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Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione

Il convegno organizzato il 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano dalla Rete dei Comitati Stop Data Center ha avuto innanzitutto un merito: mettere nella stessa discussione problemi che, finché vengono affrontati separatamente, possono apparire come conseguenze locali di singoli progetti, mentre assumono un significato diverso non appena vengono osservati nella loro relazione reciproca.

Il consumo di energia e di suolo, la disponibilità di acqua, la dissipazione del calore, le emissioni degli impianti di emergenza e la costruzione delle infrastrutture elettriche necessarie, non appartengono infatti a compartimenti fra loro stagni, ma concorrono tutti a determinare l’impronta che la rapida crescita della capacità di calcolo sta imprimendo sul territorio lombardo.

Anche la struttura della giornata seguiva, non casualmente, questo percorso. Dopo l’introduzione affidata all’attivista Pietro Cataldi, la mattinata ha affrontato gli effetti ambientali e sanitari con Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Fabiana Di Pino, attivista della Rete Stop Data Center; e Sergio Manera, fisico dell’Università di Pavia ed esperto di radioprotezione presso il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell’ateneo.

Nel pomeriggio lo sguardo si è allargato invece alle strategie di localizzazione e alle dimensioni assunte dal fenomeno attraverso gli interventi di Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e componente del gruppo di ricerca ProdAction; Marco Mazzotti, professore emerito di ingegneria di processo al Politecnico federale di Zurigo; ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio.

La parte conclusiva è stata quindi dedicata al confronto tra le differenti realtà territoriali e alla costruzione del coordinamento regionale.

Non si è trattato soltanto di una successione di relazioni, perché procedere dagli effetti del singolo impianto alla distribuzione territoriale dei progetti significa modificare progressivamente la domanda dalla quale si parte. Finché si osserva un solo data center, infatti, è possibile discutere se produca troppo rumore, quanta acqua impieghi, quale terreno occupi o se i sistemi di raffreddamento adottati siano più o meno efficienti, quando invece sulla stessa carta geografica vengono sovrapposti progetti differenti, che insistono sulle medesime reti energetiche e su territori contigui, il problema diventa necessariamente quello dell’effetto complessivo prodotto dalla loro concentrazione.

Uno degli aspetti più riusciti del convegno è stato, in questo senso, l’incontro tra competenze scientifiche ed esperienze maturate nei territori, che ha permesso di sottrarre il confronto tanto a una generica paura della tecnologia quanto alla rappresentazione dei data center come infrastrutture sostanzialmente immateriali.

Dietro la capacità di calcolo ritornano infatti immediatamente la fisica e l’ingegneria. Un data center deve essere alimentato in modo continuo, raffreddato e mantenuto operativo anche in condizioni di guasto, il che significa dimensionare reti, trasformatori, gruppi di continuità, generatori di emergenza e sistemi termici con livelli di affidabilità elevati.

Queste infrastrutture non sono elementi collaterali del progetto, ma fanno parte della condizione stessa che permette alla capacità computazionale di essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.

Sul piano termico il problema appare con particolare chiarezza. Quasi tutta l’energia elettrica utilizzata dall’hardware viene infine convertita in calore e, per quanto sia possibile migliorare enormemente le tecnologie attraverso le quali questo viene trasferito all’esterno, ridurre il consumo dei sistemi ausiliari o recuperarne una parte per altri utilizzi, il bilancio energetico di fondo non scompare. Proprio per questo l’efficienza, pur essendo necessaria, non esaurisce la questione.

L’impiego di sistemi di raffreddamento più performanti permette di dissipare una determinata quantità di calore con minori consumi accessori, mentre il raffreddamento a liquido rende possibile concentrare nei rack potenze assai superiori rispetto alle configurazioni tradizionali ma se l’aumento dell’efficienza consente contemporaneamente di installare una quantità ancora maggiore di capacità di calcolo, la riduzione dell’impatto per unità di potenza non coincide necessariamente con una diminuzione dell’impatto complessivo.

