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“Industrial Chaos”: lo sciopero dell’auto Usa fa un salto di qualità

Con un annuncio a sorpresa, giovedì 12 ottobre, la United Auto Workers International ha esteso lo ‘Stand Up Strike’ al più grande e redditizio stabilimento Ford, il Kentucky Truck Plant, dove lavorano 8.700 lavoratori.

In seguito all’annuncio i lavoratori che fanno capo alla Local 862 sono usciti dallo stabilimento.

Shawn Fain è stato lapidario nel commentare questa decisione per quello che ricorda di fatto uno sciopero a gatto selvaggio: «Siamo stati assolutamente chiari, ma Ford non ha compreso il messaggio».

Ha attribuito la scelta di far incrociare le braccia ai lavoratori dello stabilimento, che produce mezzi pesanti, ai mancati progressi nelle trattative che il sindacato sta conducendo con la casa automobilistica di Detroit, insieme a Stellantis e GM.

Lo sciopero iniziato il 15 settembre, alla scadenza del contratto con i giganti nord-americani dell’automotive, non è l’unica vertenza in cui sono impegnati i lavoratori della UAW.

La scorsa settimana i lavoratori 1.1000 lavoratori della General Dynamics in Michigan, Ohio e Pennsylvania hanno votato al 97% per autorizzare lo sciopero una volta scaduto il contratto, il 22 ottobre.

Prima di loro i 4.000 lavoratori aderenti al sindacato che lavorano alla Mark Trucks (Volvo) hanno rigettato – con il 73% dei voti – una proposta di accordo, ed entreranno perciò in sciopero da questo lunedì mattina.

Il Presidente della UAW ha commentato dicendo: «Sono entusiasta di vedere i membri della UAW alla Mark lottare per un contratto migliore, ed essere pronti ad incrociare le braccia per ottenerlo. I lavoratori hanno l’ultima parola, ed è con la loro solidarietà e con la loro organizzazione che conquisteranno un giusto contratto alla Mark».

Tra il 2007 e 2009 il sindacato accettò una serie di concessioni per “salvare” il settore dalla bancarotta. 14 anni dopo stanno decisamente chiedendo il conto ad un padronato che nel frattempo ha visto schizzare in alto i profitti.

Come ha scritto Alice Herman in una bella inchiesta, Striking autoworkers remember broken promises, pubblicata su In These Times: «per generazioni, i lavoratori hanno scelto il settore automobilistico per la garanzia di un posto nella middle class ed una pensione sostanziosa. In pochi anni queste garanzie sono scomparse».

Come ha dichiarato in conferenza stampa Todd Dunn, presidente della sezione locale 862, che comprende i dipendenti dello stabilimento Ford di Louisville, nel Kentucky, i lavoratori si erano a lungo preparati per questo momento ed erano pronti per fare ciò che gli è stato richiesto perché lo sciopero abbia successo.

E così è stato, come riporta la Detroit Free Press: «Dopo poco essere stati avvertiti, migliaia di lavoratori hanno lasciato il loro posto di lavoro alle 6:30 del pomeriggio, qualche minuto dopo che i rappresentanti sindacali hanno camminato tra i reparti dello stabilimento», interrompendo così il flusso di lavoro e uscendo dalla fabbrica che produce la serie Ford F Super Duty, il Ford Expedition ed il Lincoln Navigator, come mostrano i filmati pubblicati sulla pagina FB della UAW.

Il Super Duty è tra i prodotti più redditizi prodotti da Ford.

Lo stabilimento, aperto nel 1969, è il più grande della Ford ed uno tra gli stabilimenti più grandi al mondo. Produce veicoli che fanno guadagnare all’azienda 25 milioni di dollari l’anno. Nonostante questo, i lavoratori sono costretti a lavorare a temperature elevate durante l’estate, senza che sia stata mai accettata la richiesta di installare l’aria condizionata.

Da quando è trapelato durante le trattative, a seguito di offerte economiche che non soddisfacevano il sindacato, Fain si sarebbe alzato dicendo: «Se è tutto quello che avete da offrirci, avete appena perso il KTP», cioè il Kentucky Truck Plant, e se ne sarebbe andato interrompendo le trattative.

Ad onore del vero, si hanno differenti versioni di ciò che è accaduto, ma il senso è quello. Fain aveva “graziato” la GM la settimana precedente, dopo le storiche concessioni dell’azienda, mentre i lavoratori della General Motors di Arlington si apprestavano ad incrociare le braccia. Questo dopo avere usato la stessa tattica con Stellantis ed in precedenza con la Ford.

Per l’azienda lo sciopero impatterà su più di una dozzina stabilimenti e un numero molto più alto di fornitori, interessando circa 100 mila lavoratori.

