La prima riunione del Board of Peace, l’ircocervo affaristico/politico creato da Trump, si riunirà per la prima volta a Washington il prossimo giovedi 19 febbraio. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi è fin troppo evidente che si tratta di un passaggio di quella “demolizione” dell’ordine internazionale perseguita dall’amministrazione statunitense.
Sul piatto verranno messi i primi 5 miliardi raccolti tra gli Stati-soci per essere investiti nel business immobiliare sulla riviera di Gaza. Ma prima dovranno gettare a mare milioni di tonnellate di macerie (e i resti umani in essere rimasti intrappolati) e mandare vita tutta o gran parte della popolazione palestinese della Striscia. Tra le ipotesi c’è quella di ammucchiarla e confinarla in un’area recintata e controllata, condannandoli ad una vita da profughi in un carcere a cielo aperto. Robert Inlakesh scrive su The Cradle che in questo progetto Israele potrebbe contare sulla complicità degli Emirati Arabi Uniti.
Al fondo finanziario mancano però ancora parecchi dei soldi annunciati. Se ogni stato aderente al Board of Peace deve versare almeno un miliardo di dollari per essere ammesso con un seggio permanente al club, fanno difetto ancora diversi pagatori. In compenso vari paesi si sono impegnati a fornire migliaia di soldati per la Forza internazionale di stabilizzazione e la polizia locale, “per mantenere sicurezza e pace per la popolazione di Gaza”. Ma al momento Israele non vorrebbe tra le scatole a Gaza né truppe turche né indonesiane.
A questa struttura, che Trump annuncia avere “un potenziale illimitato” e di voler e poter essere utilizzata non solo a Gaza ma anche altrove, hanno finora aderito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Barhein, Giordania, Marocco, Pakistan, Indonesia, Armenia, Azerbaijan, Uzbekistan, Kosovo, Argentina, Vietnam. Israele si è unito all’iniziativa “Board of Peace”, secondo quanto dichiarato mercoledì da Netanyahu, solo durante la sua visita a Washington, dove ha incontrato Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio.
Per l’Europa al momento ci sono solo Ungheria e Albania, forse la Bielorussia, mentre l’Italia di Giorgia Meloni sta infilando come di consueto i piedi in due scarpe, tenendosene fuori formalmente ma cercando di rientrarvi come osservatore.
Insomma il governo Meloni vuole tenersi stretto Trump ma deve fare i conti con i vincoli dell’art.11 della Costituzione in materia di adesione a organizzazioni internazionali, vincoli ai quali fanno riferimento i partiti dell’opposizione per sbarrare il passo al governo nell’adesione all’organismo.
La ripetitiva e inefficace richiesta delle opposizioni di “venire a riferire in Parlamento” è stata però subito accolta e neutralizzata, se ne discuterà infatti oggi alla Camera con delle comunicazioni del ministro degli esteri Tajani e, pare, con un voto finale sulle risoluzioni che verranno presentate.
Ma la Meloni ha anche un problema di soldi. Se vuole stare dentro al Board deve “cacciare” almeno un miliardo di dollari. A meno che non intenda distoglierlo dai 5,5 miliardi di euro stanziati per il fatidico Piano Mattei (di cui spesi in tre anni e mezzo solo 1,3, ndr) dovrebbe tirare per la giacca di brutto il ministro dell’Economia e non sarebbe una passeggiata, per di più senza grandi convinzioni e consensi intorno ad una scelta che mette in sollecitazione i rapporti con il resto della Ue e con la stessa Onu.
Il varo del Board of Peace, come noto è stato ufficialmente annunciato lo scorso gennaio da Jared Kouchner al World Economic Forum di Davos e viene descritto come un nuovo organismo internazionale che, almeno nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali, insomma una sorta di Onu alternativa e in formato Trump.
Nella bozza dello Statuto del Board of Peace paradossalmente non c’è nessun riferimento esplicito a Gaza ma si evoca un mandato molto più ampio per la “promozione di stabilità, pace e governance” nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Alcune dichiarazioni dello stesso Trump lasciano intendere il Board of Peace “potrebbe” arrivare a sostituire le Nazioni Unite e avrebbe nel presidente USA un “presidente a tempo indeterminato”.
Intervenendo alla recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha dichiarato che l’ONU “non poteva risolvere la guerra a Gaza” e “praticamente non ha avuto alcun ruolo nella risoluzione dei conflitti globali”.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervenendo ad una sessione speciale della Knesset, riferendosi alla Fase 2 per Gaza, ha già chiarito che “la prossima fase non è la ricostruzione ma il disarmo di Hamas”. Tel Aviv ha aderito al Board of Peace solo dopo la recentissima visita di Netanyahu negli USA e dopo molti tentennamenti. Gli interessi di Israele al momento non sembrano coincidere esattamente con quelli della Casa Bianca.
L’ANP palestinese è stata esclusa dal Board, ma il piano statunitense prevede un’amministrazione di Gaza affidata a un comitato tecnocratico palestinese separato, chiamato “Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza” (NCAG) . Questo comitato di 15 membri è guidato da Ali Shaath, un ex funzionario dell’ANP originario di Gaza, e opererà sotto la supervisione del Board of Peace.
I palestinesi appaiono molto divisi tra i pochi favorevoli e i molti contrari nel dare adesione e credibilità al Board of Peace. Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, ha avvertito i leader che stavano vivendo in una “bolla di illusione”. “Mentre parliamo, il governo israeliano ha dichiarato che tutta la Cisgiordania è disponibile per gli insediamenti”, ha detto Barghouti. “Hanno praticamente dato il colpo di grazia all’accordo di Oslo davanti a tutto il mondo”.
Che l’Italia della Meloni voglia sentirsi parte di tale progetto è l’ennesimo orrore che questo governo vorrebbe farci ingoiare sul piano della collocazione internazionale del nostro paese. Del resto la normalità con cui si è reso complice con il genocidio dei palestinesi ha già detto molto. Ma qui siamo ben dentro una insanabile passione per il lavoro sporco.
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