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Hamas e la crisi dello Stato-nazione palestinese

Il ruolo svolto da Hamas in Palestina e nella regione è difficile da comprendere se ridotto a una semplice dicotomia: resistenza contro l’occupazione o movimento islamico contro un’autorità nazionale.

L’ascesa, la persistenza e l’influenza regionale di Hamas possono essere spiegate solo come il prodotto di una crisi più profonda – la crisi del progetto nazionale palestinese stesso – e al contempo come uno dei fattori che hanno contribuito ad aggravare e perpetuare questa crisi.
Hamas non è emerso dal nulla. È sorto alla fine degli anni ’80 in un momento in cui il movimento nazionale palestinese stava attraversando una crisi complessa. L’occupazione israeliana continuava, il progetto di liberazione guidato dall’OLP era entrato in una fase di logoramento e declino, e il divario tra la retorica nazionale e la realtà vissuta dai palestinesi si stava ampliando.

Poi è arrivata l’era dell’Autorità Palestinese, che ha esacerbato la crisi. Invece di condurre a uno stato indipendente, si è trasformato in un’autorità dai poteri limitati, appesantita da corruzione, burocrazia e divisioni interne, e incapace di soddisfare le aspirazioni palestinesi di libertà e indipendenza.

In questo contesto, Hamas si è presentato come un’alternativa morale, organizzativa e politica. Non era semplicemente una fazione armata, ma una rete sociale, di difesa dei diritti, educativa e caritatevole con un elevato grado di capacità organizzativa e una notevole disciplina istituzionale.

La sua legittimità derivava da tre fonti principali: il suo discorso di resistenza contro l’occupazione, la sua immagine di alternativa più onesta alle élite esistenti e la sua capacità di fornire servizi e costruire profondi legami sociali all’interno della società palestinese.

Tuttavia, l’ascesa di Hamas non è stata solo il risultato della sua forza. Si è verificata anche in un contesto di crescente sfiducia nel progetto politico rappresentato dall’Autorità Palestinese.

L’Autorità, nata dopo gli Accordi di Oslo, portava con sé la storica promessa di trasformare la fase di transizione in uno stato indipendente, ma questa promessa si è scontrata con ostacoli interni ed esterni che ne hanno impedito la realizzazione.

Sul piano esterno, l’Autorità Palestinese ha continuato a operare nella realtà dell’occupazione, senza piena sovranità su territorio, confini e risorse. Inoltre, la continua attività di insediamento, soprattutto con l’ascesa della destra israeliana, ha indebolito la fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione politica basata sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Con lo stallo dei negoziati e il ripetersi delle crisi, ampi settori della popolazione palestinese hanno iniziato a credere che il processo negoziale non fosse più in grado di raggiungere gli obiettivi nazionali promessi.

Anche gli attentati suicidi compiuti da Hamas e dalla Jihad islamica in Israele a metà degli anni ’90 hanno contribuito a indebolire la posizione dell’Autorità Palestinese e a ostacolarne il progetto politico.

In quel periodo, l’Autorità stava cercando di consolidare la propria legittimità come partner degli Accordi di Oslo, mentre questi attentati minavano la fiducia israeliana in tale processo e rafforzavano la retorica delle forze israeliane contrarie agli accordi politici.

Contemporaneamente, l’Autorità Palestinese si trovò di fronte a un difficile dilemma: dal punto di vista della sicurezza, era tenuta a fermare i bombardamenti e a rispettare i propri impegni politici, ma internamente doveva affrontare le accuse di essere diventata uno strumento per proteggere un processo negoziale che non aveva prodotto i risultati sperati dai palestinesi.

Pertanto, il conflitto tra l’opzione del negoziato e quella della resistenza armata acuì la divisione palestinese e indebolì la capacità dell’Autorità di costruire un’ampia legittimità nazionale.

Sul fronte interno, l’Autorità soffrì di crisi strutturali che ne minarono la legittimità. Molti la percepivano come associata alla burocrazia, alla corruzione e alla monopolizzazione del potere decisionale. Inoltre, la sua forte dipendenza dal sostegno esterno e la dipendenza delle sue capacità amministrative e finanziarie dalle circostanze politiche circostanti portarono alcuni a considerarla più un organo amministrativo limitato che uno Stato pienamente sovrano.

Si creò così un vuoto politico e morale: l’Autorità Palestinese non riuscì a realizzare lo Stato promesso e le forze nazionali tradizionali non riuscirono a proporre un’alternativa convincente. In questo vuoto, Hamas è riuscito a presentarsi come un movimento di resistenza dotato di chiarezza ideologica e capacità organizzativa, capitalizzando sulla frustrazione popolare e sul calo di fiducia nel processo politico esistente.

Tuttavia, il successo di Hamas rifletteva anche il fallimento del progetto nazionale palestinese di trasformarsi in uno Stato funzionante. Quanto più il progetto di costruzione dello Stato vacillava e quanto più la legittimità delle istituzioni nazionali si erodeva, tanto maggiore era la propensione verso movimenti che si presentavano come portatori di significato, identità e resistenza.