In un comunicato ufficiale la Fprd ha parlato di «industrial chaos», dimostrando un certo nervosismo, e minacciando nel corso dei giorni successivi di lasciare i dipendenti a casa senza stipendio.

Si tratta comunque duro colpo per l’azienda, che vede poco più della metà dei profitti fatti negli Stati Uniti provenire dallo stabilimento di Louisville, che pure non era assolutamente un “bastione” della corrente sindacale “riformista”, quella che ha sostenuto l’elezione di Fain il marzo scorso.

Ed è un avvertimento indiretto alle altre aziende restie ad avvicinare significativamente le proprie offerte alle richieste sindacali.

Con l’ultima azione alla Ford sale a 25.300 il numero dei lavoratori in sciopero per il rinnovo contrattuale delle Big 3.

Lo sciopero torna così ad essere lo strumento in mano ai lavoratori. «Per ribilanciare i rapporti di forza, doppiamo ripristinare lo sciopero» afferma Fain.

La progressione dello sciopero, ormai arrivato oltre il primo mese, è spettacolare.

Ai tre stabilimenti delle Big 3 in Missouri, Michigan ed Ohio (12.700 lavoratori) si sono aggiunti i 5.600 lavoratori dei 38 siti che gestiscono i pezzi di ricambio di GM e Stellantis in 20 Stati; e poi – il 29 settembre – due nuovi stabilimenti GM, a Lansing e la Ford a Chicago.

Finora il copione prevedeva l’annuncio attraverso una diretta di Facebook del venerdì, ma ora l’azione sindacale ha assunto un ritmo diverso, anche se sempre in crescendo, e sin dall’inizio ha assunto un significativo profilo politico.

Aver chiuso il maggior stabilimento della Ford all’improvviso, in 10 minuti, è una dimostrazione di forza. Come abbiamo più volte sottolineato, come nel caso dei Teamsters dell’UPS e degli attori/sceneggiatori di Hollywood, questa vertenza parla esplicitamente a tutta la working class.

L’opinione pubblica, in maniera maggioritaria, è d’accordo con questi lavoratori che utilizzano il consenso e le condizioni favorevoli dell’attuale mercato del lavoro, in un momento in cui si intravedono processi trasformativi dovuti al “salto tecnologico” che potrebbero impattare le classi subalterne e su cui vogliono avere l’ultima parola, senza subirli passivamente.

Tra le maggiori conquiste di questa contrattazione ci sono l’integrazione nel contratto nazionale dei quattro stabilimenti GM che produrranno batterie, e la possibilità di scioperare in tutti gli stabilimenti Ford e Stellantis in caso di chiusura di un sito produttivo.

Finora la UAW, per quanto riguarda l’elettrico, era riuscita ad entrare solo nello stabilimento Ultium a Lordstown nell’Ohio, nel dicembre scorso.

Stellantis prevede di costruire due stabilimenti per la produzione di batterie a Kokomo, Indiana, con 3 mila lavoratori, e Ford altri 3 – per un totale di 7.500 lavoratori – in Kentucky, Tennessee e in Michigan.

Ma il settore si sviluppa oltre le Big 3 e Fain è determinato, dopo la conclusione del contratto, a sindacalizzare un’altra dozzina di aziende. Certamente riuscire a “strappare” un contratto soddisfacente alle tre case automobilistiche di Detroit sarà un volano importante per questo processo.

La classe operaia statunitense ha giocato a lungo “in difesa”, ma durante la pandemia è iniziata l’inversione di tendenza; le ore di sciopero sono da allora progressivamente aumentate, nonostante il tasso di sindacalizzazione sia in media (tra pubblico e privato) appena del 10%.

Come ha affermato Sharon Block (ex membro del National Labor Relations Board), esperto della materia, in un intervista all’Harvard Business Review – non esattamente un covo di bolscevichi – «credo che il successo sia contagioso. I lavoratori si ispirano l’un l’altro».

Gli attuali dirigenti sindacali dei vari settori coinvolti rappresentano il mood e gli interessi dei propri iscritti trasformandoli in una efficace strategia in grado di strappare conquiste al tavolo contrattuale, minacciando o attuando scioperi “non rituali” che prendono ispirazione dalla lunga tradizione del sindacalismo militante degli USA.

Il sindacalismo statunitense sta invertendo la tendenza che si era consolidata con la presidenza Reagan, che aveva sostituito nel 1981 i controllori di volo della PACTO in sciopero, sferrando così un duro colpo al ruolo del sindacato; e soprattutto ha rotto con e dirigenze sindacali corrotte e concertative, che avevano di fatto co-gestito al peggio le scelte di politica economica.

Tutto questo sta finendo e, per parafrasare Walter Reuthner, storico dirigente sindacale della UAW, il sindacati stanno facendo “dire sì” ai padroni quando questi volevano “dire no”.

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