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“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”

L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa

Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.

Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.

Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.

Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?

Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.

Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.

Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, a due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.

E l’altro?

Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élites al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.

La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?

Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.

Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.

Vale a dire?

Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.

Eppure…

Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.

E per quanto riguarda il supporto americano?

Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.

Con quali potenziali effetti?

Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.

La difesa europea?

È e resterà un miraggio.

C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?

I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).

Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.

Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?

Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.

Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?

La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.

L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.

Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?

Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.

Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?

Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.

Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.

In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.

Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.

Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?

Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.

In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.

Sono dati all’apparenza contaddittori.

Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.

A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?

È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.

Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.

È un esito estremo del sentimento antirusso?

Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.

Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?

E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.

Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.

Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.

La tua previsione?

Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.

* da Il Sussidiario.net

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