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Libano sotto il tiro delle ingerenze saudite

Libano ancora sotto assedio da parte delle petromonarchie del Golfo, mentre attraversa la più grave crisi economica dalla fine della guerra civile, con mancanza grave di carburante e intere zone completamente al buio di notte.

Stavolta il pretesto è rappresentato delle dichiarazioni rilasciate dall’attuale Ministro dell’Informazione George Kordahi ad Al Jazeera: secondo l’esponente del partito cristiano-maronita Marada, che fa parte dell’”Alleanza 8 marzo”, schieramento parlamentare a guida Hezbollah, il conflitto portato dall’Arabia Saudita in Yemen è “assurdo e futile” e gli Houthi, ovvero la milizia sciita che guida il fronte anti-saudita, non vanno considerati aggressori in quanto stanno agendo per autodifesa rispetto all’intervento esterno.

Tali dichiarazioni risalgono allo scorso agosto, ben prima della formazione dell’attuale governo libanese (sempre frutto della solita mediazione fra le due coalizioni, una filo-saudita e l’altra filo-siriana e iraniana), in cui a Kordahi è stato attribuito il Ministero dell’Informazione. Eppure, su evidente input esterno, Al Jazeera ha deciso di diffonderle sui social il 26 ottobre.

Immediata è arrivata la durissima reazione saudita, consistente nel ritiro immediato del proprio ambasciatore a Beirut e nell’espulsione di quello libanese a Ryad, correlate con la richiesta ai propri cittadini in Libano di rientrare e con il blocco delle esportazioni verso il paese dei cedri, la cui economia, come detto, è già in ginocchio da tempo. Ovviamente, l’Arabia Saudita è stata immediatamente seguita dal Bahrein, dal Kuwait e anche dagli Emirati Arabi Uniti, che con i sauditi condividono l’imponente, quanto inutile sforzo bellico in Yemen, anche se con posizioni spesso meno chiuse rispetto ad una soluzione di compromesso.

Il neo Primo Ministro Libanese, il grande costruttore edile Najib Miqati, si è affannato a cercare un punto d’intesa con i sauditi durante il vertice COP26 di Glasgow, ma si è sentito dettare sempre la solita condizione, impossibili da soddisfare: marginalizzare Hezbollah.

Di conseguenza, una volta rientrato in patria, Miqati ha dovuto limitarsi ad invitare George Kordahi a “privilegiare gli interessi nazionali” e a prendere la posizione “che dovrebbe essere presa ascoltando la propria coscienza”: si tratta di un invito abbastanza esplicito alle dimissioni. Lo stesso primo Ministro ha rimarcato che “Si sbaglia anche chi crede di poter guidare i libanesi verso scelte che li allontanino dalla loro storia e appartenenza araba e che minano i buoni rapporti con i Paesi del Golfo arabo, in particolare con l’Arabia Saudita”.

Dal canto suo Hezbollah ha accusato l’Arabia Saudita di aver fabbricato a tavolino la crisi in corso (in effetti la tempistica di rilascio delle dichiarazioni incriminata e quella della sua pubblicazione lo lasciano intendere) e ha paragonato la reazione di Ryad ad una dichiarazione di guerra.

Questo ennesimo attacco ad Hezbollah, che si traduce immediatamente in un attacco a tutto il Libano, avviene proprio nel momento in cui i sauditi attraversano l’ennesimo momento di difficoltà sul terreno nella guerra in Yemen.

Il fronte guidata dagli Houthi, infatti, sta avanzando verso l’importante città di Marib, ultima roccaforte del governo filo-saudita nel nord e la contraerea del regno dei Saud non riesce ad opporre una risposta adeguata ai continui attacchi via droni che i guerriglieri sciiti riescono a portare direttamente in territorio nemico

 

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