”La potenza è nulla, senza controllo”. Il vecchio slogan pubblicitario, nello spot interpretato da Carl Lewis all’apice della sua carriera, sembra diventato una chiave interpretativa comoda – per giornalisti pigri o privi di conoscenze – per affrontare i problemi ormai evidenti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Gli stessi amministratori delegati delle aziende americane del settore – OpenAi, Anthopic, xAI-Grok di Elon Musk, Copilot di Microsoft, Perplexity, Meta Ai di Zuckerberg, Gemini di Google – hanno parlato pubblicamente delle necessità di ”rallentare” lo sviluppo dei loro ”modelli di frontiera”, quelli con maggiore potenza di calcolo e quindi anche maggiori margini di ”autonomia” (in realtà capaci di azioni non programmate dagli ingegneri).
Il problema posto in maggiore evidenza è perciò quello della ”sicurezza”. In pratica, dopo aver reso noto l’”incidente zero” – centinaia di ”agenti AI” di OpenAi che hanno attaccato il sistema di una società del settore, Hugging Face, fuggendo da un ”ambiente sperimentale” che si pensava ”chiuso” – pian piano stanno venendo rivelati migliaia di incidenti, simili o minori.
Si parla di ”incidenti” avvenuti sia nei test interni che come ”fughe” nel mondo reale. E se i primi possono essere confinati tra le inevitabili difficoltà di qualsiasi tecnologia in fase sperimentale, i secondi pongono effettivamente il problema dei danni che possono essere provocati alla normale vita economica, politica e militare occidentale, anche senza incolpare la ”guerra ibrida russa”.
I casi più frequenti includono infatti la violazione delle protezioni, la creazione di bacheche di messaggi, la fuga da sandbox (”ambienti chiusi”), il dirottamento di siti web, l’auto-suggerimento o il tentativo di aggirare i sistemi di monitoraggio. Per scopi mai decisi da nessun essere umano.
I risultati delle prime ”indagini” sembrano confermare le difficoltà delle aziende nello stabilire un controllo completo sulla propria tecnologia. E da qui nasce la richiesta al ”pubblico” – lo Stato, in questo caso l’amministrazione Trump – di ”fissare regole” nell’intervallo di tempo impiegato dalle aziende per cercare di riprendere il controllo sulle proprie creature.
Un ”rallentamento dello sviluppo” comunque problematico, anche a detta di questi boss, perché ”altri modelli di avversari stanno progredendo rapidamente.”
Il contesto è chiaramente quello della competizione tra due superpotenze, che in questo settore hanno adottato due modelli di sviluppo completamente diversi.
Gli Stati Uniti, fedeli al neoliberismo più ortodosso, hanno ”lasciato fare” alle aziende private, orientate ovviamente al massimo profitto il più rapidamente possibile, che quindi hanno puntato sulla ”potenza di calcolo” garantita da chip dedicati sempre più performanti – costruiti da Nvidia – che nel frattempo venivano vietati all’esportazione verso la Cina (tramite decisione politica della Casa Bianca).
I cinesi, invece, costretti a fare di necessità virtù con chip più datati, hanno lavorato sugli scopi dell’AI e sul ”dimagrimento” degli algoritmi, cavandone fuori modelli egualmente performanti, adattabili alle necessità di utilizzo finale (tramite architetture open source), fin qui abbastanza ”controllati” e soprattutto molto più economici.
Invece di ”tenere indietro” il concorrente, insomma, ne hanno creato uno ancora più temibile, secondo la logica capitalistica. Quello che ti batte sul prezzo…
L’industria dell’AI è infatti molto ”materiale”, nonostante i suoi prodotti siano quasi esclusivamente ”informativi” (dati, software, messaggi, ecc). Richiede data center delle dimensioni degli stabilimenti industriali old economy, che consumano energia elettrica in quantità colossali; richiedono sistemi di raffreddamento, smaltimento del calore, ecc.
Necessità che stravolgono i territori e provocano rialzi dei prezzi dell’energia che si scaricano sulle popolazioni circostanti, specie negli Stati Uniti, dove gli incentivi per installarli si scaricano su tutti i consumatori (gli “oneri di sistema”) oppure i prezzi sono ”territorializzati” e variano con i livelli di consumo medio. Un data center in una bucolica comunità agricola magari inquina poco, ma consuma acqua ed elettricità come una fonderia. E la bolletta di tutti sale…
Questo ha inevitabilmente ridotto di molto la ”popolarità” dell’AI, che da un lato ti fa volare i prezzi di acqua ed energia e dall’altra ti porta via il lavoro o minaccia di farlo a breve.
Ma anche se la diffidenza popolare fosse minore, resta il fatto economicamente brutale: per finanziare l’installazione di tutta la potenza di calcolo necessaria a sviluppare i ”modelli di frontiera” occorrono centinaia o migliaia di miliardi. Ma le ”vendite” fin qui sono una frazione irrisoria dei costi da mettere in bilancio. E i profitti reali sono ridicoli rispetto a quelli attesi e già ”prezzati” sul mercato (tutta la crescita di Wall Street negli ultimi anni è stata concentrata sui titoli del settore, a cominciare da Nvidia).
Se c’è un competitore che può vendere a prezzi stracciati, non c’è partita. Fallirai. E con te chi ti ha prestato i soldi…
Abbiamo raccolto, negli ultimi mesi, diverse analisi sulla ”bolla finanziaria dell’AI” che prima o poi sembra destinata a scoppiare. Ciò ovviamente preoccupa i chief executive officer forse più degli ”incidenti” di percorso.
Hanno di fronte un presidente e un’amministrazione che si intendono poco di tecnologia e considerano l’AI quasi come una nuova ”arma fine di mondo”, essenziale per mantenere un vantaggio sui concorrenti (la Cina). Chiamare ”superintelligenza” questa roba dà il segno chiaro dell’equivoco.
I ceo di Anthropic, OpenAI, ecc, si trovano perciò a dover giocare la carta del ”manteniamo il vantaggio competitivo”, nel mentre devono cercare di riprendere il controllo di quel che hanno tra le mani e, al tempo stesso, convincere gli investitori che i profitti arriveranno copiosi come nelle promesse.
Equilibrismo difficile… Nemmeno l’AI li può consigliare. Ma magari qualche decina di miliardi pubblici potrebbe far loro tirare un sospiro di sollievo.
Temporaneo, sia chiaro, quasi artificiale…
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