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Transnistria: il secondo fronte del conflitto ucraino

Dopo che la scorsa settimana, in alcune regioni russe prossime al confine con l’Ucraina – regioni di Brjansk, Belgorod, ecc. – era stato dichiarato lo stato di emergenza, per tiri di artiglieria e il pericolo di attacchi diretti da parte ucraina, ora anche in Transnistria è stato dichiarato il livello più alto di minaccia terroristica.

Tra il 25 e il 26 aprile si sono verificati una serie di esplosioni e attentati nella capitale, Tiraspol e nei suoi dintorni. Il 25 aprile, l’edificio del Ministero della sicurezza è stato oggetto di tiri di lanciagranate. Il 26 aprile, diverse esplosioni nel vicino villaggio di Majak e il Consiglio di sicurezza moldavo, riunito a Kišinev, ha parlato di un attentato alla base militare di Parkany, a metà strada tra Tiraspol e Benderi.

Il Presidente della Transnistria, Vadim Krasnosel’skij, ha puntato l’indice direttamente su gruppi eversivi ucraini: «I primi risultati delle indagini indicano che le tracce degli attacchi conducono all’Ucraina. Presumo che chi li ha organizzati si sia posto l’obiettivo di coinvolgere la Transnistria nel conflitto».

Alla riunione del Consiglio di sicurezza moldavo del 26 aprile, la Presidente Maija Sandu ha dichiarato che gli attentati sono collegati alla contrapposizione tra forze diverse della regione RMT (il nome ufficiale è Repubblica moldava di Transnistria) che «sono per la guerra».

Le ha subito risposto Krasnosel’skij: «Il capo dello Stato limitrofo, Maija Sandu, basandosi su certe analisi effettuate da qualcuno, si è permessa di dichiarare pubblicamente che gli atti terroristici in Transnistria sono opera di alcune “forze contrapposte all’interno della regione”, forze note a lei sola… Chiedo urgentemente alla signora Sandu di dispensare la comunità mondiale dalle sue congetture personali».

L‘ex Presidente moldavo, Igor Dodon, parla di «attori politici esterni» che tenterebbero di provocare un conflitto nella RMT e, al pari di quanto detto da Vadim Novosel’skij per la RMT, dichiara che «qualcuno» cerca di attirare nel conflitto ucraino la stessa Moldavia.

Dodon ha detto che l’attuale Presidente moldava deve chiedere ufficialmente a tutti paesi-partner di rispettare la neutralità moldava, sottolineando che la Transnistria è parte di essa.

La russa Kommersant, ricorda come nel 2016, dopo l’ufficializzazione del referendum tenutosi dieci anni prima, in Transnistria si cominciava ad attuare una legislazione corrispondente a quella russa, in vista di un futuro ingresso nella compagine russa, e dal 2017 il tricolore russo è adottato quale seconda bandiera statale della Repubblica.

Kommersant riporta le parole del co-presidente della Commissione congiunta di controllo per le operazioni di interposizione, Oleg Beljakov, secondo cui la situazione è sotto il controllo del contingente di pace.

È il caso di ricordare che, dopo una serie di scontri (il reale timore di una fusione tra Moldavia e Romania aveva portato gli abitanti della Transnistria, per il 60% russi e ucraini, ancor prima della caduta dell’URSS, a lanciare la sfida per l’uscita dalla compagine moldava) nel luglio 1992 era stato raggiunto il cessate il fuoco, con un accordo sottoscritto da Mosca e Kišinëv, cui cui aveva poi aderito anche Tiraspol.

Contingenti di pace russi erano quindi entrati a Benderi e a Dubossar, schierandosi a fianco di quelli moldavi e della Transnistria. Nel 1993 al processo di pace si era unita l’OSCE e, nel 1995, l’Ucraina. Da allora, il contingente di pace russo è nella regione, con i caschi blu dislocati in una quindicina di postazioni per 225 km lungo il Dnestr e per una profondità da 12 a 24 km.

Ora, è sufficiente dare un’occhiata alla cartina, e in particolare alla posizione di Odessa, per rendersi conto di quanto la RMT sia importante, tanto per Mosca che per Kiev. Entrambe le capitali fanno parte del cosiddetto “formato 5+2” per la soluzione del conflitto in Transnistria, insieme a Moldavia, RMT, OSCE, oltre a UE e USA in qualità di osservatori.

Da parte russa, a più riprese si era parlato negli ultimi anni di una soluzione per il Donbass sul modello della Transnistria. Tanto più, poi, dopo che all’inizio dell’anno sono ripresi, dopo un lungo intervallo, contatti diretti tra Tiraspol e Kišinev, per giungere a una regolazione dei rapporti e Mosca ha sempre chiesto – come del resto previsto dagli accordi di Minsk del febbraio 2015 e poi dal “pacchetto Steinmeier” – colloqui diretti tra Kiev e le Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk.

Kiev, sentendosi le spalle coperte dalla Nato, ha sempre rifiutato di condurre colloqui e trattative con L-DNR, in particolare, per la concessione dello status speciale alle due regioni. I risultati, li vediamo oggi.

E, sempre a proposito di colloqui e trattative, ma riferiti alla guerra attuale, il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che se Kiev desidera che i colloqui siano risultativi, dovrebbe dare una risposta sollecita alle proposte di Mosca per un accordo di pace.

Ma, allo stesso tempo, Lavrov dubita che i colloqui (l’ultimo incontro diretto tra le delegazioni russa e ucraina si tenne a Istanbul il 29 marzo scorso) diano qualche risultato, finché si continuerà a «pompare di armi» Kiev. Secondo Lavrov, l’Ucraina «non è particolarmente interessata» alle trattative e fa conto su quanto le hanno promesso coloro che «sollecitano a non far vincere la Russia».

Komsomol’skaja Pravda scrive apertamente che «gli USA, con le mani dell’Ucraina, cercano di aprire un secondo fronte in Transnistria» contro la Russia e gli attentati di questi giorni potrebbero rappresentare la preparazione a un attacco in grande stile, da parte moldava, rumena e ucraina, per distogliere la Russia dal Donbass.

È questo il parere dell’ex Ministro della difesa della DNR Igor “Strelkov” Ghirkin, secondo il quale «intere unità militari si stanno preparando all’invasione dal territorio rumeno e ci sarebbero informazioni anche sul concentramento di reparti ucraini al confine con la Transnistria».

Il ricercatore Vladimir Bruter ha dichiarato a Komsomol’skaja Pravda che gli attentati in Transinistria «sono la diretta conseguenza della visita a Kiev di Anthony Blinken e Lloyd Austin, che hanno consigliato di sondare le possibilità di un secondo fronte».

Da Washington, osserveranno le reazioni russe: se Mosca accelererà o meno le operazioni su Nikolaev e Odessa; importante per gli USA è «creare una situazione per cui la Russia sarà costretta a rafforzare il dislocamento di mezzi in quest’area, in particolare artiglierie e aviazione. Replicheranno il solito quadro di Buča, Mariupol, ecc., e diranno che il regime russo si è completamente disumanizzato. Notate che, a parte Buča, che tra l’altro essi stessi hanno già smentito, non hanno una sola buona immagine da mostrare in pubblico. E invece ne hanno bisogno».

Così la guerra continua.

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