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“Le sfide sono tante ma siamo sulla strada giusta”. Verso lo sciopero del 22 aprile

Intervista a Giovanni Ceraolo (Usb) sullo sciopero del 22 aprile. Da livornese ricorda con orgoglio quei portuali che abbordarono una nave statunitense e issarono sopra la bandiera vietnamita.

Cinquanta anni dopo portuali e aeroportuali hanno bloccato le armi destinate alle guerre inviando un segnale fortissimo al resto del paese. Intorno allo sciopero operaio e studentesco del 22 aprile si vanno ricomponendo non solo vertenze ma anche la rimessa in campo di una alternativa “di classe” al precipizio nel quale le classi dominanti stanno trascinando il nostro e gli altri paesi.

E il perno di questa alternativa è tornata ad essere una classe operaia – e con lei i giovani – che troppi avevano dato come liquidata mentre invece si era solo ridefinita lungo le nuove catene del valore.

D: Il 22 aprile ci sarà uno sciopero “operaio” convocato da Usb e una manifestazione nazionale a Roma. Avete declinato questa giornata di conflitto come la rimessa al centro della “variante operaia” nell’agenda politica del paese. Che cosa significa?

Nel nostro paese, ormai da molti anni, la categoria (e l’identità) dei lavoratori e delle lavoratrici, in particolar modo degli operai praticamente è stata cancellata. Le motivazioni sono molteplici e vanno ricercate sia all’interno che all’esterno del corpo sociale operaio.

Di contro vediamo bene come altre categorie e gruppi di interesse riescano invece ad imporsi e, addirittura in alcuni momenti, a condizionare non poco l’agenda politica ed economica.

Dal punto di vista interno, superando ormai le classiche analisi che ci riportano agli anni ‘80 e ‘90 e il processo scientifico di scomposizione e indebolimento della classe lavoratrice nel più recente passato il ruolo dei sindacati complici, dei partiti politici e dei governi è stato fondamentale per evitare che qualsiasi ripresa di un percorso di organizzazione autonomo fosse innescato.

La sfida che il nostro sindacato ha deciso di raccogliere è quella di ricomporre questa catena rimettendo al centro l’identità operaia che non si è mai del tutto sopita. Anzi, proprio i due anni di pandemia, hanno fatto capire a molti lavoratori l’importanza e il ruolo centrale che essi hanno nell’economia.

 

Il settore della logistica, del trasporto e dei porti ne è un esempio. In cambio il feroce attacco alle condizioni di lavoro, di sicurezza e ai salari è andato avanti senza sosta. Ci troviamo alle soglie di una nuova pesante crisi globale in una condizione ancora di sostanziale debolezza che va superata rimettendo al centro i temi del lavoro ma soprattutto il ruolo storico che i lavoratori e le lavoratrici hanno avuto. Anche la tenuta democratica nel prossimo futuro passerà da questi processi. Oltre naturalmente alle questioni legate alla redistribuzione della ricchezza e al diritto ad una vita dignitosa. Altra sfida importante è mantenere sempre un approccio generale, diremmo confederale, e mai corporativo.

D: Un peso particolare è venuto crescendo tra i lavoratori addetti alla “circolazione” delle merci. Da cosa nasce questa maggiore conflittualità nel settore della logistica?

R: La logistica, che indubbiamente è uno dei settori che ha maggiormente ha espresso livelli di conflittualità e rivendicazione, è legata alla produzione industriale così come al commercio e al sistema portuale. Proprio i lavoratori portuali hanno un “potere” enorme dal punto di vista rivendicativo e anche politico.

Basti pensare a quanto successo nel porto di Trieste. Fermo restando la nostra parziale condivisione alla base delle loro richieste  mentre in tutta Italia, con l’istituzione del green pass obbligatorio sui posti di lavoro Confindustria, attraverso il Governo, era riuscita a scaricare sui lavoratori i costi economici della pandemia e sembrava davvero impossibile scalfire questo meccanismo i portuali dopo una settimana di blocco riuscirono subito ad ottenere il pagamento dei tamponi per tutti a carico della aziende attraverso una dichiarazione ufficiale del Ministro.

Una prima “vittoria” inaspettata che ovviamente non è stata capitalizzata (e non poteva essere altrimenti in quel contesto) che però ci fa capire quanto importante sia quel settore e quali sarebbero le possibilità che abbiamo di fronte.

D: La giornata del 22 aprile era stata pensata in un contesto che è stato bruscamente cambiato dalla guerra. Il paese era già dentro una pesante crisi economica e sociale, gli operai della produzione e della circolazione delle merci che cosa hanno da mettere in campo contro le cause e le conseguenze della  guerra sulla società?

R: In passato il movimento operaio ha sempre avuto un ruolo importante e centrale durante i conflitti del passato. Ovviamente in base al livello di coscienza e di forza che in quel dato momento era presente. Ad oggi una cosa è abbastanza chiara.

La pandemia prima e la guerra adesso la pagheranno le fasce più “deboli” del nostro paese. A partire dai lavoratori e le lavoratrici. La pagheremo in termini economici in prima battuta, con l’aumento vertiginoso dei prezzi e poi in termini di licenziamenti e ulteriore compressione dei salari.

Anche l’aumento delle spese militari avrà delle conseguenze immediate ed oggi, più che in passato, di fronte alle carenze del nostro sistema sociale e di welfare  l’associazione tra i due aspetti diventa assolutamente chiara agli occhi di molti.

Il vero problema, oltre ovviamente a quello della rappresentanza politica che ad oggi è ancora marginale, è come un sindacato e in generale i lavoratori e le lavoratrici riescano a rimettere al centro questi temi. Lo sciopero e la manifestazione del 22 va in questa direzione.