Lo stesso vale per il recupero del calore, spesso indicato come una delle possibili forme di integrazione dei data center con il territorio. Collegare un impianto a una rete di teleriscaldamento può essere tecnicamente sensato, perché consente di utilizzare almeno in parte un flusso termico che altrimenti dovrebbe essere dissipato, ma affinché questo recupero sia effettivo occorrono reti e utenze sufficientemente vicine, temperature compatibili e una domanda capace di assorbire il calore disponibile.

Poiché la produzione termica del data center rimane sostanzialmente continua mentre il fabbisogno di riscaldamento varia fortemente durante l’anno, deve comunque essere prevista la possibilità di disperdere il calore quando non può essere utilizzato.

Più che dimostrare che non esistano soluzioni tecnologiche, questi esempi mostrano quindi la necessità di collocarle nella scala corretta: si può progettare meglio un singolo impianto, ma la tecnologia non può stabilire da sola quale quantità complessiva di capacità computazionale sia opportuno concentrare in una determinata area.

Lo stesso ragionamento riguarda le emissioni dei generatori di emergenza, il consumo idrico e le opere elettriche. Se ogni progetto viene valutato singolarmente, può risultare compatibile con determinati limiti, quando però nello stesso territorio vengono previsti diversi campus (cioè un’area costituita da più “edifici” datacenter), ciò che deve essere considerato è anche la sovrapposizione dei loro fabbisogni, delle sottostazioni e dei cavidotti necessari ad alimentarli, delle emissioni e delle trasformazioni del suolo che li accompagnano.

La questione degli effetti cumulativi, emersa come uno dei temi trasversali della giornata, costituisce perciò il punto nel quale il dato tecnico incontra direttamente quello politico: se l’oggetto da valutare è un sistema territoriale e non più semplicemente un edificio, anche il livello al quale vengono assunte le decisioni deve necessariamente allargarsi oltre i confini del singolo comune.

È qui che il contributo della sessione pomeridiana ha permesso di fare un passo ulteriore. Alice Franchina ha partecipato negli ultimi mesi al lavoro con cui il gruppo ProdAction del Politecnico di Milano ha mappato la localizzazione, le superfici e le potenze dei data center presenti, in costruzione o programmati nell’area metropolitana, cercando di leggere il fenomeno non soltanto come successione di immobili, ma come trasformazione territoriale.

La ricerca del Politecnico ha infatti censito 33 data center attivi nella Città metropolitana di Milano, ai quali si aggiungono strutture in costruzione e numerosi progetti in valutazione, mentre le dimensioni medie dei nuovi insediamenti risultano sensibilmente superiori a quelle della generazione precedente.

Quando la scala passa da impianti relativamente piccoli a campus da decine o centinaia di megawatt, la distinzione tra investimento privato e infrastruttura pubblica diventa progressivamente più difficile da sostenere nella sua forma più semplice, perché la realizzazione dell’investimento presuppone una disponibilità di rete, trasformazioni urbanistiche e opere energetiche che devono necessariamente essere programmate. La pianificazione, insomma, entra nella vicenda prima ancora che qualcuno decida di chiamarla così.

Il problema diventa allora capire da quale punto essa debba partire. Se un progetto da centinaia di megawatt viene assunto come dato iniziale, la discussione consiste inevitabilmente nel determinare quali infrastrutture siano necessarie per alimentarlo, come raffreddarlo, quali risorse possa utilizzare e quali mitigazioni debbano essere previste.

Se si rovescia l’ordine del ragionamento, invece, la prima domanda riguarda la quantità e la funzione della capacità computazionale che si vuole installare, mentre il dimensionamento delle infrastrutture viene soltanto dopo. Da un punto di vista ingegneristico il principio sarebbe persino banale: prima si definisce il requisito e successivamente si dimensiona il sistema necessario a soddisfarlo. Trasferito alla scala territoriale, però, lo stesso principio assume immediatamente una dimensione politica, perché stabilire il requisito significa decidere quale quantità di energia, acqua, suolo e infrastrutture debba essere destinata a una funzione piuttosto che a un’altra.

