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La lotta è l’unico cammino: note sull’11 settembre dell'”esquerra independentista”

Riscattata dall’anonimato che la caratterizzava, su scala internazionale, solo dalla mobilitazione culminata nel referendum del primo ottobre, la festa nazionale catalana ha ritrovato la settimana scorsa l’esquerra independentista nelle piazze di Barcellona, Girona, Lleida e Reus.

Contemporaneamente l’Assemblea Nacional Catalana ha portato nelle strade della capitale dell’antico Principato 400.000 manifestanti: un risultato considerevole se si tiene conto dell’effetto deterrente del covid, della repressione e delle divisioni interne al movimento indipendentista.

La piazza non ha risparmiato i fischi ai dirigenti di Esquerra Republicana de Catalunya, a cominciare da Oriol Junqueres (presidente del partito ed ex prigioniero recentemente indultato) e Pere Aragonès (presidente della Generalitat), entrambi ritenuti tra i principali artefici della via del dialogo imboccata dal governo catalano.

L’avviso che il malcontento serpeggiante nel movimento avrebbe colto l’occasione per manifestarsi era venuto già nella notte, quando diversi tentativi di bloccare alcune delle principali arterie della città, rivendicati dal Comitè de Defensa de la República-acció directa, avevano richiesto anche l’intervento dei pompieri.

Nel mattino i giovani di Arran (organizzazione indipendentista e socialista) hanno impedito l’accesso alla piazza a un gruppo di militanti di Aliança Catalana (un piccolo partito di estrema destra), mentre quelli della Forja hanno patito l’intervento dei Mossos d’Esquadra, assai zelanti nel ritirare gli striscioni inneggianti alla repubblica socialista.

Nel pomeriggio si è svolta la manifestazione dei CDR e in serata vari gruppi dell’esquerra independentista hanno effettuato un lancio di oggetti contro il commissariato della Policia Nacional, edificio simbolo della repressione dello stato, difeso dai Mossos e dalla polizia spagnola con alcune cariche. A margine della cronaca però, la diada di quest’anno suggerisce due brevi considerazioni.

La prima: la scadenza dell’11 settembre appartiene alla memoria storica dell’indipendentismo, che non dimentica le condizioni tutt’altro che pacifiche in cui si svolse la cosiddetta transizione alla democrazia. L’11 settembre 1978 la polizia uccise a colpi d’arma da fuoco il giovane Gustau Muñnoz (militante del Partit Comunista d’Espanya internacional), ricordato in piazza questo sabato da Albert Botran (deputato della Cadidatura d’Unitat Popular al Congresso spagnolo).

Botran ha sottolineato come l’assassinio del giovane militante smonti in pieno “il mito della transizione, tutt’altro che esemplare“. Secondo una stima assai prudente, Muñoz è uno dei 25 caduti per mano delle forze dell’ordine e dell’estrema destra registrati nei Països Catalans tra la morte di Franco e la vittoria elettorale del PSOE del 1982. Anche per questo l’11 settembre rappresenta un simbolo della lotta per la liberazione nazionale e di classe rivendicata dall’esquerra independentista.

La seconda: il sintetico documento che diverse organizzazioni del movimento hanno dato alle stampe per la diada di quest’anno sembra recuperare alcuni tratti della radicalità caratteristica dell’indipendentismo rivoluzionario dei decenni scorsi, mai del tutto dimenticata e necessaria per sostituire alla fiducia nel parlamentarismo, finora egemone nell’ampio e plurale schieramento indipendentista, un orizzonte di lotta popolare e dal basso.

Un’analisi ancora allo stato embrionale ma che, con il ricorso alle categorie del potere e della rivoluzione, sembra voler correggere gli errori del ciclo politico culminato nel referendum e dimostratosi subito dopo incapace di sostanziare la costruzione effettiva della repubblica.

Gli eventi delle ultime settimane sembrano corroborare queste considerazioni: dopo che nel maggio scorso la CUP ha concesso alla coalizione formata da ERC e Junts per Catalunya due anni di tempo per negoziare col governo spagnolo in cambio di un grappolo di misure avanzate sul terreno sociale, la formazione indipendentista e anticapitalista ha in seguito accentuato la critica al governo guidato da Pere Aragonès, schierandosi contro l’ampliamento dell’aeroporto di Barcellona, inizialmente proposto sia dalla Generalitat che dal governo spagnolo (indifferenti alla zona verde protetta, adiacente alla pista, che farebbe le spese dell’ennesima grande opera) e attualmente parcheggiato a causa delle accuse di slealtà che i due governi si scambiano reciprocamente.

La CUP si è inoltre opposta alla candidatura di Barcellona e i Pirenei alle olimpiadi invernali del 2030, una passerella mediatica che il governo catalano e quello spagnolo sponsorizzano a braccetto e che sembra lontana dalle esigenze delle classi popolari del paese.

Dani Cornellà, deputato della CUP alla camera catalana, ha definito i due progetti parte di “un’operazione dello stato che vuole riportarci nella logica dell’autonomia a colpi di investimenti promossi da Madrid. Se credono di risolvere il conflitto tra lo stato e la Catalunya a suon di milioni e di progetti che rappresentano un attentato al clima e rafforzano la precarietà all’interno del nostro modello economico si sbagliano di grosso“.

