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Il “nuovo patto di stabilità” prende forma nel delirio

La principale delle regole non scritte – e non scrivibile – in vigore nell’Unione Europea è piuttosto chiara: stabilire regole stupide e poi applicarle con fermezza.

Non stranamente, il primo a definire “stupidi” i parametri del Trattato di Maastricht – 3% massimo di deficit rispetto al Pil, 60% di limite per il debito pubblico rispetto al Pil, ecc – fu il distruttore della capacità industriale italiana, ossia quel Romano Prodi che era stato addirittura presidente della Commissione UE (ruolo oggi coperto da von der Leyen).

E infatti quei parametri stupidi non furono mai di fatto rispettati da nessun paese, se non per brevissimi momenti, neanche facendo ricorso ai più fantasiosi trucchi della “finanza creativa”.

Del resto, un’architettura pensata per far funzionare gli Stati così come pretendono “i mercati” (ossia il capitale finanziario e le imprese multinazionali maggiori) non può che risultare inabile a funzionare secondo criteri di equilibrio macroeconomico.

Sintetizzando molto: è assurdo pretendere la riduzione del debito pubblico degli Stati e contemporaneamente vietare alla banche centrali nazionali di “calmierare” i rendimenti dei titoli di Stato che si trasformano in profitti per i prestatori privati a costo di un incremento del debito pubblico. E via enumerando altre assurdità…

Ora, come ci riferiscono i media in modo quasi incomprensibile, il “patto di stabilità” europeo deve essere ridefinito, dopo esser stato sospeso per tre anni a causa prima della pandemia – che ha richiesto a tutti spese pubbliche straordinarie – e poi della guerra in Ucraina, che ha stimolato l’aumento della spesa militare per tutti i membri della Nato.

In teoria la revisione di quel “patto” dovrebbe essere una buona notizia. Ma praticamente non lo è affatto.

Quali parametri, infatti, vengono ipotizzati per sostituire quelli vecchi? E, soprattutto, in basi a quali ragioni economiche vengono ipotizzati?

Prima sorpresa, o banale constatazione: non c’è alcun criterio macroeconmico anche lontanamente “oggettivo”. I diversi paesi affrontano la trattativa con l’occhio alla situazione politica interna, alla robustezza o meno delle diverse coalizioni di governo, alla possibilità o meno di scaricare su altri paesi già più deboli parte dei propri problemi irrisolti.

Un piccolo spiraglio su cosa bolle in pentola alla vigilia della cena dei ministri finanziari che domani, si dice, potrebbe durare fino al mattino, viene aperto per esempio da Federico Fubini – a pizzichi e bocconi – su Il Corriere della Sera.

Un giorno parla dell’assurdità del «freno al debito» disegnato venti anni fa da Wolfgang Schaeuble, ministro delle finanze tedesco con Angela Merkel, definito solo ora “così rigido e utopico che lo stesso governo di Berlino ha iniziato a ricorrere alla finanza creativa pur di aggirarlo”.

Dobbiamo però ricordare che quel “freno” ha regolato venti anni di politiche di bilancio di tutti gli Stati, ha portato alla distruzione dell’economia greca e alla stagnazione perenne di tutta l’economia europea. Andava sotto il nome di “austerità” ed era il mantra dei “paesi virtuosi”. I commentatori come Fubini fustigavano i governi che non cercavano di avvicinarli. Ecc.

Una prima chicca è comunque la “rivelazione” che i virtuosissimi tedeschi hanno fatto una montagna di carte false per salvare i propri conti pubblici (oberati tra l’altro da innumerevoli interventi di salvataggio di molte banche, a partire dalla “sistemica” Deutsche Bank per finire alle Landesbanken regionali, opportunamente sottratte al potere di sorveglianza della Bce).

Ci dice infatti Fubini: “Oggi la Repubblica federale vanta ben 29 veicoli di bilancio separati dai conti ufficiali pur di non far apparire in bilancio le spese che, inevitabilmente, servono a finanziare gli investimenti. La Corte costituzionale di Karlsruhe ha finito per dichiarare improprio almeno uno di questi «bilanci paralleli», costringendo il governo a far emergere nel deficit 60 miliardi di euro di fondi per la transizione verde.

Tutto chiaro?

