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Israele fuori e contro ogni diplomazia possibile

Continua la conta delle vittime a Gaza e in tutta la Palestina, in quello che è diventato a tutti gli effetti un genocidio della popolazione palestinese, con quasi 23.000 vittime dal 7 ottobre.

Israele non risparmia nessuno, donne bambini giornalisti ed altri personaggi di spicco. E mentre, la Cisgiordania è sull’orlo di una grave escalation, Netanyahu sembra avere tutta l’intenzione di portare avanti la guerra con il suo marchio genocida, non solo per una questione ideologica, ma anche per la sua perdita graduale di consensi, che lo vedrebbero non rieletto una volta terminato questo genocidio.

Ormai completamente fuori controllo, avrebbe infatti negato la possibilità di rivedere la decisione di consegnare centinaia di milioni di dollari di entrate fiscali che appartengono all’Autorità nazionale palestinese (Anp), oltre al divieto per migliaia di palestinesi di tornare al loro lavoro in Israele e negli insediamenti.

Anche il segretario di Stato USA Antony Blinken, raccogliendo le fila delle discussioni con i paesi del Medio Oriente con il re della Giordania Abdullah II per una possibile interlocuzione con Israele, insiste sulla necessità di allentare il conflitto per evitare escalation ormai non più giustificabili nemmeno con il propagandistico “diritto di difesa di Israele”.

Ma nulla fa pensare ad un’inversione di rotta da parte della politica israeliana. Il viaggio diplomatico di Blinken, che si concluderà con un incontro con Netanyahu nei prossimi giorni.

Nel frattempo ha intanto rilasciato dichiarazioni di condanna nei confronti della potenza omicida dell’azione isareliana, oltre alla contrarietà al progetto di spostamento forzato dei palestinesi dalla Cisgiordania e da Gaza, ribadendo la fondamentale necessità di proteggere i civili palestinesi in Cisgiordania.

Aria fritta, se non seguita da misure di “pressione” in grado di condizionare Netanyahu e i suoi feroci “teocrati” integralisti.

Dopo la notizia dell’uccisione di Hassan Akasha, dirigente di Hezbollah responsabile del lancio di razzi dalla Siria verso il nord di Israele, l’esercito israeliano ha reso noto di aver dato il via a una fase “meno intensa dei combattimenti caratterizzata da un ricorso minore alle forze di terra e agli attacchi aerei“.

Nel frattempo però, l’esercito israeliano continua ad attuare tutte le tattiche di guerra possibili e conosciute per confermare che si tratta di genocidio, senza nemmeno nascondersi più di tanto.

Quando alla fine di novembre il bilancio delle vittime della guerra raggiunse i 15.000 palestinesi, molti dei quali erano civili uccisi nelle “zone sicure”, l’amministrazione degli Stati Uniti cercò di nascondere il proprio sostegno agli attacchi indiscriminati di civili da parte di Israele con una richiesta di “ampliare” le cosiddette aree sicure.

L’esercito israeliano allora rispose introducendo un nuovo “strumento umanitario”: il sistema di reti di evacuazione. Ha pubblicato sui social media una mappa a griglia che divide la Striscia di Gaza in 600 blocchi e indica quali aree avrebbero dovuto essere “evacuate” e quali erano “sicure”.

Ma in stile Sbrerenica, per chi non dimentica la guerra degli anni 90/2000 nei Balcani, le zone “sicure” non sono altro che delle tane a cielo aperto per poter bluffare sulla caccia al topo. Invece di aumentare le aree di sicurezza per i civili, infatti, questo sistema  non ha fatto altre che aumentare il livello di caos e morte.

Aree precedentemente designate come “sicure”, come Khan Younis e Rafah, sono state trasformate in campi di battaglia urbani.

Israele ordina ai civili palestinesi presenti in queste aree di ripartire verso nuove zone “sicure”, ma le aree in cui il sistema di evacuazione diceva di fuggire sono state immediatamente prese di mira dall’esercito israeliano.

E’ così che Israele continua a perpetrare il genocidio del popolo palestinese, costringendolo alla fuga continua dentro uno spazio limitatissimo, per poi mettere all’angolo migliaia di migliaia di civili ogni giorno.

La concentrazione di civili indifesi in aree designate e delimitate su una mappa come “protette”, può essere utilizzata e sfruttata dagli attori sul campo di battaglia per gestire e dirigere il loro utilizzo della forza letale.

Alla luce di tutto ciò, pensare che Israele inizi “una nuova fase della guerra” non dà assolutamente nessuna garanzia di una fase discendente del conflitto, tutt’altro.

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