E la seconda riunione tra il governo catalano e quello spagnolo, che ha visto sedersi al tavolo delle trattative Pedro Sanchez e Pere Aragonès, è stata giudicata dagli indipendentisti e anticapitalisti uno scenario nato morto, del quale è necessario disfarsi al più presto. Nonostante il PSOE parli di riconciliazione, il conflitto in Catalunya sembra lontano da poter dirsi archiviato.

Qui di seguito il breve documento di convocazione della diada appena trascorsa.

La lotta è l’unico cammino. Manifesto dell’Esquerra Independentista per l’11 settembre, festa nazionale catalana

Ci troviamo immersi in una nuova crisi socioecomica che dimostra una volta di più il carattere strutturale e ciclico delle crisi nel sistema capitalista. La pandemia ha accentuato la recessione economica che già s’intravedeva ed ha evidenziato le contraddizioni dell’economia di mercato.

La sanità pubblica saturata dall’emergenza dopo un decennio di tagli e privatizzazioni, gli sfratti che sono stati eseguiti malgrado le promesse di moratoria, la femminilizzazione della povertà e la violenza contro le donne che si accentuano: questo il panorama.

Nella congiuntura attuale, l’alleanza tra i centri di potere periferici (progressisti) e il governo delle sinistre a Madrid si è tradotta nella mera richiesta di poche briciole di bilancio e ha portato ad una ricentralizzazione perfino maggiore di quella del 2015.

I governi di coalizione progressisti del Botànic (al Païs Valencià), di Bellver (alle Isole Baleari) e di ERC (in Catalunya) portano al culmine un processo di ripiegamento delle forze governative che sostengono la sovranità nazionale. I tre governi condividono coordinate politiche assai simili: eccellenza nella gestione dell’autonomia e rispetto della legalità come mezzi per ottenere concessioni dall’apparato centrale dello stato spagnolo.

L’obbiettivo è frenare la lotta indipendentista in Catalunya mediante un patto, ideato dall’alto, per la spartizione degli aiuti europei, sullo sfondo di una riforma sociale ed economica che garantisca la continuità del sistema capitalista.

Lo stato spagnolo è più che mai comodamente installato al potere, rafforzato da differenti sostenitori che vanno dai neofascisti di Vox fino alla sinistra spagnola di Unidas Podemos.

L’offensiva spagnolista mostra differenti facce, una delle quali è il progetto di liquidazione della lingua, un simbolo antifascista, antimonarchico, rappresentativo dell’unità dei Països Catalans, che è sopravvissuto a un vero e proprio genocidio culturale.

La persecuzione della lingua in una parte del territorio è una minaccia per la lingua in tutto l’insieme del paese. È perciò che occorre combattere contro gli attacchi ai locali indipendentisti (casals e ateneus), arrestare la proliferazione delle aggressioni fasciste e lottare fianco a fianco con le vittime di ogni rappresaglia, dato che il fascismo funziona come la forza d’urto che lo stato capitalista utilizza per conservare l’attuale regime.

Questo è il contesto nel quale lo scorso maggio il governo di Pere Aragonès ha mosso i suoi primi passi, alzando la bandiera della giustizia sociale, del femminismo, dell’ecologismo, dell’autodeterminazione e dell’amnistia. Però questa bandiera di cambiamento è presto svanita nel nulla, così come le parole di Aragonès, lasciando sul terreno solo la liquidazione del conflitto, la cancellazione della lotta indipendentista e la scommessa a favore dei negoziati e dell’indulto, presentati come una vittoria dell’indipendentismo mentre si dimenticano migliaia di perseguitati.

Siamo alle porte di una nuova grande offensiva antipopolare, che lascia una sola una via d’uscita alla classe lavoratrice: la costruzione dei Països Catalans a partire dalla strategia dell’unità popolare, nella consapevolezza che la lotta per l’autodeterminazione è lotta di classe e che la costruzione dell’indipendenza richiede una rivoluzione politica.

Lo scontro con il regime del ’78 e la rottura indipendentista con lo stato spagnolo e con l’Unione Europea sono l’unica via per smettere di pagare i disastri del capitalismo. E tutto ciò non si ottiene né con i negoziati né con i processi che pretendono di passare da una legalità all’altra, senza rotture.

La questione dell’autodeterminazione non è solo una questione di democrazia bensì soprattutto una questione di potere. Perciò è necessario costruire un blocco politico e sociale nell’insieme dei Països Catalans, possibile solo attraverso un programma di trasformazione sociale che dia una risposta alle necessità della maggioranza dei lavoratori. È necessario costruire una forza popolare che contenda il potere allo stato capitalista spagnolo e lo sconfigga grazie a una insurrezione democratica del popolo.

Perciò è necessario rafforzare gli spazi di lotta sociale e popolare e le organizzazioni dell’Esquerra Independentista, perché l’organizzazione e la lotta sono l’unico cammino.

Alerta Solidària, Arran, COS, CUP, Endavant, SEPC

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