Uno solo di quei 29 “veicoli di bilancio” ha scoperto un buco da 60 miliardi di euro. Roba da commissariare immediatamente qualsiasi altro paese con un “governo tecnico”, magari guidato da un boss ex Bce (Jens Weidmann non starebbe nella pelle). Ma non della Germania, ci mancherebbe…

E non basta.

Nonostante questa catastrofe contabile e di immagine per Berlino, l’attuale ministro delle finanze – il liberaldemocratico ultra-austero Christian Lindner – sta da settimane forzando la mano per imporre parametri ancora più restrittivi, ma soprattutto differenziati a seconda del livello dei debito pubblico dei vari paesi.

Ascoltiamo ancora Fubini:

Prima ha chiesto una riduzione misurabile del debito pubblico di almeno un certo livello ogni anno per tutti; e gli è stata accordata. Poi ha chiesto lo stesso sul deficit; e anche quello gli è stato accordato.

Quindi ha chiesto che i Paesi con il debito superiore al 90% del prodotto lordo siano obbligati a una riduzione più impegnativa del debito, dell’1,5% del Pil all’anno (mentre per gli altri il calo dovuto sarebbe solo dell’1%); neanche questa idea incontra per ora resistenze.

Infine Lindner sta cercando di introdurre un ulteriore trattamento differenziale, che costringerebbe i Paesi dal debito più alto a ridurre di più anche il deficit di bilancio: fino all’1% del Pil, invece dell’1,5% che varrebbe per tutti gli altri.

Così, la visione tedesca prevede due o tre classi distinte di Paesi ai quali si applicano norme diverse. Con l’Italia in terza classe.”

In questo gioco trova ovviamente l’appoggio di gentaglia come il neopremier olandese in pectore, Wilders (l’”amico di Salvini”), quello che faceva campagna elettorale con il cartello “neanche un euro per gli italiani”.

E così si ri-forma per l’ennesima volta un mini-asse franco-italiano – i grandi paesi dell’Unione con il più alto debito pubblico – che sperano di far passare la proposta della Commissione. Che non è meno “stringente” nei parametri, ma almeno più dilatoria sui tempi (entrerebbero in vigore tra sette anni, non il 2025).

Ma l’aspetto più demenziale, dicevamo, è il “perché” queste proposte vengono avanzate, imposte, discusse, osteggiate.

Christian Lindner, ministro delle Finanze e leader del Liberaldemocratici, per motivi di politica interna ha imboccato la via della rigidità: crollato al 5% nei sondaggi, il suo partito rischia di uscire dal parlamento alle prossime elezioni e ha bisogno di recuperare il voto dei tedeschi più conservatori.

Il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, sedicente socialdemocratico, sta zitto per “per non destabilizzare la sua già fragile coalizione”, che comprende anche i cosiddetti Verdi, tra i più sfegatati guerrafondai della Nato.

Davanti a questo quadro il governo italiano, ovvero il “leghista europeista” Giancarlo Giorgetti, sulla poltrona del ministero dell’economia, ventila un possibile veto alla bozza finale: «Non ci si può chiedere di andare non semplicemente contro l’interesse dell’Italia ma, a nostro giudizio, contro quello dell’Europa». E quindi «Il pacchetto legislativo (delle nuove regole di bilancio, ndr) si compone di tre parti, ma l’accordo deve raggiungere un equilibrio complessivo». Se no…

Dei tre regolamenti del nuovo patto di Stabilità solo uno prevede l’approvazione unanime di tutti i Paesi, ma tanto basta a conferire un diritto di veto sull’intero pacchetto.

Vedremo coma va a finire, ma una cosa resta chiara: le regole europee vengono scritte dall’equilibrio momentaneo e rissaiolo tra mentecatti preoccupati di mille cose, tranne che di far funzionare l’economia di un Continente.

Per di più “riscaldato” da ben due guerre ai propri confini…

P.S. A scanso di equivoci, aggiungiamo che neanche il Fubini si preoccupa più di tanto dell’economia reale, ma unicamente degli equilibri politici europei e dell’internità ad essi del governo italiano.

La sua disamina, infatti, punta ad un solo obiettivo: “continuare a rilanciare miti sovranisti e slogan gratuiti contro l’Unione europea, come sta facendo Matteo Salvini, non può che complicare una partita già difficile“, perché “Alla fine, un compromesso sulle regole raggiunto entro venerdì resta plausibile: basta non arrivarci essendoci legati da soli mani e piedi”.

Insomma: Salvini statte zitto e lascia fare ai grandi….

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