«Qui, non tanto tempo fa, eravamo contadini: coltivavamo cereali, olive, fichi e mandorle. L’acqua potabile ci arrivava dal pozzo di Shabtin, mentre quella piovana per l’irrigazione agricola la conservavamo nelle cisterne. Era una vita semplice, ma ci bastava. Poi è cambiato tutto».
Adel, un impiegato di mezza età di Deir Qadis, mentre ci accompagna a casa di Zakaria Qattusa, ucciso dalla polizia, ci racconta la trasformazione, nel giro di trent’anni, della vita in questo villaggio di tremila abitanti a ovest di Ramallah e a ridosso del Muro israeliano in Cisgiordania.
«Israele – aggiunge mentre bussa alla porta dei Qattusa – ha costruito tre colonie su centinaia di ettari di terre del villaggio (Modiin Illit, Nili e Naale, ndr) e, a causa del Muro, altri terreni agricoli non sono più accessibili. I contadini e i loro figli sono diventati muratori per le costruzioni israeliane. Dopo il 7 ottobre (2023) quei muratori non hanno più avuto il permesso di entrare in Israele. Ora sono senza lavoro e non hanno le terre dove tornare a fare i contadini».
Le parole del nostro accompagnatore ci descrivono il contesto necessario per l’incontro con Khaled Qattusa, fratello di Zakaria, ucciso lo scorso 12 maggio mentre a Ram, a nord di Gerusalemme, si arrampicava sul Muro nel tentativo di cercare un lavoro in Israele.
Khaled ci attende in compagnia della moglie e dei tre figli. «Il Muro, in quel punto, è alto 8-9 metri. Zakaria è salito fin lassù, poi, quando si preparava a scendere, un poliziotto gli ha sparato alla testa, uccidendolo. Poteva arrestarlo. Mio fratello era solo un essere umano che voleva procurare del cibo alla sua famiglia, invece ha scelto di ucciderlo», ci dice Khaled accarezzando i capelli del figlio più piccolo.
«La moglie di Zakaria è rimasta sola e dovrà crescere senza di lui i figli. La gente di Deir Qadis è generosa, cerca di aiutarla e altrettanto facciamo noi in famiglia. Ma anche io sono disoccupato: nel nostro villaggio gran parte dei manovali è senza lavoro da quasi tre anni».
Mai come ora la dipendenza totale dell’economia cisgiordana da quella israeliana, progettata e ottenuta dai governi dello Stato ebraico dal 1967 in poi, mostra i suoi pesanti risvolti politici e sociali nella vita di milioni di palestinesi sotto occupazione.
In Cisgiordania c’è disperazione. La revoca di circa 150mila permessi ai lavoratori pendolari palestinesi, come ritorsione per l’attacco di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023, si è accompagnata ad altre politiche punitive che hanno visto, tra le altre cose, il governo Netanyahu trattenere miliardi di dollari destinati all’Autorità nazionale palestinese.
L’Anp è in grado di versare ai suoi 200mila dipendenti solo una porzione minima dello stipendio: sanità e istruzione sono in ginocchio. Le chiusure intermittenti o permanenti di villaggi e città palestinesi, con centinaia di posti di blocco, cancelli e barriere, e la limitazione dei movimenti hanno inflitto un duro colpo a imprese e commercianti. Senza dimenticare che i raid incessanti dei coloni israeliani riducono l’accesso ai terreni agricoli per varie comunità palestinesi.
«L’economia della Cisgiordania è sull’orlo del collasso – avverte l’International Crisis Group in un rapporto diffuso il 16 giugno – Il governo israeliano ha imposto nuove sanzioni finanziarie e inasprito le restrizioni alla libertà di movimento. Queste misure hanno avuto un effetto devastante sull’economia palestinese, compromettendo i mezzi di sussistenza. Il costo della vita è aumentato, la disoccupazione è cresciuta e la povertà è più che raddoppiata».
Molti hanno venduto l’auto per sopravvivere. Altri una parte dei mobili di casa. Tante famiglie hanno accumulato debiti per migliaia di euro. «Mia moglie ha dovuto dare via gli oggetti d’oro che aveva ricevuto in dono per il nostro matrimonio. Ne avevamo bisogno, non sapevamo come andare avanti», ci dice Khaled Qattusa, aggiungendo che Zakaria viveva la stessa situazione.
«Un giorno mio fratello ci ha detto che avrebbe tentato di superare il Muro – racconta – Eravamo tutti contrari: la moglie, i figli, anche io. Non ha voluto ascoltarci, ha detto che era suo dovere sfamare la famiglia. È partito per Ram dopo aver preso accordi con qualcuno lì. Al tramonto, con una scala, è arrivato in cima; mentre si preparava a scendere dall’altra parte sono partiti gli spari ed è caduto colpito a morte».
La federazione generale dei sindacati palestinesi (Gfptu) riferisce che negli ultimi due anni e mezzo più di 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre cercavano di oltrepassare la barriera. «Con ogni probabilità sono molti di più, 100, forse 200, e centinaia i feriti. Ma tante vittime non sono state denunciate dalle famiglie che temono rappresaglie da parte delle autorità israeliane», dice al manifesto Assaf Adiv, direttore dell’associazione del lavoro Maan.
«L’ingresso illegale in Israele è per molti manovali della Cisgiordania una delle poche possibilità di garantirsi un reddito», aggiunge. La situazione si è aggravata a causa del ministro della sicurezza israeliano Itamar Ben Gvir, che elogia l’impiego di munizioni vere «contro i clandestini palestinesi» da parte della polizia. Per lui sono tutti «terroristi».
A maggio, oltre a Zakaria, sono stati uccisi altri tre muratori che tentavano di oltrepassare la barriera. Non pochi palestinesi si sono specializzati nell’assistere, a pagamento, chi prova a superare il Muro. Costa mille shekel (circa 300 euro), ci riferiscono, attraversare nascosti in un’automobile o in un camion un posto di blocco militare israeliano.
Se si viene scoperti, il «clandestino» e l’autista del veicolo finiscono in carcere, talvolta per mesi. Al momento dell’arresto il pestaggio è quasi rituale, aggiunge la nostra fonte. Costa invece 100 shekel (circa 30 euro) l’uso della lunga scala che viene appoggiata al Muro da «qualcuno» pochi attimi prima del tentativo di oltrepassare la barriera. Altri cento shekel servono per la corda utilizzata per scendere.
Coloro che hanno successo vivono nascosti per giorni in città e villaggi palestinesi in Israele per evitare l’arresto. Altri percorrono zone desertiche a piedi per ore. Lavorando in nero, con paghe giornaliere ridotte, il più delle volte nella ristrutturazione di case private, dato che i grandi cantieri sono molto controllati, riescono a mettere da parte ogni mese 6-7mila shekel (circa 1.800 euro).
Somme quattro volte superiori rispetto alle opportunità oggi disponibili in Cisgiordania. Una famiglia può vivere un anno con quanto riesce a portare a casa un manovale dopo mesi in Israele.
I tentativi, perciò, non accennano a diminuire. Si stima che attualmente 40mila palestinesi lavorino in Israele senza permesso. «Ne occorrerebbero molti di più e con pieni diritti. L’economia israeliana ne ha bisogno nelle costruzioni, dove i palestinesi sono più bravi dei migranti arrivati dall’Asia per sostituirli – spiega Assaf Adiv – Ma il governo Netanyahu ne fa un discorso ideologico: vuole colpire e punire in ogni modo i palestinesi, dal cittadino comune all’Anp».
*da il manifesto
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