Il colonnello dei marines McCoy fu il primo americano a entrare al Palestine Hotel e a chiedere una birra, senza per altro dire una parola sui due giornalisti occidentali appena uccisi al nono piano dal proiettile di un Abrams Usa. Era il 9 aprile 2003, nei quartieri sciiti di Baghdad si festeggiava e la statua di Saddam Hussein a piazza Firdous veniva abbattuta.
È passata una generazione da allora e il premier Alì al Zaidi ha deciso di celebrare oggi primo ottobre la partenza delle truppe Usa come la «Giornata della sovranità». Vedremo quali festeggiamenti faranno gli iracheni: questo ritiro – che comprende gli ultimi militari italiani – presenta alcuni aspetti paradossali: la sovranità dell’Iraq è una scommessa.
L’Iraq, una cassaforte petrolifera, non è così sovrano e indipendente come potrebbe apparire. Le milizie armate sciite pro-Iran celebrano l’uscita degli Usa come una vittoria storica; nel campo sunnita avvertono che il vuoto potrebbe rafforzare Teheran e i suoi alleati, offrendo nuovo spazio a quel che resta dello Stato islamico.
Il ritiro Usa, concordato nel 2024 da Biden e attuato da Trump mentre Washington è impegnata contro l’Iran, elimina, per gli osservatori, un contrappeso militare al peso di Teheran in Iraq.
Quanto è avvenuto in passato induce alla prudenza. Le truppe americane invasero l’Iraq nel 2003, si ritirarono a fine 2011 e tornarono nel 2014 per sostenere gli iracheni contro lo Stato islamico fino al 2017.
Tutto era iniziato con la più gigantesca fake news del secolo. Nel marzo 2003 Stati uniti e alleati invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein, ma la guerra fu giustificata con la minaccia delle armi di distruzione di massa irachene: il segretario di stato Colin Powell andò all’Onu a mostrare una fialetta che doveva essere la smoking gun, la pistola fumante delle prove. Ma gli arsenali chimici annunciati dagli statunitensi non furono mai trovati.
La caduta del regime fu rapida mentre costruire uno Stato capace si rivelò assai più difficile. Soprattutto per i colossali errori delle forze di occupazione guidate dal pro console Bremer: lo sbaglio più gigantesco fu lo scioglimento delle forze armate, che lasciò allo sbando decine di migliaia di soldati e il paese senza nessun controllo dei confini e del territorio.
Fu per questo che i gruppi jihadisti come al Qaeda riuscirono a penetrare e fare proseliti soprattutto nella minoranza sunnita che non si sentiva più garantita dall’ascesa degli sciiti. Furono questi gli anni dell’insurrezione, degli attentati, della violenza tra comunità e delle battaglie per il controllo del paese.
Nel 2007 i soldati americani in Iraq erano più di 170mila. Quando lasciarono il Paese alla fine del 2011 molti videro in quella partenza la conclusione della guerra. E si sbagliarono ancora una volta.
Fu il secondo tragico errore degli Stati uniti. L’Iraq fu abbandonato al suo destino e senza un apparato di difesa che potesse garantire il controllo. Un iracheno, Al Baghdadi, un ex qaedista liberato dal carcere di Camp Bucca proprio dagli Usa, si mise alla testa dell’Isis e nel 2014 riuscì a occupare Mosul facendosi proclamare califfo nella moschea di Al Nouri.
La cavalcata dell’Isis minacciava anche Baghdad e mentre l’esercito iracheno si era liquefatto fu il generale iraniano Qassem Soleimani (poi ucciso dagli americani) a organizzare la difesa.
Soleimani si appoggiò alle milizie sciite legate all’Iran che oggi sono forze potenti. Il quadro è complesso: appartengono formalmente alle Forze di mobilitazione popolare, parte delle forze armate irachene, ma continuano ad agire con una propria autonomia.
Alcune hanno motivato la propria presenza armata con quella dei soldati Usa. Se questi se ne vanno e le milizie restano, la questione diventa ancora più netta: può uno Stato dirsi sovrano se non controlla tutte le armi sul proprio territorio?
La presenza delle milizie sciite armate ha trovato un’altra giustificazione nella guerra lanciata il 28 febbraio da Usa e Israele contro la repubblica islamica dell’Iran. E qui siamo a un altro paradosso. Gli Stati Uniti, mentre stavano per attaccare l’Iran, si appoggiavano alle milizie curde dei peshmerga intenzionati, a loro dire, a invadere l’Iran e combattere contro il regime degli ayatollah.
Questa operazione – alla quale fu dato anche un risalto mediatico – è miseramente naufragata, ma la dice lunga sull’improvvisazione della guerra di Trump e Netanyahu e come è stato trattato l’Iraq in questi anni.
Non è una colonia ma gli Stati uniti l’hanno trattato come se lo fosse: ancora oggi non ha un’aviazione, un vero Stato, un governo riconosciuto e un esercito affidabile. Per questo la sua sovranità è una scommessa.
* da il manifesto
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