D’altra parte, storicamente, fu proprio dal movimento operaio che rifiutava la guerra e la sue conseguenze che nacquero poi importanti esperienze che riuscirono a portare le rivendicazioni sociali su un terreno politico.  

Detto ciò esistono ancora dei settori e delle “avanguardie” nel nostro paese  che riescono ad andare oltre alle rivendicazioni immediate e a rimettere al centro anche meccanismi di solidarietà internazionalista che sono un patrimonio importante della nostra storia.

Da Livornese non posso dimenticare l’esempio dei portuali Livornesi ex partigiani che in piena guerra del Vietnam “abbordarono” una nave mercantile americana che trasportava anche armamenti, issando la bandiera vietnamita sul ponte. Un gesto simbolico che ebbe un grande risalto internazionale.

D: Un aspetto decisamente inedito che è venuto emergendo è l’unità tra operai e studenti. Le organizzazioni studentesche come Osa hanno dichiarato lo sciopero per il 22 aprile. Hanno scritto su vari striscioni “Operai-studenti figli della stessa rabbia”. Come è nato e come sta crescendo questa alleanza di due settori significativi del blocco sociale antagonista?

R: A differenza del passato è stato subito chiaro come questo nuovo movimento studentesco abbia fin da subito scelto di avere un approccio diverso riguardo ai temi del lavoro e dello sfruttamento. Basti pensare che una delle micce che ha fatto esplodere la rabbia (e non poteva essere altrimenti) sono stati i due omicidi di studenti in alternanza scuola lavoro.

Ma non è solo questo. Anche il fatto che questa “alleanza” è stata cercata proprio come valore aggiunto strutturale del percorso di rivendicazione. Non solo quindi alcuni temi da portare avanti in comune ma un generale riconoscimento reciproco e una cooperazione strategica  che va assolutamente valorizzata.

Non siamo ovviamente ai livelli del passato ma sicuramente sulla buona strada. Nella nostra città durante l’ultima manifestazione studentesca, a seguito di uno tentativo di sgombero violento di un istituto occupato,  una delegazione di lavoratori portuali scese in piazza a difesa degli studenti dopo che gli stessi alla precedente iniziativa avevano deciso di sostenere alcune lotte operaie.

Si parte dalla solidarietà e dal riconoscimento reciproco come facenti parte della stessa famiglia per poi condividere anche percorsi di rivendicazione più importanti. Senza il primo aspetto e difficile costruire il resto e in questa fase politica la novità è probabilmente anche questa. Il 22 aprile è un’occasione importante per andare avanti su questo percorso.

D: I lavoratori aeroportuali di Pisa e i portuali di Genova hanno bloccato il traffico di armi costruendo intorno a loro una alleanza sociale molto ampia. A distanza di decenni dai momenti alti del movimento operaio, possiamo dire che quando prendono l’iniziativa gli operai hanno nuovamente la capacità di unire intorno a sé un blocco sociale più ampio?

R: Assolutamente si. Anche se ancora non possiamo parlare di un vero rifiuto di massa alle politiche di guerra da parte dei lavoratori questi gesti hanno un valore importantissimo. Se si pensa che in questa fase di propaganda battente e a senso unico, in cui ogni voce contraria viene immediatamente censurata (addirittura anche lo stesso Papa) le uniche occasioni in cui questo meccanismo perverso è stato scalfito sono state proprio le iniziative coraggiose dei lavoratori aeroportuali di Pisa e quella dei portuali Genovesi, si capisce bene la forza e la dirompenza  di queste esperienze.

La nostra organizzazione sindacale ha avuto altrettanto coraggio nel costruire attorno a questi gesti una vera e propria campagna di sostegno e solidarietà che ha unito intorno a sé diversi soggetti sociali e politici. In questo modo si può fare davvero la differenza.

Gli attacchi sono stati comunque feroci e abbiamo visto il tentativo di isolare e colpire queste esperienze. Tentativi falliti anche grazie alla credibilità e autorevolezza che i lavoratori, a partire da quelli di Genova, hanno saputo costruire in questi anni. Non dei semplici spot quindi, ma un lavoro certosino di informazione e mobilitazione che viene da lontano.

Non è un caso che a distanza di poche settimane qualcuno abbia pensato bene di far trovare un’arma all’interno della nostra sede nazionale….

D: Dopo anni di letargo e pensiero debole, il conflitto operaio e studentesco sembra aver ritrovato dentro la crisi – e la sua acutizzazione con la guerra – una funzione, una identità di classe e una aspirazione al cambiamento che sembravano rimosse. Possiamo guardare in avanti più positivamente che in passato?

R: Questi sono tutti segnali che fanno ben sperare in una ripresa del conflitto di classe nel nostro paese.  Esistono le condizioni oggettive perché ciò avvenga ed è per questo che l’organizzazione in questa fase assume un ruolo centrale. 

Le lotte dei lavoratori della logistica e della grande industria, le piccole e grandi vittorie che i lavoratori stanno ottenendo in diversi settori,  ma anche la presenza capillare nei quartieri con i nostri sportelli sono la base su cui costruire un movimento di massa che sia in grado di assumersi l’onere di intraprendere una battaglia generale per cambiare i rapporti di forza nel nostro paese.

E’ prima di tutto questa la sfida che abbiamo di fronte. Rendere possibile ciò che sembra impossibile. Combattere la sfiducia e la rassegnazione.  Contrastare l’idea che tutto sia immodificabile. Prima ancora che sul piano politico è l’esperienza del movimento operaio che ci dimostra come i lavoratori e le lavoratrici con atti concreti e materiali possono invertire questa tendenza.

Le sfide sono tante ma siamo sulla strada giusta.

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