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Le case rubate ai palestinesi su AirB&B

Mohammad al-Sbeih ha pianto quando i ricercatori gli hanno mostrato lo screenshot. Sulla sua terra di famiglia, quella dove tre generazioni avevano coltivato grano e orzo sui terrazzamenti a sud di Betlemme, c’era un annuncio su Booking. “Ideale per incontri all’aperto“, recitava la descrizione.

La terra era stata confiscata con un’ordinanza militare israeliana negli anni Settanta. Per vent’anni la famiglia aveva cercato di accedervi, respinta ogni volta dall’esercito. Poi l’insediamento di Neve Daniel l’aveva inghiottita.

Pensavo che quel posto bello dovesse essere dei miei figli e nipoti,” ha detto Sbeih. “So che questa è una grande azienda con investimenti in tutto il mondo, e questa è una cosa piccola. Ma quando rubi dieci dollari, è come rubarne un milione. E devi essere giudicato allo stesso modo.”

Il caso di al-Sbeih è parte di un meccanismo documentato, sistematico e incredibilmente ancora in funzione.

Secondo un’inchiesta del Guardian del febbraio 2025, su Airbnb e Booking erano elencati 760 posti letto in hotel, appartamenti e case situati negli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, territori che le principali istituzioni internazionali, dalla Corte Internazionale di Giustizia all’ONU, considerano occupati illegalmente.

Israele confisca le terre palestinesi, i coloni ci costruiscono sopra, e le grandi piattaforme turistiche mettono quelle proprietà sul mercato globale, incassando le loro commissioni.

Tutto è fatto alla luce del giorno, con tanto di pubblicità visibile, cliccabile e prenotabile. Senza agire su queste piattaforme, l’UE avalla un sistema che rende normale cacciare una famiglia, prendere il possesso della loro casa, e poi metterla in affitto per trarre profitto.

Airbnb aveva annunciato nel 2018 che avrebbe rimosso gli annunci negli insediamenti. Pochi mesi dopo ha ritirato la decisione sotto la pressione legale di host e utenti israeliani. Da allora si limita a donare parte dei profitti a organizzazioni umanitarie (come se il problema fosse la destinazione dei soldi e non la loro origine).

Booking nel 2022 ha introdotto un’etichetta di avvertimento per chi cerca alloggi negli insediamenti: un testo in piccolo, invisibile nelle pagine dei singoli annunci, che consiglia di “consultare le indicazioni governative per prendere una decisione informata“. Una foglia di fico, denunciano le organizzazioni per i diritti umani.

Denunce in tutta Europa, l’UE risponde con “ok, però...”

1. In Olanda, l’ONG SOMO ha denunciato Booking per riciclaggio di denaro: i profitti degli insediamenti, contabilizzati ad Amsterdam, sarebbero proventi di attività illecite che entrano nel sistema finanziario olandese;

2. In Irlanda, l’Alta Corte ha imposto alla polizia di riaprire le indagini su Airbnb Ireland, dopo che era stata archiviata la denuncia dell’ONG palestinese Sadaka;

3. In Francia, la Ligue des Droits de l’Homme ha depositato una denuncia per complicità in crimini di guerra;

4. Nel Regno Unito, la Global Legal Action Network ha presentato un esposto alla National Crime Agency per violazione delle leggi antiriciclaggio.

L’8 maggio 2026, la Commissione Europea ha risposto a un’interrogazione parlamentare dell’eurodeputata Emma Fourreau (Left) affermando di non adottare “al momento misure mirate” nei confronti delle dieci aziende europee presenti nella lista ONU (tra cui, appunto, Booking).

Bruxelles si limita a richiamare le imprese ai “Principi guida dell’ONU su imprese e diritti umani“. Una risposta che le organizzazioni per i diritti umani hanno definito inaccettabile.

Il racconto dominante dipinge spesso gli insediamenti come comunità residenziali tranquille, “diverse e rispettose“, come recita uno degli annunci Airbnb per una villa costruita su terra confiscata.

Ma i rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem documentano un’altra realtà: violenze fisiche contro i palestinesi, distruzione di case e mezzi di sostentamento, accesso all’acqua negato, sgomberi forzati e uccisioni.

Le terre palestinesi vengono ridefinite “aree militari” o “siti turistici”, strappate ai contadini e trasformate in attrazioni per viaggiatori che fanno finta di non sapere, perché le informazioni esistono: le Nazioni Unite pubblicano un database aggiornato delle aziende coinvolte negli insediamenti. E le organizzazioni per i diritti umani chiedono boicottaggio diretto.

La domanda vera, però, non è solo per i singoli consumatori. È per i governi europei: fino a quando consentiranno che aziende con sede nel cuore dell’Europa, e soggette alle sue leggi, continuino a guadagnare su terre che la stessa Corte internazionale ha dichiarato illegalmente occupate?

 * da Facebook

Fonti:

1. The Guardian: “It’s like stealing’: Palestinian family’s seized property listed on Booking. com” (14/05/2026)

2. SOMO: “Court must decide on prosecution of Booking. com over money-laundering” (09/04/2026)

3. Center for Constitutional Rights: rapporto “3 Things You Should Know About Airbnb”

4. Business and Human Rights Centre: “Airbnb faces multi-Jurisdictional legal actions over alleged profiting from rentals in illegal Israeli settlements” (10/06/2025)

5. The Guardian: “Seized, settled, let: how Airbnb and Booking. com help Israelis make money from stolen Palestinian land” (27/02/2025)

6. Al-Haq: “Additional Evidence Filed Against Booking. com for Profiting from Illegal Settlements” (15/01/2025)

7. Justice Info: “Is Booking. com profiting from war crimes in Palestine” (23/05/2024)

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