Il paradosso, tuttavia, ha cominciato a emergere con l’ingresso di Hamas nell’arena politica e la successiva presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2007.

Il movimento, che aveva beneficiato della crisi dello Stato palestinese, si è trovato di fronte a un interrogativo a cui non riusciva a dare una risposta definitiva: è un movimento di resistenza o un’autorità di governo? Fa parte di un progetto nazionale palestinese o di un progetto islamico transnazionale? Trae la sua legittimità dal popolo palestinese e dalle sue istituzioni, o dall’idea di resistenza e dalla comunità ideologica?

Tali questioni non erano meramente teoriche; si riflettevano nella realtà pratica della vita palestinese. Emersero due sistemi politici distinti: l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza.

Invece di istituzioni nazionali che diventassero un quadro unificante per i palestinesi, la scena palestinese si trasformò in uno spazio diviso politicamente, istituzionalmente e geograficamente. Pertanto, il movimento che si affermò a causa dell’assenza di uno Stato divenne parte integrante del dilemma stesso della costruzione dello Stato.

La tensione tra la logica del movimento e la logica dello Stato non si limitò alla divisione palestinese. Hamas, in virtù delle sue radici ideologiche, appartiene a una concezione dell’Islam politico che trascende gli stretti confini nazionali. Di conseguenza, è sempre esistita una tensione tra la priorità di costruire uno Stato palestinese come Stato di cittadini e la priorità del progetto di resistenza come progetto ideologico aperto a una più ampia sfera islamica e regionale.

Questa tensione ha conferito ad Hamas una significativa presenza regionale. Il movimento non è più semplicemente un attore palestinese, ma piuttosto parte di una complessa rete regionale di alleanze, rivalità e polarizzazioni. La causa palestinese stessa è spesso diventata un’arena in cui calcoli regionali e identità transnazionali si intersecano con gli obiettivi nazionali palestinesi immediati.

Ma l’esperienza ha anche rivelato i limiti di questo modello. I movimenti ideologici possono acquisire una notevole legittimità come movimenti di protesta e resistenza, ma la costruzione di uno Stato stabile e moderno solleva questioni diverse: come si può governare una società eterogenea? Come si distribuisce il potere? Come si costruiscono le istituzioni? Come si prendono le decisioni cruciali? E come si può conciliare la logica della resistenza con la vita quotidiana di milioni di civili?

La recente guerra a Gaza ha messo in luce in modo drammatico questo dilemma. Il movimento si è impegnato in un importante scontro sotto la bandiera della resistenza, mentre la società palestinese si è trovata ad affrontare una profonda catastrofe umanitaria e infrastrutturale.

Indipendentemente dalle diverse opinioni sulle cause e le responsabilità della guerra, l’esito ha nuovamente evidenziato la fragilità della situazione palestinese: un popolo senza uno Stato sovrano, istituzioni nazionali divise e un movimento di resistenza che governa una parte del territorio ma non possiede gli attributi di uno Stato né la capacità di proteggere la società dalle conseguenze del conflitto.

Qui risiede il paradosso fondamentale. Hamas è salito al potere proprio perché uno Stato palestinese non si è ancora concretizzato e perché ampi segmenti della popolazione palestinese hanno perso fiducia nelle élite e nelle istituzioni esistenti.

Tuttavia, in quanto movimento che combina la logica della resistenza, la logica di un gruppo ideologico e la logica di governo, è diventato anche parte integrante del processo stesso di riproduzione della crisi. Più debole è lo Stato, maggiore è la sua influenza; e maggiore è la sua influenza, più difficile diventa costruire uno Stato palestinese unificato, capace di monopolizzare il potere decisionale e gli armamenti e di rappresentare tutti i palestinesi.

La difficile situazione palestinese non risiede unicamente nella presenza di Hamas, né unicamente nel fallimento dell’Autorità Palestinese, né tantomeno unicamente nelle divisioni interne. Le radici di questa difficile situazione affondano molto più in profondità. Si tratta di una crisi di un popolo che non è ancora riuscito a trasformare la propria identità nazionale in uno Stato funzionante, dotato di legittimità, istituzioni e sovranità. In questo vuoto, continuano a emergere movimenti messianici e le alternative, col tempo, diventano parte della stessa crisi che avrebbero dovuto risolvere.

Spezzare questo ciclo richiede non solo la sostituzione di una fazione politica con un’altra, ma la ricostruzione del progetto nazionale stesso sulle fondamenta dello Stato, delle sue istituzioni e della cittadinanza.

La resistenza non deve sostituirsi allo Stato, né lo Stato deve essere uno strumento per gestire l’occupazione. Piuttosto, deve essere un quadro politico che tuteli i diritti del popolo, ne accolga la diversità e gli garantisca un futuro che trascenda la logica delle crisi ricorrenti.

*Scrittrice palestinese

(Traduzione a cura di Bassam Saleh)

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