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Bomba ucraina a Montecarlo, “ma non è terrorismo”

In un lussuoso condominio del paradiso fiscale più famoso d’Europa – Montecarlo, of course – esplode una bomba «farcita» di chiodi e bulloni per massimizzare l’effetto sugli umani nelle vicinanze.

Gli unici presenti in quel momento sono l’oligarca ex ucraino Vadim Ermolayev, sua moglie e uno dei figli. Tutti restano feriti in modo gravissimo, la donna ha perso entrambe le gambe.

Ermolayev è uno degli oligarchi che ha si è arricchito con le «privatizzazioni» successive allo smantellamento dell’Unione Sovietica, operando nel suo paese, l’Ucraina. I suo affari sono come sempre in parte legali in parte molto opachi, per non dire peggio. Ma è multimilionario, con un passaporto cipriota comprato apposta, e quindi Montecarlo può benissimo essere la sua residenza.

Un affarista col portafogli al posto del cuore, come tutti quelli del suo stampo, che non faceva distinzioni «nazionalistiche» per far girare i suoi business. In Ucraina, Dnipro, era partita la sua avventura, ma se c’era qualcosa da guadagnare in Crimea o in Russia, o altrove, non ci pensava un attimo.

Proprio per questa «ecumenicità» era entrato nella lista nera dei «sanzionati» dalla junta di Kiev. Fin troppo chiaro, insomma, che si sia trattato di un «attentato politico». Addirittura il primo nel paradiso dei milionari, evidentemente non più al riparo dagli orrori del resto del mondo.

Il lessico giornalistico e giudiziario occidentale ha da decenni coniato un termine fin troppo abusato per questo tipo di azioni: «terrorismo».

E invece cosa si fa uscire di bocca il procuratore generale di Monaco, Stéphane Thibault? Ha escluso la pista terroristica, mostrandosi più propenso a battere quella del «regolamento di conti malavitoso».

Come un sol uomo tutte le redazioni dei media mainstream si allineano senza fiatare: «non è terrorismo».

Tra le righe, certo, molti notano la fortissima somiglianza con gli attentati compiuti a Mosca dallo Sbu – il servizio segreto ucraino diretto da Budanov – contro diversi generali russi. Ma si mordono la lingua prima di avanzare l’ipotesi più lineare. Era considerato un «traditore» da Kiev, quindi sembra logico che da lì venga il killer, ripreso dalle telecamere mentre piazza la bomba e poi fugge attraversando la frontiera con la Francia (a pochi metri dal condominio).

In questo modo arriva la conferma a quanto abbiamo sempre sostenuto, demolendo il termine «terrorismo» come un’operazione di propaganda di guerra. Serve infatti solo a definire – e mostrificare – «il nemico». Non indica nulla di oggettivo, valido per tutti. Se un certo atto lo mette in pratica uno dei nostri è un «gesto necessario», quindi legale; se l’identico atto viene da un «nemico» allora è sicuramente «terrorismo».

Non c’è da sforzarsi troppo per immaginare quali sarebbero stati i titoli di giornali e tv nel caso si fosse trattato di una bomba contro un oligarca russo entrato in contrasto con Putin.

Qui, invece, massimo aplomb: «non è terrorismo, tranquilli, dimenticate presto».

Il luridume etico dell’Occidente in crisi partorisce mostri, ma non riesce più a nasconderli. Abbiamo due Stati terroristi alle porte di casa – Israele e l’Ucraina – che si muovono senza rispettare né regole, né confini, né alleati.

Sono due Stati nutriti fisicamente da tutti i membri dell’Alleanza Atlantica, e che dunque sarebbe facilissimo ricondurre a comportamenti più «rispettosi» almeno degli alleati. Basterebbe infatti ridurre rifornimenti e finanziamenti. Capirebbero in un attimo.

Non si fa perché ai nostri governo va bene così. «Fanno il lavoro sporco per noi», ha già confessato quel poco di buono di Friedrich Merz, momentaneamente cancelliere tedesco. E pazienza perciò se ogni tanto quel po’ di sporco ce lo lasciano in giro.

Abituiamoci quindi a bombe e killer nelle nostre strade e case. Non sono «terroristi», sono «dei nostri».

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