche i governi susseguenti, quelli della cosi chiamata Alleanza Nordica. Per quel che mi ricordo, in Afghanistan, la Burka “andava di moda” anche dopo e prima dell’arrivo dei Taliban. Quello che gli Afghani sentivano, contestavano, criticavano ed accettavano a Kabul e` sempre stato diverso da quello che si percepiva nelle campagne o nei centri più` piccoli. Sia per quanto riguarda le donne che gli uomini. Molti giovani a Kabul mi dissero che durante il periodo “Sovietico” il paese avanzava sia culturalmente sia economicamente. Quindi c’era un certo processo culturale in movimento in senso positivo.. Anche in Italia ed in molti paesi cosi detti democratici le donne non avevano poi tanti diritti se guardiamo anche a non un distante passato. Certo la nostra amata “democrazia” non la si può` esportare come un prodotto di consumo, e non la si potrà mai imporre. Ma che comunque in paesi come l’Arabia Saudita e l’Afghanistan, per fare due esempi, le cose nei confronti delle donne e dei loro diritti devono cambiare e` un fatto inopinabile. Nell’esperienza occidentale e` risaputo che se si rispettano i diritti di tutte le persone al di la` di sesso ed appartenenza etnica, la vita migliora per tutti. Migliorerà` anche in quelle culture come quella Islamica. Certo l’imposizione di questo non deve venire esclusivamente da fuor e tanto meno con le bombe. Deve in primo luogo crescere e maturare all’interno….ma dare una mano in questi casi e` assolutamente una buona cosa.


  • Giuliano

    Premetto che sono un uomo bianco, nato e cresciuto in Italia. Non sono mai stato in Afghanistan e non conosco la condizione delle donne in quel paese, quindi non mi esprimo nel merito dell’articolo. Lancio, invece, una piccola provocazione. E’ un libro di Houria Bouteldja (http://indigenes-republique.fr/) tradotto e pubblicato in Italia da “Sensibili alle foglie” (2017). Il titolo è “I bianchi, gli ebrei e noi” e quando è uscito in Francia ha creato parecchia maretta, sopratutto a sinistra. Sono poco più di un centinaio di pagine, ma è molto denso. E’ un punto di vista “altro”, decisamente scomodo. Io l’ho scoperto solo l’anno scorso. Invito a leggerlo, sopratutto questo periodo.


  • Eliana

    Concordo con i commenti negativi, è un articolo confuso, poco chiaro antropologicamente, terreno su cui voi lo proponete, e che usa confronti assurdi, come quella se è meglio che gli uomini non ti parlino oppure ti spoglino con gli occhi. E la donna onorata….lasciamo stare.
    Peraltro Durkheim è stato un importante sociologo, con l’antropologia non c’entra nulla e forse questo spiega perchè avete scelto un articolo così.
    In futuro scegliete meglio dalla stampa.


  • carmen silipo

    Quando ho letto sui social della “coraggiosa” prestazione umana della giornalista, ho provato un istintivo fastidio, perchè mi è sembrata la facile autocelebrazione della superiorità Occidentale, che si faceva beffa del soldato afgano; un modo per riaffermare la distanza fra la nostra buona cultura e una sub-cultura arcaica e feroce, a spese del solito “ultimo”.
    Tuttavia, alcune affermazioni contenute nell’articolo propongono un relativismo inaccettabile.
    Si dice nell’articolo: “La risposta irrisa dai media del malcapitato Talebano (“Non mi è permesso guardare le donne”) è carica di significato e fa riferimento ad una antica consuetudine culturale di rispetto nei confronti della donna che, mai pubblicamente, è consentito degradare ad oggetto sessuale”.
    Personalmente, la trovo folle in quel suo argomentare, facendo propria la sessualizzazione di ogni pur minimo scambio uomo-donna, che è parte di quella cultura.
    E’ assolutamente sciocco dire che lo sguardo “degrada” ad oggetto sessuale, l’oggettivazione è evidentemente il “peccato originale” dell’uomo, pagato dalla donna.

    Se è profondamente vero che l’Occidente non possa ergersi a misura del mondo, è altrettanto vero che non si possa smettere di avere un punto di vista che prova a farsi “universale”.
    Comprendere richiede, sicuramente, la lettura dei fatti nel loro contesto storico-culturale, ma anche il saper guardare sollevandosi da quel contesto, altrimenti si finisce con il perdere gli strumenti di critica e si resta intrappolati nelle contraddizioni, incapaci di cogliere le “sofferenze” da cui può originare un cambiamento.

    La risposta del militare a quella provocazione arrogante rivela l’essenza di una cultura intimamente repressiva, che condanna sia le donne che gli uomini… ne cuce addosso il codice di comportamento e le aspettative sociali; regole di un ferreo controllo, in cui si riproduce il potere all’interno di quella specifica struttura sociale (che l'”esportazione della democrazia” non ha sostanzialmente intaccato).
    Questa malsana definizione di “rispetto” noi la conosciamo bene, fa parte della nostra storia, l’abbiamo attraversata e ancora ci facciamo i conti, in situazioni e modi differenti.
    Questa consapevolezza è parte del nostro sguardo e – credo – non si deve cadere nell’inganno di smettere di guardare per non correre il rischio di “degradare” qualunque cosa osserviamo ad “oggetto di dominio culturale”


  • Donatella Salina

    Finalmente un articolo onesto anche da sinistra.A nessuno piace lo stato deplorevole in cui vivono gli uomini e le donne afghane privi entrambi dei piu elementari dirityi a causa di 40 anni di guerra delle potenze stranieri sul loro territorio.La tutela dei diritti delle donne non può esserr separata dalla titela dei diritti della restante popolazione e per ora i Talebani sembrano l’unico movimento in grado di tenete unito un Paese finalmente liberato dall imperialismo yankee Noi de La Luce.news abbiamo sbufalato almeno 5 clamorose fake news di propaganda imperialista contro quello che è ci piaccia o no il legittimo governo di quel Paese La crudeltà dei signori della guerra alleati della Nato autori di stupri omicidi ed altre orribili violaxioni dei diritti umani ai danni delle famoglie dei resistenti fu assai maggiore di quella dei Talebani E quanto ad orecchie e mani tagliate alla fine degli snni 90 in pieno regime talebano Tiziano Terzani da Kabul smentì’ una fake della BBC e non fu l unico.Emergency fu rispettata dai Talebani e Gino Strada riuscì a lavorare abbastanza bene a favore di tutti gli afghani Ed il giornalista Massimo Fini scrisse la prima ed unica biografia italiana del Mullah Omar in cui ridimensiona moltissimo la narrazione dominante in Occidente. D’altronde l Occidente salva gli afghani collaboraxionisti e fa morire gli altri ai confini dell UE.E molti di coloro che si sono sbracciati per sistenere i profughi afghani farebbero morire volentieri gli africani nel Mediterraneo
    Che brutto mondo compagni.

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