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Le “due sessioni” cinesi. Appunti sugli indirizzi di politica estera del Dragone

Dal 5 al 12 marzo si svolgono le “due sessioni” cinesi, appuntamento fondamentale della vita politica del Dragone. Con “due sessioni” si intendono le plenarie annuali di due organi centrali dell’architettura istituzionale della Repubblica Popolare, ovvero l’Assemblea Nazionale del Popolo e la Conferenza Consultiva del Popolo.

Per 8 giorni, migliaia di delegati sono chiamati a discutere gli indirizzi politici della Cina, e in questa occasione ad approvare il piano quinquennale delineato dal Plenum del Partito Comunista a fine ottobre 2025, per il periodo 2026-2030. Significa che, in questi giorni, saranno discussi vari temi, dalla crescita allo sviluppo delle “nuove forze produttive”, fino all’autosufficienza tecnologica.

In questo frangente di escalation bellica dovuta all’aggressione imperialista all’Iran da parte di USA e Israele, risulta utile fare un punto su ciò che è stato presentato e dichiarato in merito ai settori della sicurezza, della difesa e della politica estera che vuole seguire Pechino. Il primo elemento è sicuramente l’aumento delle spese per la difesa del 7%, in linea con gli anni precedenti. In queste spese, bisogna tenere presente anche il rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza.

Per quanto riguarda il primo dossier di politica estera del Dragone, ovvero Taiwan, il ministro degli Esteri Wang Yi, durante la conferenza stampa tenuta a margine dei lavori, ha affermato: “Taiwan non è mai stato, non è e non sarà mai un paese. Il suo ritorno alla Cina è il risultato vittorioso della guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale“.

Yi ha richiamato una lunga serie di strumenti legali internazionali che sanciscono la politica di “una sola Cina”. Non bisogna inoltre dimenticare che, lo scorso 3 febbraio, si è svolto a Pechino il forum dei think tank del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang di Taiwan, oggi all’opposizione e meno propenso all’inasprimento delle tensioni, al contrario della maggioranza guidata dal Partito Progressista Democratico.

Il richiamo all’ultimo conflitto mondiale e all’imperialismo giapponese torna in un duro attacco mosso da Yi contro Tokyo. Ricordando l’appena trascorso 80esimo della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il politico del Dragone ha criticato le dichiarazioni giapponesi che vogliono una “crisi di Taiwan” come una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone“.

Pechino critica la rivendicazione di una possibile attivazione della “difesa collettiva“, invocato dalla leadership nipponica. “Gli affari di Taiwan sono affari interni della Cina – ha detto il ministro degli Esteri – che diritto ha il Giappone di intervenire invocando l’autodifesa?” Yi ha ricordato anche che la costituzione giapponese impedisce di avventurarsi in imprese militari esterne: la prima ministra Takaichi vuole esplicitamente modificare l’articolo in merito, e così la Cina critica l’evidente propensione bellicista del Sol Levante.

Il politico cinese, sempre l’8 marzo, ha parlato anche del rapporto con gli Stati Uniti, definendo il 2026 come un “anno cruciale” per le relazioni bilaterali. Yi ha affermato: “nessuna delle due parti può rimodellare l’altra, ma possiamo scegliere come vogliamo interagire, ovvero impegnarci in uno spirito di reciproco rispetto, mantenere la linea di fondo della coesistenza pacifica e lottare per una prospettiva di cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti“.

Fra un mese Trump visiterà il Dragone, ed è evidente come i dossier sul tavolo saranno resi più delicati dall’andamento dell’aggressione all’Iran. In merito, Wang Yi ha ribadito la condanna dell’attacco statunitense e israeliano, ma cosa stia facendo davvero Pechino è oggetto di dibattito.

La CNN parla di fonti di intelligence sicure che la Cina sia pronta a fornire aiuti finanziari e militari a Teheran, altri analisti hanno presentato un “sostegno orbitale“. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che il gigante dell’Estremo Oriente si rifornisce di greggio per il 50% dai paesi arabi, e nell’anno appena passato ha importato più petrolio dai sauditi che dagli iraniani.

Se la guerra all’Iran ha come ultimo obiettivo la Cina, per la Cina è innanzitutto fondamentale mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Golfo. Ma lo Stretto di Hormuz è un corridoio fondamentale per il petrolio di tutti questi paesi, e anche per i prezzi globali del greggio. Le ripercussioni delle tensioni in questo settore avranno ripercussioni dirette anche sull’economia cinese.

È invece più interessante, in una trasformazione generale della governance globale, che può attirare tanto l’Iran quanto i paesi del Golfo, la visione espressa sullo sviluppo di un nuovo multilateralismo. Questo appare lo strumento prediletto attraverso cui minare definitivamente, anche senza sostituirla ancora, l’egemonia globale stelle-e-strisce, evitando il coinvolgimento in scontri più o meno diretti.

La Cina ha rilanciato la sua Global Governance Initiative, che ha già raccolto il sostegno di oltre 150 tra paesi e organizzazioni internazionali, ha dichiarato Wang Yi. L’Initiative cinese punta a un rafforzamento del ruolo cardine delle Nazioni Unite, opponendosi fermamente alla creazione di blocchi esclusivi o strutture parallele.

Da una parte, dunque, l’attacco è tanto all’unilateralismo trumpiano, quanto alla creazione di organismi di “sicurezza” selettivi come sono il QUAD e l’AUKUS, alleanze palesemente create da Washington in funzione anti-cinese. Dall’altra, c’è la volontà di revitalizzare il sistema di agenzie costruito intorno alla Carta delle Nazioni Unite, ma riformandolo in maniera che rifletta in maniera più aderente la realtà del terzo millennio (compreso il peso e gli interessi dei paesi in via di sviluppo).

Il sunto delle indicazioni di politica estera è questo, ma è chiaro che, per quanto Pechino giochi una complessa partita storica con l’imperialismo, gli sviluppi del conflitto in Iran non potranno non inficiare gli scenari che si troverà a discutere con The Donald il prossimo aprile.

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