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Taranto. L’Ilva pensa solo agli affari, suoi


L’Ilva, si è riservata di decidere se accettare o meno le prescrizioni che l’Aia impone all’azienda. Il fatto che gli impianti restino sotto sequestro ma soprattutto i tempi fissati – che l’Ilva ritiene non sostenibili tecnicamente – sono stati accolti con riserva dall’azienda. L’Aia prevede per l’azienda un impegno economico per la bonifica degli impianti calcolato, secondo stime, in almeno tre miliardi di euro. I custodi, responsabili delle aree sequestrate, in un documento fatto pervenire alla commissione Aia denunciano che gli interventi fissati non sono «esaustivi rispetto alle criticità ambientali in essere» e i tempi incompatibili con i dati riferiti a malattie e decessi che emergono dalle perizie.

Secondo quanto scritto nella nuova Autorizzazione Integrata Ambientale per l’Ilva Il fermo e il rifacimento dell’altoforno 5 deve avvenire entro il 30 giugno 2014 e i parchi minerali dovranno essere coperti entro due mesi. L’atto è stato approvato ieri nella Conferenza dei servizi ed è stata illustrata dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini ma molte associazioni ambientaliste contestano radicalmente il provvedimento e annunciano esposti alla magistratura.

Sul piano dei finanziamenti pubblici all’Ilva, oltre ai 336 milioni di euro previsti dal governo, due parlamentari (uno Vico è del Pd e l’altro, Saglia, è del Pdl) hanno scoperto che esistono altri 140 milioni di euro che possono essere “messi a disposizione” dell’Ilva. Si tratta dei soldi che dal 2008 sono stati messi da parte dalla Fintecna – la società pubblica che ha assorbito le attività dello scomparso Iri – e che sono investiti in titoli di Stato. Questi fondi sono stati accantonati da Fintecna proprio con lo scopo di affrontare la partita ambientale che non fu regolata quando nel maggio 1995 furono privatizzati i impianti siderurgici dell’Ilva dall’Iri – che sino ad allora ne era stato il proprietario – passandoli al gruppo privato guidato da Emilio Riva.
Ma mentre qualcuno si affanna per trovare soldi pubblici per l’Ilva, sulla famiglia Riva,proprietaria dal 1995 dell’Ilva, è in arrivo un’altra tegola. E’ l’inchiesta della Procura di Milano secondo cui Riva ha evaso 52 milioni di euro al fisco facendo figurare come consistenti perdite e dunque come oneri passivi nella dichiarazione dei redditi circa 150 milioni di euro. L’operazione sarebbe stata condotta con la complicità di un funzionario della Deutsche Bank nella “Zona franca” di Madeira in Portogallo. Ma non è tutto. Già nel 2008 era venuta fuori una ulteriore evasione fiscale da parte dei proprietari dell’Ilva, stavolta però sull’Ici. L’Ilva dichiara di pagare 3 milioni e 600 mila euro annui di Ici, ma in realtà  l’Ici non la paga dal lontano 1995, anno in cui fu privatizzata con la vendita per 1.400 miliardi di lire all’imprenditore bresciano Emilio Riva. Secondo le prime stime, su una base di 600 mila euro annui d’imposta, sommati ad altri 400 mila annui fra interessi e sanzioni, ha evaso – solo su questo piano – almeno 13 milioni di euro.

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