È precisamente su questa scala che il passaggio dai singoli comitati alla costruzione di una rete regionale rappresenta il risultato più significativo della giornata.

Le mobilitazioni nate nei mesi precedenti hanno necessariamente preso le mosse da situazioni molto concrete: un terreno destinato a cambiare funzione, una sottostazione prevista vicino alle abitazioni, un nuovo elettrodotto, il timore per il rumore o per l’utilizzo delle risorse.

Il convegno ha permesso di mettere in relazione queste esperienze, facendo emergere come problemi apparentemente locali siano spesso parti differenti dello stesso processo. Il manifesto attraverso il quale la rete si è presentata pubblicamente aveva già indicato questa direzione, proponendo che lo sviluppo delle infrastrutture digitali venisse sottoposto a una programmazione capace di considerare insieme interesse collettivo, ambiente, salute, lavoro e diritti delle comunità, anziché lasciare ai singoli territori il compito di confrontarsi separatamente con progetti arrivati spesso a uno stadio già avanzato.

La composizione iniziale della rete comprende realtà provenienti da numerosi comuni lombardi. Il passo compiuto il 26 settembre consiste quindi nel rendere più difficile trattare la crescita dei data center come la semplice sommatoria di vicende comunali indipendenti. Non significa che il convegno abbia prodotto una soluzione già definita alla questione, né che un coordinamento regionale possa sostituire immediatamente la pluralità delle esperienze territoriali; significa però che esiste oggi un luogo nel quale conoscenze, documentazione e pratiche maturate nelle singole vertenze possono essere confrontate, permettendo di osservare il fenomeno nella sua dimensione complessiva.

Finché ogni comunità deve ricostruire autonomamente procedure autorizzative, consumi previsti, opere connesse e caratteristiche tecniche del progetto che la riguarda, il rapporto con operatori e istituzioni rimane inevitabilmente asimmetrico. Mettere in comune queste conoscenze significa invece aumentare la capacità dei territori non soltanto di contestare un singolo impatto, ma di confrontare progetti differenti e riconoscere le dinamiche che li accomunano.

Il confronto milanese ha mostrato inoltre come, una volta allargata la scala, la discussione possa difficilmente fermarsi agli effetti ambientali immediati.

Dietro il raffreddamento compare la quantità di potenza installata; dietro la connessione elettrica compare la programmazione della rete; dietro la scelta del sito compare la destinazione del territorio.

Seguendo fino in fondo questa concatenazione, la domanda iniziale sul singolo impianto conduce inevitabilmente a quella su chi stabilisca priorità e dimensioni dello sviluppo della nuova infrastruttura digitale. Domande alle quali la politica ha difficoltà a rispondere, schiacciata dalle sue contraddizioni e del suo ruolo di “garante della profittabilità”.

Accade così che il tentativo di passerella del consigliere regionale PD Pierfrancesco Majorino abbia visto la piccata risposta, con conseguenti applausi dell’intera sala, di uno dei relatori che gli ricordava come il suo partito a livello nazionale avesse votato con la maggioranza tutte le norme di deregulation.

Il prossimo passaggio di questo percorso è già fissato per sabato 10 ottobre alle 15 a Milano, quando la rete ha convocato una manifestazione regionale contro lo sviluppo incontrollato dei data center.

L’appuntamento era stato previsto nel manifesto insieme alla mobilitazione territoriale del 12 settembre e al convegno del 26, delineando così un percorso che dalle iniziative locali ha portato prima al confronto comune e ora a una mobilitazione regionale.

Il 26 settembre non si è semplicemente aggiunto un altro appuntamento alla lunga serie di assemblee sui singoli progetti: si è cominciato a costruire una scala comune alla quale discuterli.

Ed è proprio questa nuova scala a modificare la domanda.

Non soltanto se un determinato data center posso essere costruito in un determinato luogo, ma quale capacità computazionale debba essere realizzata, quali risorse sia ragionevole destinarle e attraverso quale processo collettivo debbano essere stabilite le priorità.

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